SALMO TERZO.

By Luigi Alamanni

Non sien, Padre del ciel, per me negate

Le sante orecchie, e le mie ardenti note

Tocchin piangendo l'alta tua pietate.

Quai pentite alme al vero ben divote

Ritornaron già mai dal vivo fonte

Della clemenza tua con l'urne vôte?

Tu non negasti ancor salire al monte

Della tua grazia a chi pregando chiede

Che gli apra il varco, onde là su si monte.

Ch'altro vuoi tu che penitenza e fede?

O che vil pregio a possession sì cara!

Ben chi non compra te, niente vede.

Ben alma è ingrata e più d'ogn'altra avara,

Se te non compra, che comprasti lei

Col sangue stesso e con tua morte amara.

O re de' re che infra più stolti e rei

Te festi, a noi salvar, servo de' servi,

Non sia duro il cor tuo ne' detti miei.

Quest'alma, prego, che al tuo regno servi

Con quello amor con cui servasti quello

Che senz'aver parenti ebbe ossa e nervi.

Io che al tuo comandar fui già rubello,

Torno a te richiamar la notte e il giorno

Piangendo il tempo di mia età più bello.

Deh! ch'io non vegga con mio danno e scorno

Torcer dal mio pregar la fronte pia

Ond'ho speranza andar di grazia adorno.

Senza la qual fatt'è la vita mia

Quasi erba in prato dalla falce incisa,

Quasi fior colto che vegnente sia.

Vo ripetendo le mie colpe in guisa

Di passer solitario in alcun tetto,

O d'orba tortorella in ramo assisa.

E mentre di dì in dì la morte aspetto,

Sento degli error miei fascio sì grave,

Ch'io non lo so portar nel tuo cospetto.

E quel che pur tra molti è che m'aggrave,

È il veder sempre quanta vil fra noi

Solo al ventre curar fatica s'ave.

Quanto, oltre al danno, è pur vergogna poi

L'esser più intento assai che il porco al loto

Al consumar tra i cibi i giorni suoi;

L'esser di Bacco tal servo e divoto,

Che postergando ogni leggiadra cura

Guasti il fior dell'età vivendo a voto.

Come sazia di men sarìa natura

Di quel che spesso oltr'a sue voglie prende,

Che l'intelletto in noi con gli anni fura.

Oro, tempo, pensier tra noi si spende

Non per fame acquetar, ché più cara ésca

È quella, che in mangiar più fame accende.

Or io, Signor, come l'usanza invesca,

Se mai gli altri seguii, ne piango, e prego

Che di mie cecità talor t'incresca.

Io nol posso negar certo, e nol niego,

Che il mondan fango non mi prema l'ale

Che or forse in alto per tua grazia spiego.

Versa quell'acqua in lor, che sola è tale,

Ch'ogni lordura sgombra ovunque inonda

Ch'argomento mondan più nulla vale.

E lo spirto divin nel cor s'infonda

Sì ch'io lo pasca dell'eterna manna,

Sprezzando l'esca, onde la vita abonda,

Che chi va senza te sovente inganna.