SATIRA DUODECIMA.
Io vi dirò, poi che di udir vi cale,
Tommaso mio gentil, perch'amo e côlo
Più di tutti altri il lito provenzale;
E perché qui così povero e solo
Piuttosto che seguir popoli e regi
Vivo temprando il mio infinito duolo.
Né ciò m'avvien perch'io fra me dispregi
Quei c'han dalla Fortuna in mano il freno
Di noi, per sangue e per ricchezze egregi.
Ma bene è ver, che assai gli estimo meno
Che 'l vulgo, e quei che ciò che appar di fuore
Guardan, senza veder che chiugga il seno.
Non dico già che non mi scaldi amore
Talor di gloria, ch'io non vo' mentire
Con chi, biasmando onor, sol cerca onore.
Ma con qual piè potrei color seguire
Che 'l mondo pregia? ch'io non so quell'arte
Di chi le scale altrui convien salire.
Io non saprei, Sertin, porre in disparte
La verità, colui lodando ognora
Che con più danno altrui dal ben si parte.
Non saprei riverir chi soli adora
Venere e Bacco, né tacer saprei
Di quei che 'l vulgo falsamente onora.
Non saprei più che agl'immortali Dei
Rendere onor colle ginocchia inchine
Ai più ingiusti che sian, fallaci e rei.
Non saprei nel parlar covrir le spine
Con simulati fior, nell'opre avendo
Mêle al principio, e tristo assenzio al fine.
Non saprei, no, dove il contrario intendo,
I malvagi consigli usar per buoni
Davanti al vero onor l'util ponendo.
Non trovare ad ognor false cagioni
Per abbassar i giusti, alzando i pravi,
D'avarizia e d'invidia avendo sproni.
Non saprei dar de' miei pensier le chiavi
All'ambizion, che mi portasse in alto
Alla fucina delle colpe gravi.
Non saprei il core aver di freddo smalto
Contro a pietà, talor nocendo a tale
Ch'io più di tutti nella mente esalto.
Non di loda onorar chiara immortale
Cesare e Silla, condannando a torto
Bruto e la schiera che più d'altra vale.
Non saprei camminar nel sentier corto
Dell'empia iniquità, lassando quello
Che reca pace al vivo, e gloria al morto.
Io non saprei chiamar cortese e bello
Chi sia Tersite; né figliuol d'Anchise
Chi sia di senno e di pietà rubello.
Non saprei chi più cor nell'oro mise
Dirlo Alessandro, e 'l paüroso e vile
Chiamarlo il forte che già l'Idra ancise.
Dir non saprei poeta alto e gentile
Mevio, giurando poi che tal non vide
Smirna, Manto e Fiorenza ornato stile.
Non saprei dentro all'alte soglie infide,
Per più mostrar amor, contr'a mia voglia,
Imitar sempre altrui se piange o ride.
Non saprei indovinar quel ch'altri voglia,
Né conoscer saprei quel che più piace,
Tacendo il ver che le più volte addoglia.
L'amico lusinghier doppio e fallace
Dir non saprei gentil, né aperto e vero
Se sempre parli quel che più dispiace.
Non saprei l'uom crudel chiamar severo,
Né chi lascia peccar chiamarlo pio,
Né che il tiranneggiar sia giusto impero.
Io non saprei ingannar gli uomini e Dio
Con giuramenti e con promesse false,
Né far saprei, quel ch'è d'un altro, mio.
Questo è cagion che non mi cal né calse
Ancor giammai di seguitar coloro
Ne' quai fortuna più che il senno valse.
Questo fa che il mio regno e 'l mio tesoro
Son gl'inchiostri e le carte, e più che altrove
Oggi in Provenza volentier dimoro.
Qui non ho alcun che mi domandi dove
Mi stia o vada, e non mi sforza alcuno
A gir pel mondo quando agghiaccia o piove.
Quando gli è il ciel seren, quando gli è bruno,
Son quel medesmo, e non mi prendo affanno,
Colmo di pace, e di dolor digiuno.
Non sono in Francia, ove abbia scorno e danno
S'io non conosco i vin, s'io non so bene
Qual vivanda è miglior di tutto l'anno;
Non nella Spagna, ove studiar conviene
Più che nell'esser poi, nel ben parere,
Ove frode e menzogna il seggio tiene;
Non in Germania, ove il mangiare 'l bere
M'abbia a tôr l'intelletto, e darlo in preda
Al senso, in guisa di selvagge fere.
Non sono in Roma, ove chi in Cristo creda,
E non sappia falsar né far veleni,
Convien che a casa con suo danno rieda.
Sono in Provenza, ove quantunque pieni
Di malvagio voler ci sian gl'ingegni,
L'ignoranza e il timor pon loro i freni.
Benché d'invidia e d'odio ognor sian pregni
Contro i miglior, per non veder più innante,
Restan troncati a mezzo i lor disegni.
Ma sia pur come può, l'alma ignorante
Se ben torto vorria, può nuocer poco,
Come sa chi ben n'ha provate alquante.
Or qui dunque mi sto prendendo in gioco
Il lor breve saver, le lunghe voglie,
Con le mie muse in solitario loco.
Non le gran corti, non l'eccelse soglie
Mi vedran gir coi lor seguaci a schiera,
Né di me avran troppo onorate spoglie
Avarizia e livor, ma pace vera.