SATIRA OTTAVA.
Per quantunque dolor m'astringa il core
Alessandra gentil, consorte cara,
Non può dramma scemar del nostro amore.
Né far potria l'empia mia sorte avara
Che del santo imeneo la invitta face
Non viva sempre in me più d'altra chiara.
In memoria di lei sol vinto giace
Ogni negro pensier, per lei ritorna
L'antiqua guerra in più tranquilla pace.
Ben mi sovvien quanto fu sempre adorna
Vostr'alma integra di pietade e fede,
Cui par non scorge il Sol, dovunque aggiorna.
Ben mi sovvien che d'esse altra mercede
Non aveste ancor mai, che doglia e pene,
Com'or sentite voi, com'altri vede.
Ma che possiam noi più, se lei che tiene
Sotto sé il mondo, e noi chiamiam Fortuna,
Con torta lance il mal ne dona e il bene?
Del nostro buono oprar sotto la luna
Eterna povertà, tristezza e scherno
Oggi s'acquista, e senza grazia alcuna.
Portiamo in pace; che se dritto scerno,
Di più nobil tesoro e in altra parte
Ci serva il premio il gran Monarca eterno.
Guardate pur nel mondo a parte a parte,
E vedrete Virtù negletta e nuda
Fuor del comun sentier sola in disparte.
E chi di lei seguir s'affanna e suda,
Coll'arme del soffrir da fame e gelo
Sovente è forza che si scherma e chiuda.
Chi non sa che il cammin da gire al cielo
È pien di spine ognor, sassoso ed erto
Che cangiar face innanzi tempo 'l pelo?
L'altro è sempre a chi vuol piano ed aperto
Che scende in basso alla città di Dite,
Onde i più vanno dietro al vulgo incerto.
Per questo andati son quei c'han seguìte
Ricchezze e regni, e in altrui danni e morte
Le scellerate voglie hanno compìte.
Ma vadan pur con le lor false scorte
Tutti, ché forse più che fuor non pare
Han lungo amaro, e le dolcezze corte.
Ogni saggio in fra noi terrà più care
Le nostre povertà, ch'oro e terreno
Pien di tristezza, se ben lieto appare.
Tal ride in vista, che s'asconde in seno
Pianto infinito; e spesso invidia s'have
Di tal, ch'è dentro di miseria pieno.
Non è vita più queta e più soave
Che 'l sentir seco la sua mente pia
Libera e scarca d'ogni colpa grave,
Morte sprezzando, e qualunque ella sia,
Nel cor sicuro che speranza e tema
Non ne faccia lasciar la dritta via.
Che nuocer puote all'uom, cui nullo prema
Desir di cosa che nel tempo pêra,
E nulla speri al mondo, e nulla tema?
Questo è lo scudo, e questa è l'arme vera
Vêr cui niente la fortuna vale,
Che ad ogni colpo suo sta ferma e intera.
Il viver qui come caduco e frale
Usar conviensi, fisso avendo il guardo
Al viver nostro poi, vero, immortale.
Ahi secol pigro al bene oprar sì tardo!
Come or son pochi che al divino e al sempre
Più che al breve e mortal prendan riguardo!
Qual è colui che in disusate tempre
Or non s'affanni in guadagnare affanni,
E con pena trovar la pena tempre?
Quello oggi spende saggiamente gli anni
Che col suo travagliar travaglia il mondo,
Cercando il suo profitto in gli altrui danni.
Oggi onor porta a null'altro secondo
Non chi giova e mantien, ma quel che solo
O l'amico o 'l vicin più mette in fondo.
Ma chi gli ha in pregio? l'ignorante stuolo.
Ed io so ben che andar vilmente veggio
Tal, che più d'essi riverisco e côlo.
Altro onor, Giove, altre ricchezze chieggio
Che non son queste, che un momento sgombra
E che van di dì in dì cangiando seggio.
Ch'altro è ricchezza poi, che una fals'ombra
D'immaginato ben, che lunge mostra
Dolce, e poi presso d'ogni amaro ingombra?
E voi, consorte pia, dell'alta nostra
Miseria estrema nulla doglia aggiate:
Mostrisi al tempo rio la virtù vostra.
Non è disnor la chiara povertate,
Anzi esser non potria fregio più bello,
Tra tanta nobiltà, tanta onestate.
Se mancava al venir l'empio flagello,
Forse Andromaca avria men chiaro 'l nome,
Cassandra, e l'altre del troiano ostello.
Cornelia, e quella che con brevi chiome
Seguìo 'l suo sposo, eterna vita avranno
Perché sepper portar sì gravi some.
Tempo dee ancor venir, s'io non m'inganno,
Che qual più in cima per fortuna sale
Porterà invidia all'onorato danno
Che il vostro alto valor farà immortale.