Publio Ovidio Nasone.

By Giovambattista Marino

Piacesse al Ciel, ch'ad esser crudo e fiero

da me sol cominciassi, empio Tiranno;

né ti facessi pur col commun danno

per mille stragi al mio morir sentiero.

I' cantai già come più d'una imago

fu veduta cangiarsi in altra forma;

ma non cantai come talor trasforma

Natura un uom d'Imperadore in Drago.

La mia di latte e mèl tenera vena

mollì petti di marmo e di metallo.

Quando lodò, mentì; per questo fallo

mi fia l'essilio sol debita pena.

Ecco in questa del mondo ultima mèta

sotto il plaustro più freddo, ingrato Augusto,

chiudo i miei giorni; e del mio fine ingiusto

piagne pietoso il Tomitano e 'l Geta.

Ma né d'òOrsa rigor, né gel d'Arturo,

né di Borea crudel soffio possente

potran, Corinna mia, quel foco ardente,

che mi strugge per te, rendere oscuro.

Ardo, e 'l rimedio (oimè) securo e forte

ch'io porsi altrui ne' più penosi ardori,

a' miei traditi e desperati amori

trovar non so, che vaglia, altro che morte.