Sansone
Il forte braccio di Sanson invitto
Sciolse più volte, e infranse i lacci ostili,
E fè del sommo Onnipotente Nume
Contro il fier Filisteo l'aspra vendetta.
Invan fu stretto con robusti lacci
Dall'inimico popolo superbo;
Che steso già per opra sua, di sangue
Il terreno inaffiò; sparsi pel campo
E teschi, ed ossa fur veduti, e corpi,
E sotto i forti risuonanti colpi
De' Filistei scrosciarono le membra.
Invan di Gaza dentro l'alte mura
Ei fu rinchiuso; col possente braccio
Alzò di questa le pesanti porte,
E su' d'alpestre, inabitata rupe
Con piè veloce trasportolle ardito.
Ma il forte, ed il terror del Filisteo,
Il vincitor di mille schiere, e mille
Che l'urto non temè d'armati immensi,
Fermo non resta innanzi a donna imbelle,
Nè i lusinghieri vezzi egli sostiene.
Invan procura di schivarla, e altrove
Rivolge i detti, ci cede, e alfin di bocca
Il secreto fatal, incauto gli esce:
Ho nella chioma la fortezza: ah misero!
Detto fatal, funesto detto! Invano
Però n'esulti incantatrice donna,
Che per esso vedrai la tua ruina.
Stendeva l'ali di Sanson sui lumi
Placido il sonno, ed ci giacea sicuro.
Lieta la donna al letto suo s'appressa,
Con empia man la chioma gli recide.
Lieta la turba Filistea concorre,
Il lor terrore in esso ognun ravvisa,
E applaude all'empia, traditrice donna.
Ambe le luci dalla fronte al misero
Tolgon color con empietade orrenda:
Carcere oscuro gli destinan poi,
Ed ivi a forza è tratto; umile ufficio
Occupa l'ore dell'Ebreo possente.
Alta mole s'innalza al falso Nume
Dagone eretta, e quivi il Filisteo
Popolo si raduna; a lieta mensa
Ognun si asside innanzi al falso Dio.
Sansone ancor viene agl'insulti esposto
Della nemica, ed esultante turba.
In parte oscura egli rimane intanto.
Già s'alza un grido, già d'insulti echeggia
Del Nume il tempio, e risuonar le volte
S'odon, e un lieto fragorìo s'innalza.
Palma, a palma battuta, ed alte risa
Scuopron l'interna contentezza, e gioja
D'essere dall'Ebreo liberi alfine.
Simile all'onde dell'immenso mare,
Allorchè dal furioso Austro eccitate
Alzano a guisa di montagne l'acque;
A lui freme nel sen lo sdegno atroce.
Quando egli sente alzarsi a lui vicine
L'alte colonne di marmorea pietra,
Che la mole sostengono; allor mossa
La dubbia mano egli le scuote; crolla
L'alto delubro. Strida orrende ovunque
S'odono, e d'alto piombano i macigni.
Come allorquando dal montano sasso
Rapido scende il furibondo fiume,
E i boschi atterra, e le chiomate quercie:
Così piombar si vedono i marmorei
Tronchi, e le pietre, ed i macigni infranti.
Cade oppressa la turba, ancor Sansone
Soccombe, ed il fatal detto rammenta.