Salmo 12
Qual vergine gentil che 'l genitore
ha colta a l' improviso
in qualche grave errore,
che pinge d' ostro il viso,
e con voce tremante e basso suono,
inchinata et umil chiede perdono,
Padre benigno, e di vergogna il volto
depinto, e d' umiltate
il cor, ch' un nembo folto
copre di vanitate,
vestito, a te ricorro, a te che sei
conforto sol de' sconsolati e rei.
Io non posso negarti alcun mio fallo,
ch' a te tralucon fuori,
come suol da cristallo
raggio di sole o fiori,
da questa mia sviata, inferma mente,
e ad ogn' atto mio tu sei presente:
vedi il mio cor, che già pentito e gramo
piagne l' error commesso,
quasi augellin che in ramo
verde si lagna spesso
de la sua dolce e cara compagnia
che gli ha furata man rapace e ria.
Sovente faccio al senso e a la ragione
far pugna nel mio petto,
ma quegli il guiderdone
ne porta, ond' io constretto
son di seguir il reo dovunque vada,
né contra lui mi giova elmo né spada.
Tu sai pur quanto sia debile e frale
questa nostra natura,
quanto inchinata al male
se ragion non n' ha cura,
quanto accorto e possente è quell' antico
pestifero angue, e suo crudel nimico.
Pront' è il voler in me, la forza manca,
né risponde al desio,
ch' ad ognor si rinfranca
come per acqua rio:
che poss' io più s' ognor combatto invano,
e vinto porgo al vincitor la mano?
Padre clemente, tua pietà infinita
domi l' ardito senso,
e quest' alma smarrita
arda d' un foco immenso
del tuo divino amor, sì ch' abbia a sdegno
ogni piacer che sia fuor del tuo Regno.