Safo a FaoneEpistola vigesimaprima

By Remigio Nannini

Hai tu, crudel Faon, lo stile e 'l verso

Conosciuto di me, tosto che questa

Carta data ti fu, da la mia destra,

Anzi dal mio dolor vergata e scritta?

O non sapevi pur chi fosse quella

Che t'inviasse i dolorosi accenti

Se 'l nome mio non si leggeva in ella?

Forse domandi ancor perché lo stile

Abbia cangiato in lagrimevol canto,

S'ho più conforme ai bei lirici versi

La bella vena, e di mia cetra il suono.

Ahimè! che l'amor mio d'amari omèi,

Anzi di pianto e di sospiri è degno,

E più conviensi a la mia doglia grave

Lagrimosa elegia che verso lieto

Che cantar mi facesse amata lira.

Lassa! che come al caldo tempo suole

Arder in qualche campo arida messe,

Di cui la fiamma or qua traporti Noto

Or là Zefiro muova, ard'io meschina;

E 'l mio Faon là si dimora lieto

Ove Etna arde e s'infiamma, ed io nel core

Ho maggior fuoco assai che quel che 'l vecchio

Nel monte sicilian Vulcano accende.

Né della cetra mia dolente al suono

Accordar posso i dolorosi accenti,

Ché 'l dolor non mi lascia insieme unire

I già tanto da me cantati versi,

Ch'opra son di tranquilla e lieta mente,

Non d'amari pensier turbata e carca,

Perché le Muse il bel furor divino

Più non mi danno, e le selvagge ninfe

E l'altre dee mi son, misera, a schivo;

E m'è vile Amiton, m'è vil la vaga

Candida Cidno, e la bellissima Ati

Agli occhi miei, come solea, non piace;

Ed altre cento poi fanciulle e donne,

Che castamente amai, mi sono a sdegno,

Tal che tu sol quel ch'a cotante piacque,

Quel che di tante fu, perfido, accogli.

Or il tuo viso, ora i begli anni sono

Accommodati agli amorosi scherzi;

E qual donna saria ch'agli anni e al viso

(O bel viso, ove Amor insieme pose

Tutti gl'inganni suoi, le frode, e i lacci)

Non rimanesse in sì bei lacci avvinta?

Prendi la lira, e la faretra, e l'arco,

Tu sarai quasi un manifesto Apollo;

E s'a la fronte tua le corna aggiugni,

Nuovo Bacco sarai, che questo e quello

Di grazia vinci e di beltà di viso;

E 'l biondo Apollo pur s'accese, e Bacco,

Per Dafne l'un, per Arianna l'altro;

Né questa o quella avea le Muse amiche,

Come a me son tua sventurata donna,

A cui dittavan già leggiadri accenti,

Tal che il mio nome omai risona intorno

A quanto il sol riscalda, e bagnan l'onde;

Né più gloria di me sen porta Alceo,

Né più di Safo agli uditori è grato,

Quantunque abbia nel suon tant'armonia,

E di gravi concetti il canto adorni.

E se natura mi negò del viso,

E de le membra la grandezza, e 'l bello,

E s'io ben veggio, e me ne sdegno meco,

Che natural mia dote a me non vale,

Non mi spregiar, perch'i' mi sforzo ognora

Di farmi tal che la bruttezza sia

Da mie virtù, da le beltà dell'alma

E da l'ingegno superata e vinta.

S'io non son bianca, e' mi sovvien che 'l bianco

Perseo di grand'ardor s'accese il petto

Per Andromede sua, che negra nacque

In Etiopia, ove il gran lume vibra

De' caldi raggi suoi più caldo il fuoco;

E spesso a bel pagon candida suole

Colomba unirsi, ed è sovente amata

Da verde pappagal tortora negra.

S'alcuna mai non ti debbe esser donna,

Se non chi per bellezza e per virtute

Fia di te degna, alcuna donna mai

Non sarà di Faone amante, o sposa.

Ma ben ti parv'io bella allor che tua

Donna mi festi, e tua pregiata amante;

Allor che tu giuravi, ahi falsa lingua!

Ch'io sol t'era gradita, e di me sola

Ti facea ragionar l'ardente amore.

