Qui incomincia il primo capitolo.
Poi che l'impia, crudel, aspra e rapace,
subita, fera, irreparabil Morte
che sì terribilmente ognun disface,
il grato e bel gentil, robusto e forte
corpo del bon Lorenzio al mondo tolse,
tornando l'alma alla celeste corte,
omè, quanto coralmente mi dolse
scriver né immaginar si può né dire,
ché sì gran colpo alcun già mai non colse!
E non ho da sperar sanza morire
poter cansar un sì aspro tormento,
che sempre acresce in me di ciò il disire.
Or pur, continüando il mio lamento,
non però tal qual si dovrebbe al danno,
ché ciò fare impossibile consento,
un giorno, soperchiato da l'affanno,
nella camera mia tutto soletto,
com'un di quei ch'altro ripar non hanno,
di lagrime rigato il volto e 'l petto,
acompagnato da sospiri e guai,
suppin disteso mi gittai sul letto.
«O misero dolente, or che farai?
— incominciai a dir — Con qual conforto
tue acre aversità mitigherai?
Spenta è la stella ch'a buon salvo porto
d'ogni tempesta conducea il tuo legno,
senza la qual tu se' peggio che morto »
Ahi lasso, bench'io mi trovassi indegno
d'essere accetto alla sua grazia tanto
qual si vedea per manifesto segno,
sendo sol el mio danno questo pianto,
poco saria, quantunque a me gran male;
ma ragion cresce el pianger d'ogni canto.
Io piango il mio e 'l danno universale;
o vedove, o pupilli, o orfanelli,
Morte v'ha tolto il vostro capitale!
O conventi, o spedali, o chiese, o quelli
pover che avean lor figlie a maritare,
impotenti a ciò far che facea elli,
meco dovete pianger e lagnare
e, nol facendo voi, il pianto mio
cresce per quel che voi dovresti fare!
O quarto Eugenio, pastor santo e pio,
ch'onorando il suo corpo di tua insegna
con quella ancor della Chiesa di Dio,
n'hai mostro quanto quell'anima degna
qua giù ti piacque per sua gran virtute
e quanto il suo morir danno si tegna,
qual uom disposto fermo alla salute
di santa Chiesa a tua gloria ed onore,
costante e saldo alle cose dovute!
Né men conobber suo sommo valore
e reverendi signor cardinali
di quanto era al ben far suo gran fervore.
Ancora al corpo non v'è principali
a far l'officio di prieghi divoti,
che, al volar l'alme al cielo, afforzan l'ali.
O principi, o signori, o di lui noti,
voi dimostrate per lo scriver vostro
del ben che Morte ci ha lasciati vòti,
trattando che con penna o con inchiostro
non potria dirsi il duol che ne sentite,
ché duolo è sopra duolo al dolor nostro!
O intrigate quistion, discordie e lite,
Morte ha spento colui che le spegnea
con le parole ed opere gradite!
La mente di costui sempre gaudea
dell'altrui gaudio, e del gaudio cagione,
gaudio non manco che 'l gaudente avea.
Compagno, amico ed in conversazione
degli amici compagni e conversanti
puro perfetto e vero paragone,
di gentili e d'artieri e mercatanti
benefattore e suvventor sì fido
che ragion gli costringe a grievi pianti,
o patria eccelsa, io non men piango e strido
che un così buon perfetto e caro figlio
Morte abbia tolto al tuo florido nido!
Questi con la persona e col consiglio,
con ogni sua ricchezza e facultate
mai ti mancò in qual maggior periglio,
scudo, elmo e lancia di tua libertate,
del reggimento baldanza e fortezza,
d'amor, concordia, pace e unitate
commettitore e legame e fermezza,
riprensor degli errori, in forma e modo
ch'era un freno agli erranti sanza asprezza,
e con disio d'un amoroso nodo
legar la patria coi circunvicini,
sendo operar di sempiterno lodo,
e sempre con pensier di dir divini
veder Italia tutta in pace vera,
non solamente i prossiman confini.
O santa lega, la costui maniera
tal fu in redurti e 'n conservarti unita,
che simil mai ci fia, né ce ne era
ne' Vinizian che mai portasse vita
più che costui. L'illustre alma Vinegia
amò gradita, amata e reverita
con quel prencipe illustre, che si fregia
d'ogni virtù più ch'altro ch'abbia il mondo,
che' virtuosi onora, essalta e pregia,
messer Francesco Foscari, giocondo
per santo e giusto regger, tal che penso
che mai in sua patria un tal surga secondo.
Quanto questo gli dolga e l'abbia offenso
dir non so io, però piangendo il taccio,
perché duolo è in ardor d'amore immenso.
