Resposta de la Probità
La gran regina ch'ha sì piccol stato,
non per demerti suoi, ma per defetto
del mondo avaro, empio, superbo e ingrato,
essendo ancor sdegnata nello aspetto
per lo incivil parlar ch'aveva inteso
da me, che me tenea per bon sugetto,
– Donque stime –, dicea, – de tanto peso
le ingiurie de costor, che son de sorte
che quel ch'a' mei le fa, resta esso offeso?
Se fusse cortegian de la mia corte
vero, come ch'in te sempr'ebbe fede,
pria che lasciarme elegereste morte.
Ch'in mei decreti iusti e santi crede,
se per me pate, il ciel per lui vendetta
in qualche tempo sempre far se vede;
né son però fra lor così reietta
che chi 'ngannar la gente umana vòle,
non finga d'esser un de la mia setta,
del che certo me pesa molto e dole,
che sotto mio pretesto alcun mortale
schernito sia con fatti o con parole.
Ma l'utile e 'l piacer con spiegate ale
de tale acquisto passeno qual vento,
e l'infamia di poi resta immortale,
e nel seno non ha minor tormento
che Tizio lacerato dal vultore,
quel che talor de fuor par sia contento.
Non è così sfacciato traditore
che chi l'esalta e lauda e de' mei 'l chiama,
non dimostri letizia aver nel core:
donque ch'importi la mia bona fama,
a questo segno sol tu pòi vedere,
ch'un scelerato al suo despetto l'ama.
Descesa son da le celeste sfere
per abbitare nell'umana mente,
e chi in essa m'alberga, ha gran piacere,
conforto nelli affanni per me sente,
conscio de l'opre sue, non ha paura
de iniusto biasmo e scorno fra la gente.
Contrario vento poi sempre non dura:
se agitata sono or e vo dispersa
per la procella nebulosa e scura,
non son però, Fileremo, summersa,
e la dolce speranza de salute
vive pur franca e ancor non l'ho mai persa,
e non perisce l'inclita virtute,
si ben talora fluttua in tempesta,
ch'un nume par ch'al fin sempre l'aiute.
Se a la gran turba ignara ora è molesta
la mia fameglia, ancora serà grata
in qualche loco o tempo o a chi poi resta:
sarà come talor arbor piantata,
che tardi cresce e 'l frutto god'in pace
con gran piacer la descendenza amata;
ma quelli a chi amicizia mia non piace,
com'i denti de Cadmo ancor faranno,
seme a se stesso nato empio e audace,
ché 'l fine in lor ritornerà ogni danno,
e come la virtù premio è a se stessa,
così a l'oposto i vizi suoi seranno.
Da magior doglia fia lor mente oppressa,
quando da iusto merto aran la pena,
ch'e' mei che paten per iniuria espressa:
però repiglia, o mio Fregoso, lena,
né te smarire a seguitar l'impresa,
ch'un'ora contentar te può serena;
fatica alcuna a' mei per me non pesa,
anzi in quella cità dove mie leggi
sono osservate, non è mai contesa;
ma si pensi altrimenti, tu vaneggi,
e seguendo costor, se la quïete
cerchi nel viver tuo, via trista eleggi.
Estingue donque l'ambiziosa sete
con la dolce acqua che da' studi scende
nelle menti e le fa serene e lete:
e chi a ben cultivar l'animo attende,
se nel cor ha pensier amar nocivo,
questa lo purga, il sana e dolce il rende;
mai non arai alcun desio eccessivo,
con questa temperando le tue voglie,
tal che l'animo tuo se farà divo.
Ma a' mei nimici sempre un pensier boglie
pestilente nel petto e sì morboso
che offende a chi quel alito recoglie:
però vive da lor longe e ascoso
e in le travaglie tue più che pòi leto,
ch'ancora arai per me qualche reposo,
se fallace non è divin decreto –.