E mentre ch'io talor prendea la cetra,

E nel bel grembo tuo mi stava assisa

(Ben or me ne sovien, ch'i veri amanti

Le passate dolcezze han sempre a mente)

Dolci versi cantando, allor con molti

Dolci, graditi, et amorosi baci

I dolci versi interrompevi, e 'l canto,

E la voce lodavi, e 'l suono, e 'l verso;

E le sembianze e le maniere mie

T'eran gradite: allor, misera, era io

In ogni parte bella; allor piaceva

La grazia e gli atti al mio Faone amato

De la sua tanto allor felice amante;

Ma più quando d'amor si coglie il frutto,

Ove il piacer ti s'addoppiava, e tanto

T'eran gradite e le parole e i modi

Che s'usan far nell'amoroso gioco.

Ahi sfortunata Safo! oimè, ch'or altra

Donna ti stringe, ed in Sicilia hai sempre

Nuove di belle donne amate prede.

O del bel sicilian paese e grato

Donne, e donzelle, e voi ch'appresso al monte

Del gran Vulcano or v'abitate liete

La bella Nesa, eh non entrate, stolte,

In quella stessa rete ov'io m'avolsi,

Né la sciochezza mia scusate, o quello

Sì grave error ch'io fei d'amar un uomo

Che venne strano ad abitar in Lesbo:

Eh non prestate, o semplicette, fede

A sue parole, a sua fallace lingua,

Ché quel ch'ora a voi dice, anco a me disse,

Ed a voi fia, sì come a Safo, infido.

E tu del terzo ciel lucida diva,

Che nel bel monte Erice in sì bel tempio

Sei venerata con dovuti onori

Dai crudi Siciliani, eh porgi aita

A la tua vate; eh porgi, alma, consiglio

A chi del fuoco tuo sì caldo ha il core.

Segue mai sempre empia fortuna, e cruda

Un misero mortale? e tiene, acerba,

Per oltraggiarne sempre, acerbo il corso?

Misera me! ch'io non avea veduto

Del zodiaco suo sei volte il Sole

Tutti i segni girar, che di mio padre

Le morte membra accompagnate furo

Da' miei lamenti a l'infelice rogo,

E le ceneri poi dal pianto asperse.

E 'l mio fratel d'indegno foco acceso

Di meretrice vil, vergogna e danno

Apportò seco, e de l'insania queste,

E del suo vaneggiar le spoglie furo;

Onde fatto mendico, indarno attese

Malamente a cercar per l'onde infide

Quel ben che pria sì malamente avea

In amante sì vil perduto e sparso;

E me, che con carnal fraterno amore

De l'error suo lo correggeva, a morte,

Misera, ha in odio, e quest'è il premio ch'io

Dall'amor mio, e mia pietade arreco.

E come se mancasse affanno e noia

Per affannarmi e per noiarmi il core,

La mia picciola figlia a l'altre immense

Gravi cure s'aggiugne, e quel che poi

Ogni altra doglia, ogni pensiero avanza,

La lunga assenza tua, che m'è cagione

Di sì lunghi lamenti, e lunghi pianti.

Non ha, Faon, mia sventurata nave

A le sventure sue propizio il vento.

Vannosi incolti intorno al collo e sparsi

I miei capelli, e non m'adorna il dito

Lucida gemma, e vil mi cuopre gonna,

Né spiran le mie chiome arabo odore;

Né con bei nodi d'oro in treccia avvolte

Rendon vaghezza al tramortito viso.

Ma per cui debbo, oimè, misera, farme

Adorna e bella? ed a cui mai debb'io

Ingegnarmi piacer, se quella sola

Bella cagion d'ogni mio studio ed opra

Di farmi bella e farmi ornata è lunge?

Leve saetta e leve fiamma il core

Mi saetta, e m'infiamma, e sempre ho meco

Nuova cagion di nuova piaga e fuoco;

E perché acerbe, allor ch'io venni al mondo,

Fosser le Parche, o di mia vita afflitta

Ordisser crude i dolorosi stami,

O perché l'uso si converta in nostra

Trista natura, io son sforzata amarte;

E tal mi fe' Talia l'animo infermo,

Ch'al gran foco d'Amor non trovo il gelo,

Né contra i colpi suoi sicuro scudo:

Qual meraviglia è s'io m'accesi ed arsi

Al bell'ardor de' tuoi begli occhi ardenti,

E s'i begli anni e se 'l bel viso lieto,

Di cui potrebbe innamorarsi un uomo,

A me stessa mi tolse, e a te mi diede?