Morte mi strugge come neve e ghiaccio
da caldo sol percosso, e a tale onte
non truovo alcun rimedio e nol procaccio.
O Conte illustre Attendolo e Visconte,
tu nel tuo scriver più che alcun dimostri
con parole efficaci e ragion pronte
pel costui caso e tuoi gran danni e' nostri,
benché 'n ciò infin seguir ragion conforti
colui che mai non fu fuor de' suoi chiostri!
Ma 'l grande amor, qual hai portato e porti
a Cosme e a Lorenzo, e' non m'è occulto,
gran parte acceso già da' miei raporti.
Ha' l'uno e l'altro sì ne' cuori isculto
ch'è fatto uno individuo trino e uno:
so se ti dee doler costui sepulto;
ché non cred'io trovarsi autor alcuno
che discriva d'alcuni amor sì grande
quanto amor l'un dell'altro era in ciascuno.
Or queste son continüe vivande,
che nutriscono il pianto di mia doglia
e che mi surgon da tutte le bande
e che, piangendo, al pianger crescon voglia.
Ora alla mensa mia sempre apparecchio
ogni pensier ch'altrui conforto toglia,
pover, carco d'errori, infermo e vecchio,
fuor d'ogni refriger sanza costui
ch'a tutto m'era di rimedî specchio.
Così, piangendo i miei danni e gli altrui,
con dubbio d'un maggior che qui non dico
per buon respetto, e pur chiamando lui
tormento in su tormento tanto abbico
ch'io senti' quasi al celabro dar volta,
fuor d'uso e modo natural suo antico.
La forza corporal mi fu sì tolta
che non può nulla più chi sia transito
e l'anima da' membri abbia disciolta;
o da sonno opilato, o tramortito
per soperchio tormento, o che si fosse,
a me parve di vita esser partito,
ma 'l pronto spirto mai non si rimosse
da Lorenzo chiamar, né da' pensieri,
cagion delle penose mie percosse.
Per luoghi strani e diversi sentieri
gir mi parea, qual uom che errante vada,
che non sa là dove arrivar si speri.
Alfin, per longa e faticosa strada,
giù traripai in uno abisso scuro,
dal quale ogni chiarezza si dirada,
e non però temente e non sicuro,
perché i tormenti miei richiedon morse
d'ogni qualunque gran martir più duro.
Ver è che pur sospeso stavo in forse
di peggio assai, quando fulgente luce
la vista tenebrosa mia soccorse;
e tal m'apparse che non sì riluce
Febo, qualor più ci occupa le stelle
e 'l carro a mezzo giorno ci conduce,
tal che 'n principio le mie luci snelle
parvon tornar del rïaver la vista,
ma 'l superchio folgor rachiuse quelle.
E quale è quel ch'un ben perso racquista
che gli sia grato e riperdelsi presto,
che in un punto s'alieta e si ratrista,
tal divenn'io, quantunque più molesto
mi fusse che 'l secondo il primo caso,
quant'era per contrario quel da questo.
Così, del ben della veduta raso,
di racquistarla riprovato spesso
m'ero, di più provar vinto rimaso,
quando senti' chiamare: — O tu che presso
ch'all'ultimo malvagio e tristo fine
condotto hai fuor d'ogni ragion te stesso,
e, possendo aver rose, hai colte spine,
pur l'affezion mirabil grande tua,
su penetrata alle parti divine,
me del superno Amor la grazia sua
mosse a 'mpetrar con sì divoti prieghi
che qui mi manda, acciò che tu non rua.
E perché la tua vista non s'anieghi
nel pelago de' raggi, in ch'io risplendo,
e 'l veder coll'udir non si ti nieghi,
gli ho seperati —. Ond'io, ciò dire udendo,
al suon delle parole gli occhi apersi;
e quale io divenissi, lui vedendo,
non si potria ridire in prosa o 'n versi
con forza o 'ngegno d'intelletto umano,
per la letizia e gaudio ch'io soffersi.
E volligli parlar, ma ciò fu vano,
ché la lingua annodossi e mandò voce,
ond'io, per farlo di questo certano,
gli fei piangendo delle braccia croce,
invece di parlar, mirandol fiso.
Per ch'e' mi disse: — Io so ciò che ti nuoce,
ma pur, perché m'aspetta il paradiso,
teco ho a star poco, e però t'adimando
ch'ogni altro atto e pensier ti sia riciso,
vedermi, udirmi e 'ntender riserbando —.
Per ch'io con cenni mi mostrai qual suole
servo a signor fervente al suo comando,
ed egli incominciò queste parole: