Qui incomincia il primo capitolo.

By Antonio di Meglio

Poi che l'impia, crudel, aspra e rapace,

subita, fera, irreparabil Morte

che sì terribilmente ognun disface,

il grato e bel gentil, robusto e forte

corpo del bon Lorenzio al mondo tolse,

tornando l'alma alla celeste corte,

omè, quanto coralmente mi dolse

scriver né immaginar si può né dire,

ché sì gran colpo alcun già mai non colse!

E non ho da sperar sanza morire

poter cansar un sì aspro tormento,

che sempre acresce in me di ciò il disire.

Or pur, continüando il mio lamento,

non però tal qual si dovrebbe al danno,

ché ciò fare impossibile consento,

un giorno, soperchiato da l'affanno,

nella camera mia tutto soletto,

com'un di quei ch'altro ripar non hanno,

di lagrime rigato il volto e 'l petto,

acompagnato da sospiri e guai,

suppin disteso mi gittai sul letto.

«O misero dolente, or che farai?

— incominciai a dir — Con qual conforto

tue acre aversità mitigherai?

Spenta è la stella ch'a buon salvo porto

d'ogni tempesta conducea il tuo legno,

senza la qual tu se' peggio che morto »

Ahi lasso, bench'io mi trovassi indegno

d'essere accetto alla sua grazia tanto

qual si vedea per manifesto segno,

sendo sol el mio danno questo pianto,

poco saria, quantunque a me gran male;

ma ragion cresce el pianger d'ogni canto.

Io piango il mio e 'l danno universale;

o vedove, o pupilli, o orfanelli,

Morte v'ha tolto il vostro capitale!

O conventi, o spedali, o chiese, o quelli

pover che avean lor figlie a maritare,

impotenti a ciò far che facea elli,

meco dovete pianger e lagnare

e, nol facendo voi, il pianto mio

cresce per quel che voi dovresti fare!

O quarto Eugenio, pastor santo e pio,

ch'onorando il suo corpo di tua insegna

con quella ancor della Chiesa di Dio,

n'hai mostro quanto quell'anima degna

qua giù ti piacque per sua gran virtute

e quanto il suo morir danno si tegna,

qual uom disposto fermo alla salute

di santa Chiesa a tua gloria ed onore,

costante e saldo alle cose dovute!

Né men conobber suo sommo valore

e reverendi signor cardinali

di quanto era al ben far suo gran fervore.

Ancora al corpo non v'è principali

a far l'officio di prieghi divoti,

che, al volar l'alme al cielo, afforzan l'ali.

O principi, o signori, o di lui noti,

voi dimostrate per lo scriver vostro

del ben che Morte ci ha lasciati vòti,

trattando che con penna o con inchiostro

non potria dirsi il duol che ne sentite,

ché duolo è sopra duolo al dolor nostro!

O intrigate quistion, discordie e lite,

Morte ha spento colui che le spegnea

con le parole ed opere gradite!

La mente di costui sempre gaudea

dell'altrui gaudio, e del gaudio cagione,

gaudio non manco che 'l gaudente avea.

Compagno, amico ed in conversazione

degli amici compagni e conversanti

puro perfetto e vero paragone,

di gentili e d'artieri e mercatanti

benefattore e suvventor sì fido

che ragion gli costringe a grievi pianti,

o patria eccelsa, io non men piango e strido

che un così buon perfetto e caro figlio

Morte abbia tolto al tuo florido nido!

Questi con la persona e col consiglio,

con ogni sua ricchezza e facultate

mai ti mancò in qual maggior periglio,

scudo, elmo e lancia di tua libertate,

del reggimento baldanza e fortezza,

d'amor, concordia, pace e unitate

commettitore e legame e fermezza,

riprensor degli errori, in forma e modo

ch'era un freno agli erranti sanza asprezza,

e con disio d'un amoroso nodo

legar la patria coi circunvicini,

sendo operar di sempiterno lodo,

e sempre con pensier di dir divini

veder Italia tutta in pace vera,

non solamente i prossiman confini.

O santa lega, la costui maniera

tal fu in redurti e 'n conservarti unita,

che simil mai ci fia, né ce ne era

ne' Vinizian che mai portasse vita

più che costui. L'illustre alma Vinegia

amò gradita, amata e reverita

con quel prencipe illustre, che si fregia

d'ogni virtù più ch'altro ch'abbia il mondo,

che' virtuosi onora, essalta e pregia,

messer Francesco Foscari, giocondo

per santo e giusto regger, tal che penso

che mai in sua patria un tal surga secondo.

Quanto questo gli dolga e l'abbia offenso

dir non so io, però piangendo il taccio,

perché duolo è in ardor d'amore immenso.

