SATIRA DUODECIMA.

By Luigi Alamanni

Io vi dirò, poi che di udir vi cale,

Tommaso mio gentil, perch'amo e côlo

Più di tutti altri il lito provenzale;

E perché qui così povero e solo

Piuttosto che seguir popoli e regi

Vivo temprando il mio infinito duolo.

Né ciò m'avvien perch'io fra me dispregi

Quei c'han dalla Fortuna in mano il freno

Di noi, per sangue e per ricchezze egregi.

Ma bene è ver, che assai gli estimo meno

Che 'l vulgo, e quei che ciò che appar di fuore

Guardan, senza veder che chiugga il seno.

Non dico già che non mi scaldi amore

Talor di gloria, ch'io non vo' mentire

Con chi, biasmando onor, sol cerca onore.

Ma con qual piè potrei color seguire

Che 'l mondo pregia? ch'io non so quell'arte

Di chi le scale altrui convien salire.

Io non saprei, Sertin, porre in disparte

La verità, colui lodando ognora

Che con più danno altrui dal ben si parte.

Non saprei riverir chi soli adora

Venere e Bacco, né tacer saprei

Di quei che 'l vulgo falsamente onora.

Non saprei più che agl'immortali Dei

Rendere onor colle ginocchia inchine

Ai più ingiusti che sian, fallaci e rei.

Non saprei nel parlar covrir le spine

Con simulati fior, nell'opre avendo

Mêle al principio, e tristo assenzio al fine.

Non saprei, no, dove il contrario intendo,

I malvagi consigli usar per buoni

Davanti al vero onor l'util ponendo.

Non trovare ad ognor false cagioni

Per abbassar i giusti, alzando i pravi,

D'avarizia e d'invidia avendo sproni.

Non saprei dar de' miei pensier le chiavi

All'ambizion, che mi portasse in alto

Alla fucina delle colpe gravi.

Non saprei il core aver di freddo smalto

Contro a pietà, talor nocendo a tale

Ch'io più di tutti nella mente esalto.

Non di loda onorar chiara immortale

Cesare e Silla, condannando a torto

Bruto e la schiera che più d'altra vale.

Non saprei camminar nel sentier corto

Dell'empia iniquità, lassando quello

Che reca pace al vivo, e gloria al morto.

Io non saprei chiamar cortese e bello

Chi sia Tersite; né figliuol d'Anchise

Chi sia di senno e di pietà rubello.

Non saprei chi più cor nell'oro mise

Dirlo Alessandro, e 'l paüroso e vile

Chiamarlo il forte che già l'Idra ancise.

Dir non saprei poeta alto e gentile

Mevio, giurando poi che tal non vide

Smirna, Manto e Fiorenza ornato stile.

Non saprei dentro all'alte soglie infide,

Per più mostrar amor, contr'a mia voglia,

Imitar sempre altrui se piange o ride.

Non saprei indovinar quel ch'altri voglia,

Né conoscer saprei quel che più piace,

Tacendo il ver che le più volte addoglia.

L'amico lusinghier doppio e fallace

Dir non saprei gentil, né aperto e vero

Se sempre parli quel che più dispiace.

Non saprei l'uom crudel chiamar severo,

Né chi lascia peccar chiamarlo pio,

Né che il tiranneggiar sia giusto impero.

Io non saprei ingannar gli uomini e Dio

Con giuramenti e con promesse false,

Né far saprei, quel ch'è d'un altro, mio.

Questo è cagion che non mi cal né calse

Ancor giammai di seguitar coloro

Ne' quai fortuna più che il senno valse.

Questo fa che il mio regno e 'l mio tesoro

Son gl'inchiostri e le carte, e più che altrove

Oggi in Provenza volentier dimoro.

Qui non ho alcun che mi domandi dove

Mi stia o vada, e non mi sforza alcuno

A gir pel mondo quando agghiaccia o piove.

Quando gli è il ciel seren, quando gli è bruno,

Son quel medesmo, e non mi prendo affanno,

Colmo di pace, e di dolor digiuno.

Non sono in Francia, ove abbia scorno e danno

S'io non conosco i vin, s'io non so bene

Qual vivanda è miglior di tutto l'anno;

Non nella Spagna, ove studiar conviene

Più che nell'esser poi, nel ben parere,

Ove frode e menzogna il seggio tiene;

Non in Germania, ove il mangiare 'l bere

M'abbia a tôr l'intelletto, e darlo in preda

Al senso, in guisa di selvagge fere.

Non sono in Roma, ove chi in Cristo creda,

E non sappia falsar né far veleni,

Convien che a casa con suo danno rieda.

Sono in Provenza, ove quantunque pieni

Di malvagio voler ci sian gl'ingegni,

L'ignoranza e il timor pon loro i freni.

Benché d'invidia e d'odio ognor sian pregni

Contro i miglior, per non veder più innante,

Restan troncati a mezzo i lor disegni.

Ma sia pur come può, l'alma ignorante

Se ben torto vorria, può nuocer poco,

Come sa chi ben n'ha provate alquante.

Or qui dunque mi sto prendendo in gioco

Il lor breve saver, le lunghe voglie,

Con le mie muse in solitario loco.

Non le gran corti, non l'eccelse soglie

Mi vedran gir coi lor seguaci a schiera,

Né di me avran troppo onorate spoglie

Avarizia e livor, ma pace vera.