Quante volte tremai, lassa, e temei

Che tu non mi togliessi, Alba, di braccio

Il mio Faone, e ten volassi poi

Con esso al ciel; ma ti ritiene ancora

Ne le reti d'amor Cefalo avvolta.

E se dal cerchio suo la vaga e bella

Candida Luna il suo bel viso miri,

Ella vorrà che su ne' monti, dove

Suo bello Endimion s'adagia e dorme,

Anch'ei si giaccia addormentato e stanco.

E nel bel carro suo Venere in cielo

Portato avria, ma la si vede ancora

D'esser in pregio al suo diletto lume,

Che su nel quinto ciel fiammeggia e luce.

O del bel secol tuo gloria e splendore,

O bel garzone e crudo, eh torna omai,

Eh torna, ingrato, a la tua Safo in seno.

Io non ti prego che tu m'ami, ahi lassa,

Ma sol che l'amor mio non abbia a schivo,

Né perch'arda per te t'adiri meco.

Quante, mentre ch'io scrivo, amare e calde

Caggion dagli occhi miei lagrime! vedi

Come la carta è qui macchiata e molle,

Ch'è testimon de l'angoscioso pianto.

Se dentro al petto tuo crudele avevi

Fermo il pensier d'abbandonarmi, e quindi

Lunge abitar, tu pur dovevi almeno

Cortesemente dipartirti, e dirmi,

Senza chiamare il proprio nome, a Dio.

Tu non portasti (ahi sfortunata!) teco

Gli ultimi baci miei, gli ultimi pianti,

Che versar face in dipartenza amara

Ardente amore; e non temei già mai

Quel che far mi dovea dogliosa e mesta,

E di tanti martir crudel albergo.

Alcun de l'amor tuo non ho qui pegno,

Né meco altro riman che 'l crudo oltraggio,

E la memoria de l'ingiuria immensa

Che tu m'hai fatto; et affrenar tua voglia

Non potette di me l'affetto ardente,

E 'l dolce pegno, e quel pregiato dono

Che tu de l'amor mio portato hai teco;

Né potei darti, oimè, ricordo alcuno

Al duro tuo partir; né detto avrei

Altro, se non che in così dura assenza

Non m'avesse, crudel, posto in oblio.

E per quel fuoco giuro, e per quel nodo

Che m'arse l'alma, e m'annodò la mente,

E per le nove ancor sacrate Muse,

Che quai miei numi riverente inchino,

Ch'allor ch'un uom mi disse: il tuo Faone

E l'allegrezze tue sen vanno, o Safo,

Né lagrimar potei, né lungamente

Parlar, misera me, perch'in un punto

Il subito dolor mi fe' di smalto,

E tolse agli occhi, ed al palato insieme

Le lagrime, e la lingua, e dentro al petto

Empio ghiaccio costrinse il sangue e l'alma.

Ma poi che 'l fier dolor, scemando in parte,

Agli occhi, al petto, ed a la lingua diede

Le lagrime, i sospiri, e le parole,

Allor piangendo e sospirando dissi:

Ahi crudo mio destino! ahi mia sventura!

Ahi de la vita mia misero fine!

Percossi il petto, e mi squarciai le chiome,

E non mi vergognai stridendo al cielo

Scapigliata mandar dogliosi omèi,

Qual madre pia che sovra il corpo esangue

Del suo caro figliuol si lagna e plora.

Il mio crudo fratel s'allegra e gode

Del mio dolore, e talor viemmi inanzi,

E perché vile, e di vergogna piena

De' miei lamenti la cagione appaia,

Sorridendo mi dice: ond'hai meschina

Giusta cagion di lamentarti? io veggio

Pur qui la figlia tua star lieta e viva.

Vedemi il vulgo, oimè, negletta e vile,

Livida il volto, e lacerata il seno;

Né di me stessa più, lassa, mi prende

Vergogna o cura: e mal conviene insieme

Con onesta vergogna amor non casto.

Tu sol mia cura sei, tu 'l mio pensiero:

Te sol desio, te sol piangendo chiamo,

E dormendo sol te rimiro e veggio,

Ove il sogno mi fa la fosca notte

Qual più bel dì parer lucida e chiara:

Ivi ti trovo, ivi t'abbraccio, e stringo,

Ancor che molto mar, che molti fiumi

M'ascondin di Faon l'amato aspetto;

Ma troppo è il sonno fuggitivo e leve,

E del fallace ben la gioia è corta.