Morte mi strugge come neve e ghiaccio

da caldo sol percosso, e a tale onte

non truovo alcun rimedio e nol procaccio.

O Conte illustre Attendolo e Visconte,

tu nel tuo scriver più che alcun dimostri

con parole efficaci e ragion pronte

pel costui caso e tuoi gran danni e' nostri,

benché 'n ciò infin seguir ragion conforti

colui che mai non fu fuor de' suoi chiostri!

Ma 'l grande amor, qual hai portato e porti

a Cosme e a Lorenzo, e' non m'è occulto,

gran parte acceso già da' miei raporti.

Ha' l'uno e l'altro sì ne' cuori isculto

ch'è fatto uno individuo trino e uno:

so se ti dee doler costui sepulto;

ché non cred'io trovarsi autor alcuno

che discriva d'alcuni amor sì grande

quanto amor l'un dell'altro era in ciascuno.

Or queste son continüe vivande,

che nutriscono il pianto di mia doglia

e che mi surgon da tutte le bande

e che, piangendo, al pianger crescon voglia.

Ora alla mensa mia sempre apparecchio

ogni pensier ch'altrui conforto toglia,

pover, carco d'errori, infermo e vecchio,

fuor d'ogni refriger sanza costui

ch'a tutto m'era di rimedî specchio.

Così, piangendo i miei danni e gli altrui,

con dubbio d'un maggior che qui non dico

per buon respetto, e pur chiamando lui

tormento in su tormento tanto abbico

ch'io senti' quasi al celabro dar volta,

fuor d'uso e modo natural suo antico.

La forza corporal mi fu sì tolta

che non può nulla più chi sia transito

e l'anima da' membri abbia disciolta;

o da sonno opilato, o tramortito

per soperchio tormento, o che si fosse,

a me parve di vita esser partito,

ma 'l pronto spirto mai non si rimosse

da Lorenzo chiamar, né da' pensieri,

cagion delle penose mie percosse.

Per luoghi strani e diversi sentieri

gir mi parea, qual uom che errante vada,

che non sa là dove arrivar si speri.

Alfin, per longa e faticosa strada,

giù traripai in uno abisso scuro,

dal quale ogni chiarezza si dirada,

e non però temente e non sicuro,

perché i tormenti miei richiedon morse

d'ogni qualunque gran martir più duro.

Ver è che pur sospeso stavo in forse

di peggio assai, quando fulgente luce

la vista tenebrosa mia soccorse;

e tal m'apparse che non sì riluce

Febo, qualor più ci occupa le stelle

e 'l carro a mezzo giorno ci conduce,

tal che 'n principio le mie luci snelle

parvon tornar del rïaver la vista,

ma 'l superchio folgor rachiuse quelle.

E quale è quel ch'un ben perso racquista

che gli sia grato e riperdelsi presto,

che in un punto s'alieta e si ratrista,

tal divenn'io, quantunque più molesto

mi fusse che 'l secondo il primo caso,

quant'era per contrario quel da questo.

Così, del ben della veduta raso,

di racquistarla riprovato spesso

m'ero, di più provar vinto rimaso,

quando senti' chiamare: — O tu che presso

ch'all'ultimo malvagio e tristo fine

condotto hai fuor d'ogni ragion te stesso,

e, possendo aver rose, hai colte spine,

pur l'affezion mirabil grande tua,

su penetrata alle parti divine,

me del superno Amor la grazia sua

mosse a 'mpetrar con sì divoti prieghi

che qui mi manda, acciò che tu non rua.

E perché la tua vista non s'anieghi

nel pelago de' raggi, in ch'io risplendo,

e 'l veder coll'udir non si ti nieghi,

gli ho seperati —. Ond'io, ciò dire udendo,

al suon delle parole gli occhi apersi;

e quale io divenissi, lui vedendo,

non si potria ridire in prosa o 'n versi

con forza o 'ngegno d'intelletto umano,

per la letizia e gaudio ch'io soffersi.

E volligli parlar, ma ciò fu vano,

ché la lingua annodossi e mandò voce,

ond'io, per farlo di questo certano,

gli fei piangendo delle braccia croce,

invece di parlar, mirandol fiso.

Per ch'e' mi disse: — Io so ciò che ti nuoce,

ma pur, perché m'aspetta il paradiso,

teco ho a star poco, e però t'adimando

ch'ogni altro atto e pensier ti sia riciso,

vedermi, udirmi e 'ntender riserbando —.

Per ch'io con cenni mi mostrai qual suole

servo a signor fervente al suo comando,

ed egli incominciò queste parole: