Pt.1 Favole 53
Trionfa Amor del trionfante, e ride,
che trasformata in rocca abbia la clava.
Deh qual era a mirar l'invitto Alcide,
quando in globi di lino il fil tirava!
Oh quante, oh quante volte Onfale il vide,
mentre instrutto da lei l'aspo rotava,
a l'essercizio feminil non uso,
con la robusta man rompere il fuso!
La man robusta, che su 'l lucid'asse
volger poria senza stancarsi a tondo,
s'a le virtù del Ciel lena mancasse,
de l'armoniche rote il mobil pondo,
ed a cui converria sol che girasse
il fuso adamantin che regge il mondo,
dando a basso istromento il giro e 'l moto
tratta (chi 'l crederia?) l'arte di Cloto
Non è questi colui che già con l'arco
purgò la terra di Tiranni e Fere?
Quei, che supposto il tergo al grave incarco
servì d'appoggio a le cadenti sfere?
Quei, che de l'Ocean chiudendo il varco,
fondò termini eccelsi, e mète altere?
Ed or come ha cangiati immensi pesi
di colonne e di poli in lievi arnesi?
Luci del Ciel, che féste oltre il costume
triplicata vigilia al suo concetto,
ché non volgete de' tant'occhi il lume,
stupide spettatrici, al novo oggetto?
Intorto a legno fral rozo volume
di vil accia innaspar prende diletto,
e scusa in fra domestica caterva
di famiglia servil femina e serva.
Gerione ed Anteo, Busiri e Nesso,
Diomede crudele, e Cacco avaro,
or che direste voi, se quell'istesso
del valor vostro domator sì chiaro,
prese le spoglie del più debil sesso,
virtù sola d'un guardo amato e caro,
vedeste sotto rigida maestra
in sì vil opra essercitar la destra?
Squallide Serpi, a cui le fauci in culla,
di veleno mortale armate invano,
pur come nato a non temer di nulla,
strinse e schiacciò con pargoletta mano,
se già mostrò ne l'età sua fanciulla
di fortezza viril segno sovrano,
pargoleggiando e vaneggiando (ahi folle!)
or negli anni più fermi è fatto molle.
Formidabil Leone, al cui ruggito
treman le selve ancor d'Argo e di Neme,
e pur lasciasti al Lottatore ardito
la bionda spoglia, e la grand'alma insieme:
Toro superbo, onde di Creta il lito
pien di strage e d'orror fulmina e freme,
che col fiato crudel seccavi i monti,
struggevi i boschi, ed asciugavi i fonti:
terror di Lerna, anzi flagello e peste,
Hidra di tosco orribilmente immonda,
di rinascenti e redivive teste
usa sempre a fruttar mèsse feconda:
fero Cinghial, che i colli e le foreste
d'Arcadia tutta, e la campagna, e l'onda
infestavi col dente infausto e reo,
poi de la franca man fosti trofeo:
Torvo Mastin, che le Tartaree porte
con sei luci guardavi, e con tre gole,
indi da la caligine di morte
per forza uscisti a rimirare il Sole:
e tutti voi, che de la clava forte
sottogiaceste a la pesante mole,
deh venite a veder feroci Mostri
l'alta vendetta degli oltraggi vostri!
Difeso Cielo, e debellato Inferno,
ombre espugnate, e sostenute stelle,
eccovi d'un fanciul favola e scherno
fatto il famoso Autor d'opre sì belle.
Veste cotta lasciva, e l'ha in governo
vezzosa schiera. di sagaci ancelle.
Con monili, e maniglie, e cuffia, e gonna
lo spavento d'Hesperia è fatto Donna.
La canna appoggia in su la spalla manca,
c'ha di candido vello il capo involto,
de la cui chioma pettinata e bianca
traendo il raro, impoverisce il folto.
Assottiglia la linea, indi su l'anca
gira l'ordigno, ov'è lo stame accolto:
lo stame, a cui, mentr' il lambisce e tocca,
dànno forma le dita, umor la bocca.
Torce lo stame, e fuggitivo e presto
dal suo sostegno il turbine allontana,
e col dente mordace or quello or questo
groppo che s'attraversa adegua e spiana.
Gli custodisce a piè vergato cesto
il gomitolo molle de la lana,
dove del fil, che di sua mano ha fatto,
in orbe avolge estenuato il tratto.
E poi ch'a pieno il vertice de l'oro
vede già colmo de la massa ordita,
porge in atto dimesso il bel lavoro
a lei, che fila il fil de la sua vita.
E 'l cieco Arcier, ch'al circostante coro
l'Heroe per gioco effeminato addita,
ministra il lino al filator gagliardo:
ma se quei libra il fuso, ei vibra il dardo.
Giove tu, che mirasti in più contese
per lui caduti i Libici Giganti,
onde la sua gran mazza in mille imprese
scemò fatica ai fulmini tonanti,
se già fosti del Ciel largo e cortese
a tanti mostri da lui vinti e tanti,
la conocchia onorarne or ben ti lice,
poi che del vincitore è vincitrice.