SALMO SETTIMO.
Apri, o santo Signor, le labbra mie,
E vigor porgi a questa lingua stanca
Ch'a pianger torna le sue colpe rie:
Le colpe rie, per cui s'arrossa e imbianca
Spesso la fronte di vergogna e tema,
Ché il tempo fugge, e 'l mio peccar non manca.
Guardando entro al suo sen l'anima trema,
Torna lieta in guardar la tua pietate,
E vive come l'uom che speri e tema.
Lasso! nel fango è la passata etate,
E di quelle avvenir son l'ore incerte
Più che al verno seren, nube alla state.
Com'or nel mondo, altrui piane ed aperte
Son quelle vie per cui si scende a morte,
Come quelle del ciel son chiuse ed erte!
Non si può gir senza celesti scorte
Per questo periglioso aspro viaggio
Senza prender talor le strade torte.
È la vita mortal bosco selvaggio
Pien di lacci infiniti, visco e reti,
Ove più incappa chi si tien più saggio.
Quanti in lor detti son disciolti e queti,
Ch'altri di quei tutto invescato ha il piede,
Altri ha mille lacciuoi nel cor secreti!
Quante son esche al mondo, ov'altri crede
Spesso vivendo aver diletto e pace,
Che l'amo ascoso miserel non vede!
Quel più di tutto al gusto infermo piace
Che all'alma è tosco, e tosco quello appare
In cui salute eterna e vita giace.
Chi non prende al passar quest'aspro mare
Te suo timon, sua stella e suo nocchiero,
Vede ir preda il suo legno all'onde amare.
E chi t'ha seco, al gir non ha mestiero
Di remi o vele, ché col piè sicuro
Può calcar l'onde, come avvenne a Piero.
Fassi aperto e sereno il tempo oscuro,
Scilla non latra, né Cariddi invola,
Spiega Nettuno il sen tranquillo e puro.
Ma l'alma inferma, giovinetta, e sola
In mar, tra scogli, o tra l'insidie in bosco,
Qual maraviglia fia se a morte vola?
Qual maraviglia, se quel dolce tosco
Che inganna molti m'aggradò molt'anni,
Senz'altro lume, semplicetto e losco?
Però, vero Signor, non mi condanni
L'alta giustizia, ma pietade abbonde
Ov'ho mancato in fabbricar miei danni.
Sai, senza dirlo e se fioretti e fronde
Sol seguìto ho fin qui, lasciando il frutto
Per cui la grazia di lassù s'infonde.
Sai, senza dirlo, se il mio tempo tutto
Contra i tuoi detti, e contr'a mia salute
Ho vaneggiando a questa età condutto.
Sai come lento a seguitar virtute,
Ché intra i pigri pensier, l'ozio e le piume
Fur gli studi e vigilie al ciel dovute.
Come sovente per suo rio costume
Gli occhi aggravati, e da letargo offesi,
Odiâr se stessi, il mondo, il giorno, il lume.
Né, lasso! unquanco a risanarli intesi:
Or verrà forse il fisico gentile
Che ristora in un punto i giorni e i mesi.
Manda, o dolce Signor, più dolce aprile
Sopra il mio pigro, freddo, tristo verno,
Ch'or mi fa ghiaccio a seguitar tuo stile.
Deh! ch'io non resti a penitenza e scherno
Col tuo avversario, né dal santo trono
Mi venga il grido, dello esilio eterno.
Trovino i falli miei, Signor, perdono:
Ma il santo erario di pietà infinita
Come parco a me fia d'un picciol dono,
Già largo in terra di tua stessa vita?