Pt.2 Statue 36a

By Giovambattista Marino

Oh come agli occhi miei

incisa in bianchi marmi

appar bella colei

ch'io ritrar tento in carmi:

bella, ben che di pietra algente e salda,

cui pietà non mollisce, Amor non scalda.

In lei scolpita veggio

scolpito il mio martiro.

Parlo seco, e vaneggio,

seco piango, e sospiro.

Misero, e pur senza fuggir mi fugge,

e come viva, la mia vita strugge.

La figura ritratta

Medusa mi rassembra.

La scultura è sì fatta

ch'altrui cangia le membra.

Già già sento cangiarmi a poco a poco

di fuor tutto in macigno, e dentro in foco.

Con la vivace imago

disfogo il mio tormento.

Con occhio ingordo e vago

v'affiso il guardo intento.

E sì di senso lo stupor mi priva,

ch'io son quasi la statua, ella par viva.

Spira l'imagin bella,

quasi animata forma.

Spira, ma non favella,

o che pensi, o che dorma.

Forse il rigor che le circonda il petto,

passando al volto, irrigidì l'aspetto.

Mentr' io contemplo eguale

or questo ed or quel volto,

né so discerner quale

sia 'l proprio, e qual lo sc¢lto,

dico con pensier dubbio e mal distinto:

‘Ambo son veri, o l'un e l'altro è finto’.

Agli occhi, al guardo, al riso

in tutto lo somiglia:

sol del fiorito viso

la porpora vermiglia,

sol la bell'alma, che 'l bel corpo ingombra,

per adeguare il ver, mancano a l'ombra.

Ma se Prometheo vita

col foco al sasso diede,

se Citherea ferita

tinse il suo fior col piede,

potrà ben a costei dar il mio core

color col sangue, e spirto con l'ardore.

Vinta vinta è da l'Arte

la maestra Natura.

L'una in ogni sua parte

fredda l'ha fatta e dura,

aspra, sorda qual è, piena d'orgoglio:

l'altra la fe' di carne, ed è di scoglio.

In questo anco emendata

da la falsa è la vera,

che quella l'ha formata

volubile e leggiera:

questa ha pur dato almeno a la sembianza

la fermezza marmorea, e la costanza.

Amor, qual man fabrile

ha il bel lavoro espresso?

L'artefice gentile

fosti certo tu stesso:

ma non devei, per compir l'opra a pieno,

senza colpir quel cor, scolpir quel seno.

Se pur tu fosti il Fabro

del simulacro bello,

perché nel sasso scabro

adoprasti scarpello?

Ben potevi al polir del manco lato

trattar di ferro in vece un strale aurato!

Ferir (credo) volesti

quell'alabastro bianco;

ma passar non potesti

l'impenetrabil fianco,

perché quel, ch'al candore ed al sembiante

parea semplice marmo, era diamante!

Non può la tua gran destra,

ch'anco il diaspro intaglia,

di quella selce alpestra

levar picciola scaglia.

A tanta e così rigida durezza

lo stral si spunta, e lo scarpel si spezza.

Or se colpo o percossa

di tua saetta d'oro

non è già mai che possa

piagar l'Idol ch'adoro,

e 'l ferro istesso ancor, che la percote,

perde ogni forza in quella dura cote:

se non val suon di cetra,

né melodia di canto

a mover questa pietra,

cui mai non mosse pianto;

né moverla poria, se ben tornasse

Anfion, che col plettro i monti trasse:

tu mirabile e novo

Pigmalion divino,

poi che pietà non trovo

in un porfido alpino,

muta a la bella effigie il magistero,

e trasformala omai ne l'esser vero.

E s'informar non vuoi

di vivo spirto il sasso,

spoglia de' membri suoi

questo spirito lasso,

pur che dopo la morte almeno sia

in questo sasso sol la tomba mia.