SALMO SETTIMO.

By Luigi Alamanni

Apri, o santo Signor, le labbra mie,

E vigor porgi a questa lingua stanca

Ch'a pianger torna le sue colpe rie:

Le colpe rie, per cui s'arrossa e imbianca

Spesso la fronte di vergogna e tema,

Ché il tempo fugge, e 'l mio peccar non manca.

Guardando entro al suo sen l'anima trema,

Torna lieta in guardar la tua pietate,

E vive come l'uom che speri e tema.

Lasso! nel fango è la passata etate,

E di quelle avvenir son l'ore incerte

Più che al verno seren, nube alla state.

Com'or nel mondo, altrui piane ed aperte

Son quelle vie per cui si scende a morte,

Come quelle del ciel son chiuse ed erte!

Non si può gir senza celesti scorte

Per questo periglioso aspro viaggio

Senza prender talor le strade torte.

È la vita mortal bosco selvaggio

Pien di lacci infiniti, visco e reti,

Ove più incappa chi si tien più saggio.

Quanti in lor detti son disciolti e queti,

Ch'altri di quei tutto invescato ha il piede,

Altri ha mille lacciuoi nel cor secreti!

Quante son esche al mondo, ov'altri crede

Spesso vivendo aver diletto e pace,

Che l'amo ascoso miserel non vede!

Quel più di tutto al gusto infermo piace

Che all'alma è tosco, e tosco quello appare

In cui salute eterna e vita giace.

Chi non prende al passar quest'aspro mare

Te suo timon, sua stella e suo nocchiero,

Vede ir preda il suo legno all'onde amare.

E chi t'ha seco, al gir non ha mestiero

Di remi o vele, ché col piè sicuro

Può calcar l'onde, come avvenne a Piero.

Fassi aperto e sereno il tempo oscuro,

Scilla non latra, né Cariddi invola,

Spiega Nettuno il sen tranquillo e puro.

Ma l'alma inferma, giovinetta, e sola

In mar, tra scogli, o tra l'insidie in bosco,

Qual maraviglia fia se a morte vola?

Qual maraviglia, se quel dolce tosco

Che inganna molti m'aggradò molt'anni,

Senz'altro lume, semplicetto e losco?

Però, vero Signor, non mi condanni

L'alta giustizia, ma pietade abbonde

Ov'ho mancato in fabbricar miei danni.

Sai, senza dirlo e se fioretti e fronde

Sol seguìto ho fin qui, lasciando il frutto

Per cui la grazia di lassù s'infonde.

Sai, senza dirlo, se il mio tempo tutto

Contra i tuoi detti, e contr'a mia salute

Ho vaneggiando a questa età condutto.

Sai come lento a seguitar virtute,

Ché intra i pigri pensier, l'ozio e le piume

Fur gli studi e vigilie al ciel dovute.

Come sovente per suo rio costume

Gli occhi aggravati, e da letargo offesi,

Odiâr se stessi, il mondo, il giorno, il lume.

Né, lasso! unquanco a risanarli intesi:

Or verrà forse il fisico gentile

Che ristora in un punto i giorni e i mesi.

Manda, o dolce Signor, più dolce aprile

Sopra il mio pigro, freddo, tristo verno,

Ch'or mi fa ghiaccio a seguitar tuo stile.

Deh! ch'io non resti a penitenza e scherno

Col tuo avversario, né dal santo trono

Mi venga il grido, dello esilio eterno.

Trovino i falli miei, Signor, perdono:

Ma il santo erario di pietà infinita

Come parco a me fia d'un picciol dono,

Già largo in terra di tua stessa vita?