Quanto siano amabili appresso le donne i poeti per la virtù della poesia

By Girolamo Fontanella

Vorrei, canoro arcier, ferir col canto

Chi con saette di beltà m'impiaga;

Ma chi darammi intanto

Per vendetta sì bella arme sì vaga?

Se ne lo scoglio di quel cor di pietra

Io per ira spezzai l'arco e la cetra.

Forse asceso fra voi, Ninfe canore,

Sì nobil dono accoglierò cortese?

O d'Apollo, o d'Amore

Vorrò sì bello, armonioso arnese;

Ma quand'Amor, ch'ad altre imprese aspira,

Con dotta mano esercitò mai lira?

Questa, o nume d'amor, che sparsa d'oro

Luminosa nel fianco usi faretra,

Sagittario canoro,

Fabbro d'alta armonia, dammi per cetra;

Che sarà poi, per allettar le genti,

Se fu vaso di strali, urna d'accenti.

Dammi, dammi tu poi l'arco ritorto,

E con modo inegual suona e ferisci.

Pian pian guidami accorto,

E la mia man con la tua mano unisci;

E nel temprar de' miei penosi ardori,

Accordando le corde, accorda i cori.

Sdegna rigidi nervi, e industre al fine

Sciogli lucide anella e stami biondi,

Stami di quel bel crine,

Ove te stesso in prigionia nascondi,

E fanne poi l'armonico lavoro

Nel bell'ordine mio di fila d'oro.

Un sì bel modo, innamorato dio,

Se di musico arnese il braccio m'armi,

M'armerò pur anch'io

Di dolci rime e di soavi carmi,

E nel foco del cor purgati e tersi

Farò volar da la mia penna i versi.

Con quei potrò, saettator vitale,

La mia bella ferir dolce nemica,

E soave al mio male,

Di pietate e d'amor renderla amica,

E con un colpo placido e diletto,

Ferirle il core e saettarle il petto.

In ciò confida il cor, che molto puote

Quell'armonia ch'amor nel canto inchiuse:

Fra cancelli di note

Sanno anco l'alme imprigionar le Muse,

Et han qual api a bello studio ascosi

Nel poetico miel gli aghi amorosi.

Che non fa l'armonia, quando talora

Da poetica lira esce languente?

L'odio e l'ira innamora

Fin colà giù ne la perduta gente,

E può tra boschi in domandar soccorso,

Far placata la tigre e mite l'orso.

Piega il rigido cor tosto ch'ascolta

Il canoro languir vergine bella,

E pietosa rivolta

Agli amanti sospir, sospira anch'ella.

E con muto parlar volgendo il guardo:

“Ardi”, par ch'ella dica, “ardi, ch'io ardo”.

Faccia in candido stil tra puri fogli

Con la penna sonar dolce la pena,

Chi desia nei cordogli

Amorosa pietà d'alma serena;

Ch'a le Muse compagna e stella amica

Sempre Venere fu del cigno amica.

Rozzo no, ma leggiadro ai passi, agli atti

Un poetico spirto altrui si rende;

Ove parli, ov'ei tratti,

Ei tosto il cor di bella donna accende:

Che 'l drappel de le Grazie in dolci tempre

Ne la lingua e nel volto ei porta sempre.

Meraviglia non è, se poi cantando,

I diletti d'amor sì bei descrive;

Egli amato, in amando,

Prima gusta la gioia e poi la scrive:

E quei piacer che dentro i sensi accoglie,

Con la penna leggiadra in versi scioglie.

Bianche piume d'argento, amante alato,

Il rettor de l'Olimpo in Cirra prese,

E di musica armato,

A la bella spartana in grembo scese;

Ma per fermarla et invaghirla tanto,

Fu saetta la voce e strale il canto.

A la bell'Euridice il trace Orfeo

Grato solo si fe' mercé de' canti.

Né già solo Aristeo,

Ma mille ancor per lui pospose amanti,

E con parole atte a mollir l'Erinni,

Da lui mille imparò frottole et inni.

Fra gli amanti usurpar non voglia il loco

Chi, Belprato, non è fra cigni eletto;

D'amor non narra il foco

Chi poetico ardor non nutre in petto;

Né fra reti amorose entri mai prima,

Chi catene intrecciar non sa di rima.