Pt.2 Statue 36a
Oh come agli occhi miei
incisa in bianchi marmi
appar bella colei
ch'io ritrar tento in carmi:
bella, ben che di pietra algente e salda,
cui pietà non mollisce, Amor non scalda.
In lei scolpita veggio
scolpito il mio martiro.
Parlo seco, e vaneggio,
seco piango, e sospiro.
Misero, e pur senza fuggir mi fugge,
e come viva, la mia vita strugge.
La figura ritratta
Medusa mi rassembra.
La scultura è sì fatta
ch'altrui cangia le membra.
Già già sento cangiarmi a poco a poco
di fuor tutto in macigno, e dentro in foco.
Con la vivace imago
disfogo il mio tormento.
Con occhio ingordo e vago
v'affiso il guardo intento.
E sì di senso lo stupor mi priva,
ch'io son quasi la statua, ella par viva.
Spira l'imagin bella,
quasi animata forma.
Spira, ma non favella,
o che pensi, o che dorma.
Forse il rigor che le circonda il petto,
passando al volto, irrigidì l'aspetto.
Mentr' io contemplo eguale
or questo ed or quel volto,
né so discerner quale
sia 'l proprio, e qual lo sc¢lto,
dico con pensier dubbio e mal distinto:
‘Ambo son veri, o l'un e l'altro è finto’.
Agli occhi, al guardo, al riso
in tutto lo somiglia:
sol del fiorito viso
la porpora vermiglia,
sol la bell'alma, che 'l bel corpo ingombra,
per adeguare il ver, mancano a l'ombra.
Ma se Prometheo vita
col foco al sasso diede,
se Citherea ferita
tinse il suo fior col piede,
potrà ben a costei dar il mio core
color col sangue, e spirto con l'ardore.
Vinta vinta è da l'Arte
la maestra Natura.
L'una in ogni sua parte
fredda l'ha fatta e dura,
aspra, sorda qual è, piena d'orgoglio:
l'altra la fe' di carne, ed è di scoglio.
In questo anco emendata
da la falsa è la vera,
che quella l'ha formata
volubile e leggiera:
questa ha pur dato almeno a la sembianza
la fermezza marmorea, e la costanza.
Amor, qual man fabrile
ha il bel lavoro espresso?
L'artefice gentile
fosti certo tu stesso:
ma non devei, per compir l'opra a pieno,
senza colpir quel cor, scolpir quel seno.
Se pur tu fosti il Fabro
del simulacro bello,
perché nel sasso scabro
adoprasti scarpello?
Ben potevi al polir del manco lato
trattar di ferro in vece un strale aurato!
Ferir (credo) volesti
quell'alabastro bianco;
ma passar non potesti
l'impenetrabil fianco,
perché quel, ch'al candore ed al sembiante
parea semplice marmo, era diamante!
Non può la tua gran destra,
ch'anco il diaspro intaglia,
di quella selce alpestra
levar picciola scaglia.
A tanta e così rigida durezza
lo stral si spunta, e lo scarpel si spezza.
Or se colpo o percossa
di tua saetta d'oro
non è già mai che possa
piagar l'Idol ch'adoro,
e 'l ferro istesso ancor, che la percote,
perde ogni forza in quella dura cote:
se non val suon di cetra,
né melodia di canto
a mover questa pietra,
cui mai non mosse pianto;
né moverla poria, se ben tornasse
Anfion, che col plettro i monti trasse:
tu mirabile e novo
Pigmalion divino,
poi che pietà non trovo
in un porfido alpino,
muta a la bella effigie il magistero,
e trasformala omai ne l'esser vero.
E s'informar non vuoi
di vivo spirto il sasso,
spoglia de' membri suoi
questo spirito lasso,
pur che dopo la morte almeno sia
in questo sasso sol la tomba mia.