Spesso mi par con le mie braccia fare

Lieta a la fronte tua dolce sostegno,

Or mi par ch'a le tue sia leve soma;

E ragionar con teco, e le parole

Risonarmi sì vive ne la mente,

E sì conformi le sembianze al vero,

Che il falso intenta come il vero ascolto.

Narrar non lice più: che quel che poi

Gustar mi face il desiato sonno,

Donna tacer, bench'inonesta, deve.

Ma come l'alba arriva, e seco il sole

Apre ai mortali il giorno, ed a questi occhi

L'imagin toglie, e 'l simulato bene,

E de l'alba e del sol mi doglio meco,

Ch'abbia fatt'il mio ben fallace e corto;

E desta ai boschi, ed a quegli antri corro,

Che già fur testimon de' miei contenti,

Come se i boschi ancor, come se gli antri

Serbino in lor quel che mi aggradi, e giovi.

E scapigliata e di me stessa priva,

Quasi da mala incantatrice spinta,

Dove il dolor mi mena, affretto il piede;

E veggion gli occhi miei quegl'antri, ahi lassa,

Che già di marmi ne sembraro adorni,

Aver dentro e di fuor scabroso il tufo;

E in quella selva arrivo amata e bella,

Che tante volte in se medesma accolse

Ambi noi insieme, e tante volte diede

Su l'erbe a' corpi nostri amico letto,

E ne coprì con la frondosa chioma;

Ma de la selva, e del mio cor non trovo

Ivi il signore, e m'è quel loco a vile,

Che cotanto mi fu pregiato e caro.

Veggio piegate ancor l'erbette, e i fiori

Ove (infelice me!) giacemmo insieme,

E l'orme impresse de l'amate piante,

Sopra cui stommi, lassa, e sospirando

Quell'erbe tocco: e quel felice loco

Ove gli omeri tuoi posasti, o 'l piede,

E quei bei fiori, oimè, che già mi furo

Cotanto grati, or da' miei pianti sono

E da' caldi sospir tiepidi e molli.

Spoglia il verde arbuscel le verdi fronde,

E gli uccellin su gli sfrondati rami,

Mostrando che di me lor caglia, stanno

Con l'ali basse, e dolorosi e muti.

Sol Progne s'ode, a cui del figlio incresce,

E duolsi ancor che del marito odiato

Non sparse pria che del suo figlio il sangue.

Piagne Progne i suoi figli, e Safo anch'ella

Del suo misero amor si lagna e duole,

E tanto duolsi, e lamentando geme,

Ch'ogni animal nel bosco il sonno ingombra.

Ivi sorge bel fonte, e via più chiaro

D'un fiume cristallino, e caro al sole,

Entro a l'acque di cui, quant'alcun crede,

Sacro s'asconde, e riverendo nume,

E sopra cui de' suoi bei rami estende

Quella ninfa gentil le frondi e l'ombra,

Che di Priapo il gran furor fuggendo

In pianta si cangiò soave e bella;

E di fresch'erba, e di fioretti vaghi

La terra è sempre intorno intorno adorna:

Sopra cui mentre affaticata e stanca

Avea chiuse le luci al sonno e al pianto,

Mi parve un garzon nudo aver inanzi

Di bellissimo aspetto, e dirmi: – O donna,

Che di sì cieco ardor te stessa infiammi,

E mal de l'amor tuo cangiata sei,

Vattene al mar Atteo, e sali al monte

Ove Apollo have il tempio, indi ne l'onde

De l'amor tuo cadendo amorza il fuoco.

Quindi dal fiero ardor sospinto e mosso

Di Pirra sua Deucalion si trasse,

Né fero a le sue membra alcuna offesa

L'onde marine; anzi il bel seno amato

Potea baciar di Pirra: egli in oblio

L'avea già posta, et ammorzato e spento

Il grave incendio, e l'amorosa fiamma.

Questa legge han quell'acque; or vatten lieta,

E non temer da quel fatale scoglio,

Per acquetar l'ardor, gettarte in mare –.

E detto questo si fuggì col sonno;

Ed io tremante e spaventata surgo,

E svegliata nessun rimiro, o sento,

Onde rigai d'amaro pianto il viso.

