Qui incomincia il terzo e ultimo capitolo

By Antonio di Meglio

«Legger le degne cose e non intendere

con veri effetti e non cercar chi 'nsegni

è senza frutto tempo invano spendere.

Leggendo adunque questi autor sì degni,

abito presi d'intendenti e buoni,

sol per far forte il mio coi loro ingegni;

onde compresi per molte ragioni

che chi vuol amassar ricchezze vere

convien che quelle del mondo abandoni,

qual, nulla avendo, e tutto possedere,

come l'apostol vuol che 'n lor si truovi,

e di Giobbe la via santa tenere,

e nel voler di Dio sempre t'apruovi

fermato e quando dà e quando toglie,

e quanto piace a lui laudar ti giovi.

So che vuol dir quando il Signore accoglie

molti al convito suo, e so il supplizio

di chi v'andò con le non degne spoglie,

delle vergini dieci l'essercizio,

buon delle cinque, e l'altre cinque lente

non volerle il Signor nel suo ospizio.

Di Marta il ministrar mi fe' intendente

d'aver l'ottima parte Maria eletta,

sendovi 'l tutto e sommo Sapïente;

di Maddalena, quando ai piè si getta

del buon Gesù e que' col pianto lava,

poi co' biondi capei gli asciuga e netta

del precioso unguento che fuor cava,

col quale il divin capo al signor ugne;

e del discipol reo che sì lagrava.

Intesi la figura con che pugne

Cristo e ricchi crudeli, impî ed avari,

e la giusta vendetta, che sogiugne,

di Lazzaro mendico: infra gli amari

famelici disii delle molliche,

che del ricco cadean de' cibi cari

sol le lingue de' cani esserli amiche;

post morte intendo nel gran sen d'Abramo

laudare a ristorar di sue fatiche,

di splendide vivande il ricco bramo

d'esse abondare, e di porpora e bisso

vivere adorno, e dopo morte gramo

trovarsi cruccïato nello abisso

e per più pena nella somma altezza

veder nel gaudio eterno Lazzar fisso.

Questo mi mosse a tanta tenerezza

di me medesmo, che sommo guadagno

m'era spander fra i pover mia ricchezza;

e largamente e senza risparagno

mi fei dispensator, possessor sendo,

tal ch'io son fatto a Lazzaro compagno

e non tubai, limosine facendo,

ma le fei sì che la sinistra a pena

la destra non vedea distribuendo.

Vidi a che gaudio ed a che gloria mena

l'opere sante di misericordia

e de' contrarî suoi l'eterna pena;

il perché la ragion, ch'era in discordia

prima col senso, in forma il sottomisse

ch'a lei sempre ubidì con gran concordia.

Ma poi che Morte i suoi messaggi misse

' annunzïarmi com'era disposta

che del terreste carcer l'alma uscisse,

io, che la voglia mia tutta riposta

nel mio Signor avea grata e benigna,

fuor di suo immaginar le fei risposta;

e benché 'l vulgo turba aspra e maligna

la chiami, io posso dir ch'a me ella parse

qual dolce madre, e non qual rea matrigna.

E pur, se spesso or m'aghiacciò or m'arse

con aspre febri e con varî accidenti,

piacquemi alle parole che mi sparse.

Ciò fu che queste mie pene e tormenti

era una purgazion de' miei delitti,

perché di là fusser trovati spenti;

ond'io, che al ciel tutti i pensier adritti

avea, contrito, confesso e pentuto

godea de' membri per tal caso afflitti.

Poi, il corpo del Signore a me venuto,

mi fei portare inverso lui e posto

in terra ginocchion, qual fu dovuto,

sendo, qual detto t'ho, fermo e disposto,

col Miserere mei piangendo il chiesi

con forma che mai poi gli fui discosto.

Benigno e mite, a tutti prima chiesi

mercé, perdon d'ogni passata ingiuria

o per qual modo alcun già mai offesi.

Poi chiamai, volto a la celeste curia,

Francesco mio serafico assisano,

quale a chi chiede dà di quel ch'esuria;

e 'l dalmazio Ieromino, soprano

d'ogni altro vero e santo cenobita,

Laurenzio martir, Cosme e Damiano.

La Madre santa vergine, gradita

sopr'ognun, chiesi al punto che si teme

per chi colle vere armi non s'aita.

Con numero infinito accolti insieme

vennor costoro, ond'io, del santo olio unto,

de' membri uscii, che ripigliare ho speme.

Per contrizion purgato, a quella agiunto

di questi santi grazia gratis data

che da Dio m'impetrarono in quel punto,

con questa santa compagnia beata

subito giunsi alla parte supprema,

in somma eterna gloria ai buon servata.

