SATIRA DECIMA.
Poscia che lunge voi lasciando vidi,
Magnanimo signor, Durenza e Sorga,
E del gallico mar gli amati lidi,
Temo che nova maraviglia sorga
In voi, sentendo che sì tardo e lento
Alla penna la man già stanca porga,
Forse pensando in me scemato o spento
Quello ardente desir, ch'eterno fia
Al chiaro onor di vostro nome intento.
E perché più senza scusar non sia
Questo silenzio, se di udir vi cale,
Dirò qual è, signor, la vita mia.
Qui canto ognor colle mie muse, quale
Mi sforza il tempo, coll'usanza antica,
Ch'altro rimedio al mio languir non vale.
Ma perch'assai pensar la mente intrica,
E 'l gran diletto che soverchio dura
Torna col tempo, altrui doglia e fatica;
Dallo stil mio condotto e da natura,
Men vo talor fra vaghe donne e belle,
Forse compunto d'amorosa cura.
E mentre colla vista or queste or quelle
Vo misurando, e commendando in parte,
Mi risovvien delle mie chiare stelle.
E nei lor volti cerco a parte a parte
L'angeliche beltà, gli alti sembianti
Onde son piene, oimè! cotante carte.
Una tra l'altre m'appresenta quanti
Dolci atti e sguardi la mia Coppia cara
Usò il dì primo de' miei lunghi pianti.
Questa con tale ardor si mostra avara
Della mia libertà, che a poco sono
Di non sentir la terza piaga amara.
E nel primo apparir congiunti sono
Di Cintia il vago, e la beltà di Flora,
Che mi fan pur amar quand'io ragiono.
E se tanto splendor quaggiù non fôra
(Che pure è sozzo a dir) nato in Provenza,
Sarei più vinto che mai fossi ancora.
Oh se, com'ella ha qui Sorga e Durenza,
Così gustato avesse Arno e Mugnone,
Il terzo chiaro onor vedria Fiorenza.
Ma qual può farmi amar dritta cagione
Gli spirti provenzal? che affermo e giuro
Che son bruti animal senza ragione.
Ma lasciam questo andar, di ch'io non curo,
Che di porci parlar sarìa più degno,
Onde ogni chiaro stil verrebbe oscuro.
Ma quel che andar mi fa pien d'ira e sdegno,
È 'l trovar fra le donne un tal costume
Torto nel tutto dal diritto segno.
Io mancherò di dir come ogni lume
Di valor, di virtù, di gentilezza,
Fugga da lor, come dall'alpi il fiume.
Qui tra i servi d'amor s'annulla e sprezza
Nobiltà d'alma, lealtade e fede,
Quanto gemme e tesor si onora e prezza.
Ben vi so dir che qui negletto siede
Parnaso e i lauri, e che all'argento e all'oro
Febo, Vener, Minerva, e Marte cede.
Qui non bisogna ordir sottil lavoro
Per adempir te sue bramose voglie,
Che ricchezze mostrar basta con loro.
E per parlar di chi talor mi toglie
I pensier delle muse, e in sé gli porta
Del mio piagato cor cercando spoglie,
Questa men forse che molt'altre accorta
Pensa in me molti, né conosce in cui,
Dei ben ch'al mondo la fortuna apporta.
Né pensar può che omai gran tempo fui
Nuovo Biante, se già più che mio
Dir non volesse quel ch'io debbo altrui.
E bench'io il giuri, allor pensa ella ch'io
Saggio più d'altri le ricchezze asconda,
E più le vien d'incendermi desio.
Qui più di grazia ingiusta mercè abonda,
Che il povero cortese, il ricco avaro;
E più che il frutto buon, la bella fronda.
Così tenuto son pregiato e caro,
Non perch'io doni, ché il poter m'è tolto,
Ma falso immaginar mi rende chiaro.
Sono, ov'io vegna, dolcemente accolto;
Né pensate, signor, che quanto io dico
Oltre un dolce parlar s'estenda molto.
Ben si chiama signor, fratello, amico
Altrui portando fronde, erbette e fiori,
Ognor dagli orti, ovver dal campo aprico.
E di dolci baciar gli accesi amori
Pascon sovente, ché in men pregio gli hanno
Che non ha il porco i più soavi odori.
O Flora o Cintia, in che doglioso affanno
Pregai gran tempo che mi déssi un solo
Di quei che queste a tutto il mondo danno!
E tal uccel qui pensa al primo volo
Giunger la preda, ch'è più lunge assai
Che la torrida zona al freddo polo.
Io nel primiero di meco pensai,
Alle grate accoglienze, ai detti e sguardi,
D'esser caro a costei più d'altro mai.
Né dir potrei con che pungenti dardi
M'entrò speranza d'aver quello in breve
Ch'io non aspetto or più per tempo o tardi.
E pur m'accorsi alfin quanto di lieve
Diano a ciascun menzogne sì soavi
Da metter fuoco nell'alpestre neve.
E l'ultimo a venir tenga le chiavi
In man di queste, e mille volte e mille
Falsamente giurar nïente aggravi.
E colei che d'amor vive faville
Accenda in altri, lei restando un ghiaccio,
Ha più nome ed onor per queste ville.
Poi, come uno han nell'amoroso laccio,
Con mille sdegni, scherni e gelosie
Van procacciando alla trista alma impaccio.
Usar nei servi oneste cortesie
Hanno in vergogna, e colle abiette genti
Assai più del dover son larghe e pie.
E questo fan, perché le basse menti
Sempre hanno in pregio chi le sprezza e fugge,
Gli altri fuggendo all'onor d'esse intenti.
Ora io, che ho l'alma che s'intende e strugge
Di poca fiamma per l'antica usanza,
Non so che, sento, nella mente rugge.
Ma di tosto guarir porto speranza,
Ché amar chi inganni, e che ben mostri amarme,
Sarìa vergogna che ogni doglia avanza.
Tempo è venuto omai ch'io mi disarme
D'ogni altro amore, e vo' che Cintia porte
L'ultima del mio cor le spoglie e l'arme.
Ma mentre io cerco di novelle scorte
Per trarre il piè da sì dannosa strada,
Si fuggon l'ore al mio disegno corte.
Ma se ben tolto m'è, quanto m'aggrada,
L'esser con voi, con la mia penna almeno,
Magnanimo signor, ovunque io vada,
Son con voi sempre, e voi ritengo in seno.