Dunque n'andremo al dimostrato sasso,

E vincerem con la gravosa doglia,

E con l'insano amor, d'ogni periglio,

E d'ogni morte la paura estrema;

Ma segua qual sia più dogliosa sorte,

Ch'ogni altro aspro martir, ch'ogni altro male

Fia del presente mal martir men grave;

E leve me n'andrò per l'aria a volo,

Ché mie membra non han gravoso il pondo.

Tu di Venere ancor pregiato figlio,

M'adatterai le piume, acciò non sia

A quell'onde morendo infamia eterna.

Io poi che spento fia l'ardente foco,

E le piaghe saldate, e sciolti i nodi,

A Febo donerò l'amata lira,

Intorno a cui saran tai versi scritti:

– Questa a te, biondo Apollo, amica cetra

Safo, la tua mercé, dal folle amore

Libera dona, ed è conforme il dono,

Perch'ella a te sì come a lei conviensi –.

Ah spietato Faon, perché mi stringi,

Perché mi sforzi a ricercar ne l'acque,

Misera me, del mio sì lungo male,

De la mia cruda e sanguinosa guerra,

Il bel rimedio, e la bramata pace,

Se trar mi puoi tu sol d'ogni aspra doglia

Tornando indietro il fuggitivo piede?

Tu col bel viso tuo donar mi puoi

Quella salute, e quel contento estremo

Ch'io da quell'onda Attea mal lieta attendo,

E mi sarai per tua beltade amata

Più che le Muse, e più ch'Apollo in pregio.

Puoi tu già mai, o de' gelati scogli,

O del rabbioso mar più crudo e fero,

Gir, s'io morrò, de la mia morte altero?

Quanto era meglio assai che questo seno,

Che queste membra mie, che tra quell'acque,

Che tra quei duri e perigliosi sassi,

Oimè, tratte saran, s'unisser teco,

E caramente l'abbracciassi, come

Festi mentre ch'amor ti fece mio:

Queste le membra son, quest'è quel seno,

Che tu solevi già lodar cotanto,

Cotanto aver in pregio, e tanto amare,

Tanto parerti a maraviglia bello.

Or bramo, lassa, aver leggiadro il verso,

E 'l bello stilo che m'ha fatto onore;

Ma fier martir sì mi tormenta l'alma,

Sì la mente m'infosca, e sì m'atterra,

Che vinto dal dolor negletto stassi

Mio plettro, e tace, e la mia lira è muta.

O di Lesbo fanciulle amate e belle,

Che mi foste cagion ch'io tanto amassi,

Non venite più meco a cantar versi,

Né di mia cetra più vi muova il suono,

Che tutto il bel, tutto quel buono, e vago

Che vi piacea, Faon portato ha seco,

Quel bel Faon che sì felice e lieta

Pur or, misera me, chiamava mio.

Fate ch'ei torni a me, che seco ancora

Il verso tornerà, la cetra, e 'l canto,

Perch'egli sol con sua presenza grata

A la mia lingua, ed all'ingegno porge

Le soavi parole, e 'l verso lieto,

E con l'assenza sua mi toglie il tutto.

Ma che parlo io? A che m'affliggo indarno?

Puoss'egli muover mai co' prieghi ardenti

Un animo selvaggio, un cor di fera?

Non vegg'io, folle me, ch'i pianti e i preghi

Tutti veloce via gli porta il vento?

Oh quanto bramo che quei venti istessi

Che se ne portan le parole e i pianti

Mi faccin riveder l'amate vele,

E mi ritornin la mia vita indietro!

E questo a te si converrebbe, ingrato.

Ma s'entro al tuo pensier prefisso hai teco

Di ritornare a me tua fida amante,

Ed hai già posti in su la poppa i voti,

A che sì tardo è 'l tuo ritorno, e lento?

Sciogli la fune omai, che 'l mare e i venti

Vener nata del mar, benigna e pia,

Placidi ti farà, propizii e buoni;

E sederassi al bel governo Amore,

Spiegando con la sua picciola mano

Le bianche vele; e da lui stesso poi

All'antenna saran nel porto accolte.

Ma se starti lontan da me ti piace,

E fuggirti da me t'allegri e godi

(Che degna pur non son d'esser fuggita),

Scrivimi almen, crudel, che da quel sasso

Giù de l'onda fatal me stessa tragga.