Qual sia quel ben che mai perder s'ha tema

dir non si può, ma quel gran re cortese,

dando a noi sé, el suo mai ben gli scema.

Io vidi quivi, e ciò farai palese,

fra l'ordin de' pastori un degno seggio,

del qual Petro e Paülo a dir mi prese:

‘Quell'è del quarto Eugenio, che pareggio

dal buon Silvestro in qua non ebbe alcuno

di santa vita; e tu nel santo greggio

nostro più tosto se' per grazia e muno

che per te chiese con divoti preci,

ché per più tempo ancor n'eri digiuno.

Quivi avrà merto a mille e più per dieci

sol con santa romana Chiesa uniti

aver gli Ermini e Rusciani e Greci,

e' suoi santi pensier sendo seguiti,

non saria d'infedel Ierusalemme,

né Israel in forza d'Ismaelliti,

né nel luco sarien le sante gemme

del sepulcro di Cristo in man de' bruti,

né sarieno ussi le nazion boemme».

Di che a me resta Dio pregar ch'aiuti

sua santa voluntà perfetta e buona,

lui ringraziando de' don ricevuti.

Al già padre fratel Cosme in persona

dirai che l'opre sue degne approvate

nel ciel di gloria gli porran corona

e ch'a Dio son dilettevoli e grate,

tal che, di bene in me' seguendo, il fido

che sommamente gli fien premïate;

e più gli di' per mia parte ch'al grido

di prieghi, di parenti o d'amicizia

per non voglia il sommo santo sido,

per impedir per lor santa giustizia,

ch'egli è il punir de' rei di Dio giudizio,

al qual è contra far somma nequizia,

perché l'impeditor di punir vizio

contro alla maiestà di Dio ardisce

e dà d'ogni mal far a' pravi indizio;

qual chi favora il punir, ch'impedisce,

onora Dio e' malvagi confonde,

ché giustizia e buon premia e' rei punisce.

Or, perché tempo è ch'io ritorni donde

mi mossi per venire a consolarti,

a che l'effetto assai ben corrisponde,

e perché scritto fu da molte parti,

massime da' signor principi illustri

che ne' lamenti tuoi sento nomarti,

doglie del caso mio, vo' che ti industri

la letizia in che son, qual puoi, dir loro

sol per lasciar del mondo e pensier frustri.

E quei conforta, se voglion tesoro

posseder vero e che in eterno duri,

a fare in Dio con le virtù dimoro,

giusti reggendo con cor mondi e puri,

ché questo è porre in ciel quel ricco avere,

sicuro da tignuol, ruggini e furi.

Servar giustizia e sempre Dio temere

e in lui sperar fa i vizî spenti e morti,

e 'l reame del ciel fa possedere.

Or fa' che a ciò ciascun di lor conforti,

che viveran giocondissimi e lieti,

poi troverransi a Dio figli e consorti.

Piero e Giovanni miei, benché discreti

sian dal guardarsi da' vizî nefandi,

conforta a star d'ogni virtù repleti,

sì che sol per bontà sien detti grandi;

poi Pier Francesco e sì la mia Ginevra

vo' che per mio piacer lor raccomandi,

ed a lei di'ch'i' so ch'ella s'abbevra

a fonte tal che 'n ciel a rivedermi

venir faralla, se nel ben persevra.

Fa' ch'alla Contessina mia confermi

quant'io sto bene, e Dio priego per lei

che' ben li servi eternalmente fermi.

I domestici e cari amici miei

tutti conforta e per mia parte abraccia;

poi gli allegra di me, ché puoi e dei,

pregrando 'l fratel mio ch'ancor lor faccia

tale accoglienza ch'ei non tenghin perso

avermi, e per mio amor ben gli compiaccia.

Rimanti a Dio». E così detto, verso

il ciel tornossi, e quivi stupefatto

lasciommi, quasi come risommerso,

se non che alla ragion ritornai ratto,

amaestrato da sì fatto donno,

di star di lui gaudente in ciascun atto.

I lamenti, i sospiri, il pianto, il sonno

tutti partîr da me, per modo spersi

che per tal caso mai tornar non ponno;

e 'n vita nuova ritornato apersi,

giubilante, essultante in canto e in riso

gli occhi, dall'uso lor tutti diversi.

Per che generalmente ognuno aviso

tener, come 'l vedesser, nella gloria

Lorenzo orar per noi nel paradiso.

Né uscirammi mai della memoria

questa dolcezza da far gloria e festa

di tanta degna cosa e sì notoria.

E qui la debil fantasia s'arresta.