Salmo 6
De l' egre, inferme menti
vieni, o consolatore
clemente, o de' tormenti
nostri medico certo assai migliore
che non fu mai Enone,
che non fu Podalirio o Macaone;
vieni, Spirito Santo,
e del mio core immondo,
ch' ora lavo col pianto,
penetra co' tuoi rai sino al profondo,
e le tenebre sgombra
che posto v' ha de' miei peccati l' ombra.
Vedi che come soglio
percuoton del mar l' onde
con un continuo orgoglio,
così piaghe mi fan larghe e profonde
l' alte miserie mie,
ond' io non poso mai notte né die.
Vieni, salda fortezza,
e col potente braccio,
ch' ogni durezza spezza,
rompi quel forte, adamantino ghiaccio
che mi circonda l' alma,
sì che non abbia pur di me la palma
la morte, o quel nimico
che con falsa lusinga
di simulato amico
fallace pur m' alletta e mi lusinga,
per tenermi ognor fisso
nel suo più scuro e più profondo abisso.
Non ha, quand' è più bello
l' anno e più dilettoso,
tante frondi arbuscello,
tanti vaghi fioretti un prato erboso,
quant' io noie et affanni,
del mio angoscioso core empi tiranni:
sana l' alma dolente
et egra, di salute
disperata, ch' ardente
febbre consuma, con la tua virtute,
non con suchi o licori
di verdi erbette o di gemmati fiori;
scaccia l' interna sete
col tuo torrente vivo
del piacer, che fa liete
l' anime nostre, e non con fonte o rivo,
sì che tempri il veleno
de le miserie umane ond' io son pieno.