SATIRA OTTAVA.

By Luigi Alamanni

Per quantunque dolor m'astringa il core

Alessandra gentil, consorte cara,

Non può dramma scemar del nostro amore.

Né far potria l'empia mia sorte avara

Che del santo imeneo la invitta face

Non viva sempre in me più d'altra chiara.

In memoria di lei sol vinto giace

Ogni negro pensier, per lei ritorna

L'antiqua guerra in più tranquilla pace.

Ben mi sovvien quanto fu sempre adorna

Vostr'alma integra di pietade e fede,

Cui par non scorge il Sol, dovunque aggiorna.

Ben mi sovvien che d'esse altra mercede

Non aveste ancor mai, che doglia e pene,

Com'or sentite voi, com'altri vede.

Ma che possiam noi più, se lei che tiene

Sotto sé il mondo, e noi chiamiam Fortuna,

Con torta lance il mal ne dona e il bene?

Del nostro buono oprar sotto la luna

Eterna povertà, tristezza e scherno

Oggi s'acquista, e senza grazia alcuna.

Portiamo in pace; che se dritto scerno,

Di più nobil tesoro e in altra parte

Ci serva il premio il gran Monarca eterno.

Guardate pur nel mondo a parte a parte,

E vedrete Virtù negletta e nuda

Fuor del comun sentier sola in disparte.

E chi di lei seguir s'affanna e suda,

Coll'arme del soffrir da fame e gelo

Sovente è forza che si scherma e chiuda.

Chi non sa che il cammin da gire al cielo

È pien di spine ognor, sassoso ed erto

Che cangiar face innanzi tempo 'l pelo?

L'altro è sempre a chi vuol piano ed aperto

Che scende in basso alla città di Dite,

Onde i più vanno dietro al vulgo incerto.

Per questo andati son quei c'han seguìte

Ricchezze e regni, e in altrui danni e morte

Le scellerate voglie hanno compìte.

Ma vadan pur con le lor false scorte

Tutti, ché forse più che fuor non pare

Han lungo amaro, e le dolcezze corte.

Ogni saggio in fra noi terrà più care

Le nostre povertà, ch'oro e terreno

Pien di tristezza, se ben lieto appare.

Tal ride in vista, che s'asconde in seno

Pianto infinito; e spesso invidia s'have

Di tal, ch'è dentro di miseria pieno.

Non è vita più queta e più soave

Che 'l sentir seco la sua mente pia

Libera e scarca d'ogni colpa grave,

Morte sprezzando, e qualunque ella sia,

Nel cor sicuro che speranza e tema

Non ne faccia lasciar la dritta via.

Che nuocer puote all'uom, cui nullo prema

Desir di cosa che nel tempo pêra,

E nulla speri al mondo, e nulla tema?

Questo è lo scudo, e questa è l'arme vera

Vêr cui niente la fortuna vale,

Che ad ogni colpo suo sta ferma e intera.

Il viver qui come caduco e frale

Usar conviensi, fisso avendo il guardo

Al viver nostro poi, vero, immortale.

Ahi secol pigro al bene oprar sì tardo!

Come or son pochi che al divino e al sempre

Più che al breve e mortal prendan riguardo!

Qual è colui che in disusate tempre

Or non s'affanni in guadagnare affanni,

E con pena trovar la pena tempre?

Quello oggi spende saggiamente gli anni

Che col suo travagliar travaglia il mondo,

Cercando il suo profitto in gli altrui danni.

Oggi onor porta a null'altro secondo

Non chi giova e mantien, ma quel che solo

O l'amico o 'l vicin più mette in fondo.

Ma chi gli ha in pregio? l'ignorante stuolo.

Ed io so ben che andar vilmente veggio

Tal, che più d'essi riverisco e côlo.

Altro onor, Giove, altre ricchezze chieggio

Che non son queste, che un momento sgombra

E che van di dì in dì cangiando seggio.

Ch'altro è ricchezza poi, che una fals'ombra

D'immaginato ben, che lunge mostra

Dolce, e poi presso d'ogni amaro ingombra?

E voi, consorte pia, dell'alta nostra

Miseria estrema nulla doglia aggiate:

Mostrisi al tempo rio la virtù vostra.

Non è disnor la chiara povertate,

Anzi esser non potria fregio più bello,

Tra tanta nobiltà, tanta onestate.

Se mancava al venir l'empio flagello,

Forse Andromaca avria men chiaro 'l nome,

Cassandra, e l'altre del troiano ostello.

Cornelia, e quella che con brevi chiome

Seguìo 'l suo sposo, eterna vita avranno

Perché sepper portar sì gravi some.

Tempo dee ancor venir, s'io non m'inganno,

Che qual più in cima per fortuna sale

Porterà invidia all'onorato danno

Che il vostro alto valor farà immortale.