SALMO SESTO.

By Luigi Alamanni

Dal cieco abisso d'esto mondo infermo

Chiamo a te, Padre, ch'al mio pianto intenda

Senza cui nulla val con morte schermo.

Pregoti, alto Signor, che in me s'accenda

Quel santo spirto che là su conduce,

E che 'l nemico invan suoi lacci tenda.

Presenta all'alma quella eterna luce

Ch'oggi pur veggio, o di veder mi sembra,

Di penitenza ch'è mio specchio e duce.

Piango, Signor, che tardi mi rimembra

Che mille offese in ricompensa ho dato

Alle tue sol per noi piagate membra.

Fui pur da te più di te stesso amato,

Che per pace a me dar portasti pena:

Io ch'altro son che sconoscente e ingrato?

Ch'altro son io, che nel tuo nome appena

Spendo del giorno e della notte un'ora

E di cure mortai tal volta piena?

E quando ognor dall'una all'altra aurora

Umìl piangessi i tuoi portati affanni,

Che parte di dover compita fôra?

Dico durando ancor mille e mill'anni,

Send'io vil verme, tu del ciel signore;

Sendo nostro il fallir, tuoi soli i danni.

E noi siam ciechi, e sì del dritto fuore,

Che ben per poco avvien ch'ira e disdegno

Molto più che ragion ci avvampi il core.

Ahi! quante volte che al mio van disegno

Non pervenne il desir, con detti ed opre

Spregiai il gran nome tuo, schernii il tuo regno.

Mentre il cruccioso ardor mi scalda e cuopre

La mente offesa con che folle ardire

Accusiam tuo valor che nulla adopre!

E in noi talor di poco biasmo udire

Tal furor nasce, che donar perdono

A chi 'l domanda pur non può soffrire.

Dunque io, Signor, se tal fui sempre e sono,

Come or potrò nell'alta tua presenza,

Quel che altrui già negai, chiederti in dono?

Con qual vergogna, oimè, con qual temenza

Per queste umil preghiere a te richiamo

Le quai mostrasti a chi non fu mai senza!

Cancella, Padre, quanto a te dobbiamo

Come noi cancelliam chi deve a noi,

Né delle tentazion ci apprenda l'amo.

Sien sempre lunge i fier nimici tuoi,

E noi fa' d'ogni mal sicuri e scarchi,

Per tua santa pietà mostrando poi

Come al tuo regno di quaggiù si varchi.