Risposta di don Pellegrino in nome del Magnifico Comune di Firenze al Conte da ...

By Pellegrino da Castiglion Fiorentino

La gloria trïunfale e 'l dolce nome,

che a' meriti miei tanto consona

quanto a regal corona

rubino o diamante o bel zaffiro,

o qual Dïana con ardente spiro

conforma sé col figlio di Latona,

che con sua ricca zona

perlustra il mondo e con suo belle chiome

spira per l'universo, e spande e prome

l'alta possanza e 'l mio ricco tesauro

di senno e gemme ed auro

e della fama mia il gran valore.

Io son quel vago e quel venusto fiore

che ho gran parte di Nettunno e Teti,

e sotto i miei decreti

in terra tengo scettro e monarchia;

e sotto mia balìa

quasi tutta Toscana reggo e tegno

e ciascun giorno più crescendo vegno.

L'antique, illustre e novelle vittorie,

che rigistrate sono in mille carte,

qual sotto fiero Marte

ho conquistate e con robusta mano,

palese sono e per monte e per piano,

ché al mondo non rimane alcuna parte

ove non sieno sparte

in prose e rime e belle istorie,

sì che in eterno mai le mie memorie

non fieno spente né di pregio vòte,

ma sempre chiare e note

infin che Febo in ciel farà suo corso.

Sì che qualunque m'ha graffiato e morso

alfine il domo sotto la mia clava,

che ogni cosa prava

distrugge e caccia via e manda al fondo,

tal che per tutto il mondo

splende la fama mia e' miei gran fatti:

per ch'io castigo i sciocchi e i folli e matti.

Io son fondata sotto il bel pianeta

che fé i Romani al mondo tanto degni,

che monarchie e regni

già conquistâr al lor alto vessillo.

Torquato, Tito, Cesar e Camillo

ed Affrican con forza e con ingegni

sotto possenti segni

ferono star già Roma alta e quieta.

Sotto costui io son sì vaga e lieta

ch'io son sempre più bella e più m'adorno,

per che di giorno in giorno

crescer mi veggio il mio bel serto in testa.

Io son clemente, io son giusta ed onesta,

io son specchio di senno e di costumi;

in me son tutti i lumi

d'ogni virtù, qual vuoi ch'al mondo sia.

Io son la madre pia

de' buoni e de i protervi aspra noverca:

guai a colui che contra me mal cerca!

Quella città, che siede in sulla foce

di quel bel fiume che Firenze bagna

e nel Tereno stagna

e tolse a Machumet il bel tesoro,

che vince gemme prezïose ed oro,

qual non avere cristian si lagna

sol per nostra magagna,

il sacro avel di Quel che stette in croce,

l'essemplo dà, ché mio colpo feroce

sostenne e del lïon la forte branca.

Ora dolente e stanca

si sta umìle e sotto il forte artiglio,

ch'era nimica del possente giglio

e, per cacciarlo a terra, fé gran prove

sotto l'uccel di Giove.

Ma il suo van pensier li valse poco,

per che sotto il mio giogo

per la mia gran possanza il fei venire,

onde convielli a me sempre obedire.

Vexilla libertatis, ch'è sì cara,

come sa chi per lei da sé discaccia

la vita e morte abraccia

per non morire a posta di tiranno,

io la mantengo in glorïoso scanno

col gran valor delle mie forte braccia,

sì che mai non s'allaccia

all'aspra servitù, ch'è tanto amara.

Per mantener costei, ch'è sì preclara,

ho discipati più di mille sterpi

pien di lupi e di serpi,

rubbadori, assassini e tirannelli.

Erano piene e le rocche e i castelli,

ma io con mia virtù ne ho spento il seme,

sì che nessun più teme,

acompagnato o sol, gir per camino.

Romeo e pellegrino,

i forestieri ed anco il paesano

sicuro può andar con l'oro in mano.

Questo che io ho narrato è piccol dire

in comparazion de i fatti egregi

contra signori e regi,

che per pigliarmi han tesi rete e lacci;

ma alfin io ne ho fatte pezzi e stracci,

ed ho disfatti principi e collegi,

né curato dispregi,

né gran minacci, né superbo ardire.

Ond'io ho fatto il mio nome sintire

all'Indo, all'Etiope e all'Ircano,

Argolico e Soldano,

ai Massageti e Persi e Caramanti,

Finici, Palestini e fier Barbanti,

Barbari, Turchi e Affricani e Scoti,

Tedeschi, Cimbri e Goti.

Per l'universo il mio nome risplende,

sì che qualunque offende

il regno mio aspetti la vendetta,

che qualche volta fia, se non in fretta.

Adunque, qual follia o qual matezza

ti fece, o quale orgoglio o pensier folle,

Conte da Battifolle,

che contra al mio valor alzasti il dito?

Questo, ch'io ho narrato, avevi udito

aperto e chiaro e per piano e per colle

che ciascun, che mi volle

oltraggio fare, io l'ho messo in bassezza.

El lamento che fai qui non s'aprezza,

e perdonanza qui non ha più luoco,

sì che pregarmi poco

utile fia a te o a' tuoi nati.

A quello a cui tu hai largiti e dati

tutti li sensi tuoi ti racomanda,

ché di nostra vivanda

più non se' digno e non ne puoi gustare.

Da te può imparare

ciascun che dar mi vòle afanno o briga

che la mia mazza arguta lo castiga.

— Canzon liggiadra e degna di memoria,

considerando chi ti manda intorno,

fa' non faccia soggiorno,

sì che non sia ripresa dello stare.

Del mio alto valor sappia narrare

e come io son del mondo il fiore adorno

e rilucente ed orno,

sì che ciascuno intenda la mia gloria.

E della mia vittoria

avisa poi ciascun signore e terra,

ché guardin ben come mi muove guerra.