Pt.1 Favole 53

By Giovambattista Marino

Trionfa Amor del trionfante, e ride,

che trasformata in rocca abbia la clava.

Deh qual era a mirar l'invitto Alcide,

quando in globi di lino il fil tirava!

Oh quante, oh quante volte Onfale il vide,

mentre instrutto da lei l'aspo rotava,

a l'essercizio feminil non uso,

con la robusta man rompere il fuso!

La man robusta, che su 'l lucid'asse

volger poria senza stancarsi a tondo,

s'a le virtù del Ciel lena mancasse,

de l'armoniche rote il mobil pondo,

ed a cui converria sol che girasse

il fuso adamantin che regge il mondo,

dando a basso istromento il giro e 'l moto

tratta (chi 'l crederia?) l'arte di Cloto

Non è questi colui che già con l'arco

purgò la terra di Tiranni e Fere?

Quei, che supposto il tergo al grave incarco

servì d'appoggio a le cadenti sfere?

Quei, che de l'Ocean chiudendo il varco,

fondò termini eccelsi, e mète altere?

Ed or come ha cangiati immensi pesi

di colonne e di poli in lievi arnesi?

Luci del Ciel, che féste oltre il costume

triplicata vigilia al suo concetto,

ché non volgete de' tant'occhi il lume,

stupide spettatrici, al novo oggetto?

Intorto a legno fral rozo volume

di vil accia innaspar prende diletto,

e scusa in fra domestica caterva

di famiglia servil femina e serva.

Gerione ed Anteo, Busiri e Nesso,

Diomede crudele, e Cacco avaro,

or che direste voi, se quell'istesso

del valor vostro domator sì chiaro,

prese le spoglie del più debil sesso,

virtù sola d'un guardo amato e caro,

vedeste sotto rigida maestra

in sì vil opra essercitar la destra?

Squallide Serpi, a cui le fauci in culla,

di veleno mortale armate invano,

pur come nato a non temer di nulla,

strinse e schiacciò con pargoletta mano,

se già mostrò ne l'età sua fanciulla

di fortezza viril segno sovrano,

pargoleggiando e vaneggiando (ahi folle!)

or negli anni più fermi è fatto molle.

Formidabil Leone, al cui ruggito

treman le selve ancor d'Argo e di Neme,

e pur lasciasti al Lottatore ardito

la bionda spoglia, e la grand'alma insieme:

Toro superbo, onde di Creta il lito

pien di strage e d'orror fulmina e freme,

che col fiato crudel seccavi i monti,

struggevi i boschi, ed asciugavi i fonti:

terror di Lerna, anzi flagello e peste,

Hidra di tosco orribilmente immonda,

di rinascenti e redivive teste

usa sempre a fruttar mèsse feconda:

fero Cinghial, che i colli e le foreste

d'Arcadia tutta, e la campagna, e l'onda

infestavi col dente infausto e reo,

poi de la franca man fosti trofeo:

Torvo Mastin, che le Tartaree porte

con sei luci guardavi, e con tre gole,

indi da la caligine di morte

per forza uscisti a rimirare il Sole:

e tutti voi, che de la clava forte

sottogiaceste a la pesante mole,

deh venite a veder feroci Mostri

l'alta vendetta degli oltraggi vostri!

Difeso Cielo, e debellato Inferno,

ombre espugnate, e sostenute stelle,

eccovi d'un fanciul favola e scherno

fatto il famoso Autor d'opre sì belle.

Veste cotta lasciva, e l'ha in governo

vezzosa schiera. di sagaci ancelle.

Con monili, e maniglie, e cuffia, e gonna

lo spavento d'Hesperia è fatto Donna.

La canna appoggia in su la spalla manca,

c'ha di candido vello il capo involto,

de la cui chioma pettinata e bianca

traendo il raro, impoverisce il folto.

Assottiglia la linea, indi su l'anca

gira l'ordigno, ov'è lo stame accolto:

lo stame, a cui, mentr' il lambisce e tocca,

dànno forma le dita, umor la bocca.

Torce lo stame, e fuggitivo e presto

dal suo sostegno il turbine allontana,

e col dente mordace or quello or questo

groppo che s'attraversa adegua e spiana.

Gli custodisce a piè vergato cesto

il gomitolo molle de la lana,

dove del fil, che di sua mano ha fatto,

in orbe avolge estenuato il tratto.

E poi ch'a pieno il vertice de l'oro

vede già colmo de la massa ordita,

porge in atto dimesso il bel lavoro

a lei, che fila il fil de la sua vita.

E 'l cieco Arcier, ch'al circostante coro

l'Heroe per gioco effeminato addita,

ministra il lino al filator gagliardo:

ma se quei libra il fuso, ei vibra il dardo.

Giove tu, che mirasti in più contese

per lui caduti i Libici Giganti,

onde la sua gran mazza in mille imprese

scemò fatica ai fulmini tonanti,

se già fosti del Ciel largo e cortese

a tanti mostri da lui vinti e tanti,

la conocchia onorarne or ben ti lice,

poi che del vincitore è vincitrice.