Quanto siano amabili appresso le donne i poeti per la virtù della poesia
Vorrei, canoro arcier, ferir col canto
Chi con saette di beltà m'impiaga;
Ma chi darammi intanto
Per vendetta sì bella arme sì vaga?
Se ne lo scoglio di quel cor di pietra
Io per ira spezzai l'arco e la cetra.
Forse asceso fra voi, Ninfe canore,
Sì nobil dono accoglierò cortese?
O d'Apollo, o d'Amore
Vorrò sì bello, armonioso arnese;
Ma quand'Amor, ch'ad altre imprese aspira,
Con dotta mano esercitò mai lira?
Questa, o nume d'amor, che sparsa d'oro
Luminosa nel fianco usi faretra,
Sagittario canoro,
Fabbro d'alta armonia, dammi per cetra;
Che sarà poi, per allettar le genti,
Se fu vaso di strali, urna d'accenti.
Dammi, dammi tu poi l'arco ritorto,
E con modo inegual suona e ferisci.
Pian pian guidami accorto,
E la mia man con la tua mano unisci;
E nel temprar de' miei penosi ardori,
Accordando le corde, accorda i cori.
Sdegna rigidi nervi, e industre al fine
Sciogli lucide anella e stami biondi,
Stami di quel bel crine,
Ove te stesso in prigionia nascondi,
E fanne poi l'armonico lavoro
Nel bell'ordine mio di fila d'oro.
Un sì bel modo, innamorato dio,
Se di musico arnese il braccio m'armi,
M'armerò pur anch'io
Di dolci rime e di soavi carmi,
E nel foco del cor purgati e tersi
Farò volar da la mia penna i versi.
Con quei potrò, saettator vitale,
La mia bella ferir dolce nemica,
E soave al mio male,
Di pietate e d'amor renderla amica,
E con un colpo placido e diletto,
Ferirle il core e saettarle il petto.
In ciò confida il cor, che molto puote
Quell'armonia ch'amor nel canto inchiuse:
Fra cancelli di note
Sanno anco l'alme imprigionar le Muse,
Et han qual api a bello studio ascosi
Nel poetico miel gli aghi amorosi.
Che non fa l'armonia, quando talora
Da poetica lira esce languente?
L'odio e l'ira innamora
Fin colà giù ne la perduta gente,
E può tra boschi in domandar soccorso,
Far placata la tigre e mite l'orso.
Piega il rigido cor tosto ch'ascolta
Il canoro languir vergine bella,
E pietosa rivolta
Agli amanti sospir, sospira anch'ella.
E con muto parlar volgendo il guardo:
“Ardi”, par ch'ella dica, “ardi, ch'io ardo”.
Faccia in candido stil tra puri fogli
Con la penna sonar dolce la pena,
Chi desia nei cordogli
Amorosa pietà d'alma serena;
Ch'a le Muse compagna e stella amica
Sempre Venere fu del cigno amica.
Rozzo no, ma leggiadro ai passi, agli atti
Un poetico spirto altrui si rende;
Ove parli, ov'ei tratti,
Ei tosto il cor di bella donna accende:
Che 'l drappel de le Grazie in dolci tempre
Ne la lingua e nel volto ei porta sempre.
Meraviglia non è, se poi cantando,
I diletti d'amor sì bei descrive;
Egli amato, in amando,
Prima gusta la gioia e poi la scrive:
E quei piacer che dentro i sensi accoglie,
Con la penna leggiadra in versi scioglie.
Bianche piume d'argento, amante alato,
Il rettor de l'Olimpo in Cirra prese,
E di musica armato,
A la bella spartana in grembo scese;
Ma per fermarla et invaghirla tanto,
Fu saetta la voce e strale il canto.
A la bell'Euridice il trace Orfeo
Grato solo si fe' mercé de' canti.
Né già solo Aristeo,
Ma mille ancor per lui pospose amanti,
E con parole atte a mollir l'Erinni,
Da lui mille imparò frottole et inni.
Fra gli amanti usurpar non voglia il loco
Chi, Belprato, non è fra cigni eletto;
D'amor non narra il foco
Chi poetico ardor non nutre in petto;
Né fra reti amorose entri mai prima,
Chi catene intrecciar non sa di rima.