SATIRA PRIMA.
Da che stolti pensier, fra quanti inganni
Questa vita mortal sepolta giace,
Con che cieco penar si fuggon gli anni!
Come è, caro signor, l'antica pace
Morta nel mondo, e la virtù sbandita!
Sol vive e regna quanto al ciel dispiace.
Ma chi 'l vede oggi? ogni uom dritta e spedita
Crede prender la via ch'al ciel conduce
Scernendo altrui che forse l'ha smarrita.
Pensa il crudel che sol la mente induce
Al superbo regnar tra 'l sangue e l'oro
Esser d'alta virtù viv'ésca e luce,
Seco biasmando quant'or sono o fôro
Che Mercurio seguendo Apollo e Giove
Menâr con pace i queti giorni loro.
Né scorge il rio quanta più vera altrove,
Che in altrui danni, in altrui gloria e morte,
Per chi sa ben cercar, gloria si trove.
Sol che seco talor si riconforte,
Che sopra il suo vicin si stenda il regno,
Alla ragione e 'l ver chiuse ha le porte.
Né si cura al compir l'empio disegno
Travagliar l'alma, tal che d'ogni posa
Se stesso face in mille affanni indegno.
Se sonno il prende, di dormir non osa,
Ché quanto sente andar morte gli sembra:
Chi fa temere ogn'uom, teme ogni cosa.
Nettare, ambrosia, ognor che li rimembra
Di suo spietato oprar, come talvolta
Cicuta e tosco nel gustar gli assembra!
Quella dolcezza ancor, che il mondo accolta
Ha più che in altro mai, ne' fidi amici
(Né forse il crede l'uom), tutta gli è tolta.
Non lui, non già, ma i giorni suoi felici
Ama chi 'l segue, come san ben poi
Quei che in esilio van soli e mendici.
E ciò intendendo, quanto il giovi o nôi
A se medesmo appena aprir consente,
Ché appena s'ama ei sol fra tutti i suoi.
L'altro, che quale or noi drizza la mente
Ai fer tiranni che piangendo chiama
Regi, Duci e Signor la sciocca gente,
Gli danna e fugge, ed altrimenti brama,
Che seguendo il suo stil, quaggiù trovare
Vivo pace ed onor, morendo fama.
E per merci portar pregiate e care,
Ricerca il Ponto e i rifei monti ancora,
Né sa restar finché s'agghiacci il mare.
Non l'alto albergo in cui si tien l'Aurora
Giace ascoso da lui, no 'l fonte estremo
Onde il mondo a partir Nilo esce fuora.
Né l'avaro voler tornando scemo,
Tenta nuovo cammin, dove non mai
Vela ancor vide il gran Nettuno o remo;
Per cui forse è nel ciel men chiaro assai
Chi segnò Calpe, e n'ha vergogna ed ira
Chi di suo poco ardir s'accorge omai.
Poi, qualor Euro più benigno spira,
Cerca altro mondo, in cui sovente il Sole
Stampa ombra dritta ovunque alluma e gira.
E vedendo ivi alcun forse si duole
Di non tanto scaldar quanto altri disse,
Che delle cinque pon due parti sole;
Tal che i perigli, i lunghi error d'Ulisse
Scilla, Ciclopi, Arpie, Sirti e Sirene
Di cui per mille allor si disse e scrisse,
Son quasi nulla, ai gran travagli e pene
Ch'oggi parte maggior del mondo cieco
Sol per oro acquistar quaggiù sostiene.
Oh veder corto uman, c'hai tu con teco
Se Dario o Crasso ancor men ricco sia!
Nudo è poi tal, che più ricchezze ha seco.
Come lunge ha da sé la dritta via
Chi per posa trovar sempre s'affanna,
E dopo il pasto ha più fame che pria.
Aprite gli occhi che l'usanza inganna:
Gloria stessa vi par quel ch'è vergogna,
Pace quel sol che a faticar condanna.
Altre arme, altro sentier prender bisogna
Per cosa guadagnar, ch'altri si crede
Spesso in braccio tener, ma vegghia e sogna.
Parte è nel mondo poi che sola erede
Si fa di gloria aver, pace e virtude,
E sola al suo estimar più lunge vede.
Questi son quei che dalla santa incude
Trovan formate in noi leggi e costumi,
Sotto cui forse il sommo ben si chiude.
Questi, onde ogn'altro poi quaggiù s'allumi,
Volgon l'antiche e le moderne carte
Chiamando il resto sol nebbia, ombre e fumi.
Questa è infra tutti là più chiara parte:
Rendale onor ciascun, ché n'è ben degna
Cui l'intender là su dal vulgo parte.
Questa sol che il sentier dritto segna
Di pace in terra aver, vita nel cielo,
Sempre alto guarda, e mirar basso sdegna.
Come va ne' pensier cangiando il pelo
Pallida e macra, e ben dimostra il volto
Le vigilie, i digiun fra il caldo e il gelo!
Come in lor sembra, a chi riguarda, accolto
Con mille altre virtù divin dispregio
Di quanto apprezza il secol nostro stolto!
Ahi cieca gente, che l'hai troppo in pregio,
Tu credi ben che questa ria semenza
Abbian più d'altri grazia e privilegio;
Ch'altra trovi oggi in lei vera scïenza
Che di simulazion, menzogne e frodi?
Beato il mondo che sarà mai senza.
Fugge ognor povertà, benché la lodi:
L'esser casto ed umìl brama in altrui,
A nostra libertà tessendo nodi.
Chi potesse entro il sen guardar colui
Ch'alto sedendo di biasmar non stanca,
Forse un vedrebbe in lui contrario a lui.
O santa veste e bigia e nera e bianca,
Quanto a te, più che al ferro argento ed auro,
Pace, fede e virtù talvolta manca!
Non è posto entro al ciel d'essi il tesauro,
Ch'avarizia, ambizion, l'ozio e le piume
Non han servi maggior dall'Indo al Mauro.
Oh quanto è dal parlar lunge il costume!
Questo è d'odio mortal, d'invidia pregno;
Quel di vera bontà ci spande un fiume.
Ah lingua, taci e schiva ira e disdegno!
Ché chi i difetti lor discuopre e canta,
Del ben ch'altri ha lassù lo fanno indegno.
Tacciomi adunque; or veggia il mondo quanta
Viva in essi o in altrui di virtù forma.
Si dirà ben del ciel secca ogni pianta
E che sia morto il ver, non pur ch'ei dorma.