SATIRA QUARTA.
O Santo Vecchio, a cui del ciel le chiavi
Da quel che noi salvò fur date in terra,
E lo sciorre e il legar le colpe gravi;
Se giusto sdegno non gli torce e serra,
Deh! volgi gli occhi omai sopra il tuo gregge
Che contro ai detti tuoi vaneggia ed erra.
Mira color che la tua santa legge
Forse imitaro un tempo, or fatti tali
Che pur gli ha a schivo chi ne parla o legge.
Ben penserai fra te l'empie e mortali
Colpe di quel che Dio privò del cielo
Non esser quasi a queste d'oggi eguali.
Agli occhi lor s'adombra eterno velo
Di quanti sono error, di quanti inganni,
Tosto che han raso dalla testa il pelo.
Non ha il mondo dolor, non porta affanni,
Che tutto da costor non nasca e viva,
Lorda sementa di vergogna e danni.
L'alta umiltà, la santa voglia schiva
Delle pompe mortal, si trova in loro
Men che delfin nella selvaggia riva.
Cercan per tutte vie terre e tesoro,
Non per ornarsi delle sante fronde
Di querce antica e d'onorato alloro;
Non per aver per cui sì larga abonde
L'accesa carità dal divo esempio
In quei che al mondo povertade asconde;
Non per alzar nel tuo sacrato tempio,
O per donare a chi vilmente nega
Il gran nome cristian dovuto scempio;
Non per nutrir chi giorno e notte prega
Il comun Redentor, che pio divegna
Di chi peccando al sentier manco piega.
Anzi ciascun di posseder s'ingegna
Per poi tiranneggiar questo e quel loco,
Levando al sommo la vil gente indegna;
Per accender con quella eterno foco
Infra regi e signor che mai non mora,
Ogni danno che vien, prendendo in gioco.
Guarda, alto vecchio, sopra cui dimora,
Già son tanti anni, quel sacrato manto
Che tue membra vestì viventi ancora.
Ben vederai ch'egli hanno in odio tanto,
Quanto l'amasti tu, quïete e pace:
Tu bramasti altrui ben, questi altrui pianto.
Oggi privo d'onor negletto giace
Il nome ancor del tuo maestro eterno,
Mercè di questi, cui ben far dispiace.
Come gioco talor mi sembra e scherno
Veder, chi puote in ciel mandare altrui,
Mandar se stesso nel più basso inferno.
Forse error greve fia biasmar colui
Che per te leva le celesti insegne
E t'appresenta co' seguaci sui.
Ma l'opre di costor son fatte indegne
Di quello onor che il nome solo apporta,
Più che le tue non fur di tempio degne.
Ove han quella umiltà, tua fida scorta
Al seguitar del tuo maestro i passi,
Che la celeste via ti fe si corta?
Ove l'han, dirò? in far che ogn'uomo abbassi
Le ginocchie e la testa, e monte in ira
Il minimo di lor, se ciò non fassi?
In ch'altro la superba mente aspira;
Che nel signoreggiar li uomini e Dio
E quanto oggi per lui si muove e spira?
A chi menzogna estima il parlar mio,
Quanto la terra e 'l mar circonda e bagna
Dical per me, ché ben lo san com'io.
Non porta cavalier sì fiero Ispagna,
Sì pien di boria, sì sdegnoso e schivo,
Come son questi onde ogni buon si lagna.
Ove han costor quel chiaro fonte vivo
Di caritate, onde il gran vostro Duce
Infuse a tutti voi sì largo rivo?
Ove l'han, dirò io? ché tanto luce
In lor questa virtù ch'ogn'altra avanza,
Quanto in abisso la celeste luce.
Usan sol carità, s'hanno speranza
Di poco seme molto frutto accôrre,
Come oggi par de' più cortesi usanza.
Di lor nessuno a povertà soccorre;
Credo bensì ch'a voi, Giovanni e Piero,
Vorrian senza donar le reti tôrre.
Ma che dico io? ch'è non lontan dal vero
Ch'usan più carità che il mondo insieme,
In cui lascivamente hanno il pensiero.
Folle chiaman fra lor colui cha teme
Spender ne' suoi desir tanto in un giorno,
Che in mille ricovrar non abbia speme.
Quale ha femmina pur dentro o d'intorno
Sì vil Bologna, che se a Roma viene
Non abbia in breve d'abondanza il corno?
Se quante Roma nel suo sen ritiene
Cianghelle e Lapi, fosser Lini e Cleti,
Forse del ciel avria più larga spene.
Taccian fra lor filosofi e poeti!
Ché quella donna sol si ascolta e loda,
Ch'aggia più modi al suo mestier segreti.
Là non si trova chi trionfi e goda
Se non sa dir con quante e quai maniere
L'ermafrodito i suoi vincigli annoda.
Ché il soverchio mangiar, l'estremo bere
Gl'induce a tal, che mal contenti sono
Nel natural confin lor voglie avere.
E chi se stesso lascia in abbandono
Dalla gola portar dovunque il mena,
Moderato voler non sente o buono.
Nella privata lor più stretta cena
Voglion di tanti vin, tante vivande,
Che tal Lucullo pur ne vide appena.
Ben si ponno schernir le antiche ghiande;
Ch'oggi convien che il ciel, la terra, il mare
Novi altri cibi a satisfarli mande.
Che tormenti crudel, che pene amare
Sente il pesce e l'uccel davanti a morte,
Se alquanto segno d'amo o d'esca appare!
Non trovò di martìr sì nuova sorte
Sopra i cristian l'Apostata Giuliano
Com'oggi in questi la Romana Corte!
Molto importa a saver s'in monte o in piano
Venghin pasciute le selvagge prede,
S'aggia riviera o mar presso o lontano;
S'ivi il Settentrione all'Austro cede,
Ché quel dona sapor, quell'altro impingua,
O s'all'aperto ciel, s'al chiuso siede.
Così convien con arte si distingua
Il sito, il tempo, l'aria e la stagione,
Opra di chiara e non d'oscura lingua.
Che dirò del fagian, che del cappone,
Che per aver più cara la pastura
La madre e i frati nel suo ventre pone!
Né l'ingegnoso Dedalo tal cura
Pose, fuggendo, a fabbricar quell'ale
In cui già vinta si chiamò natura.