SATIRA SESTA.
Poscia che andar collo invescato piede
Vi veggio errando in gli amorosi campi,
Mi sforza a ragionar pietate e fede.
Ch'io so per prova come ognor s'avvampi,
Come vivendo a mille morti viensi,
Né trovar puossi chi da lor ci scampi.
So come la ragion va preda a' sensi,
E come d'ogni ben selvaggio e schivo
Solo a danni trovar si sudi e pensi.
Io, ch'or disciolto a me medesmo vivo,
Né mi cal d'altri, in mille lacci e mille
Fui già di libertà più d'altri privo.
Ma tosto spente in me quelle faville,
Sì ben vid'io quanto se stesso inganni
Chi sospiri in amor, chi pianto stille.
Deh come avrebbe men vergogna e danni
Chi potesse mirar coll'occhio sano
Pur un dì la cagion di tanti affanni!
Ma nol consente Amor c'ha preso in mano
Il fren dell'alme, e ne rivolge e sprona
Sempre al cammin di nostro ben lontano.
E con false promesse al cor ragiona,
Lunge mostrando dolce, e presso poi
Assenzio è l'esca che a' suoi servi dona.
Non vi affidate agli argomenti suoi,
Giovin; sappiate che chi donna segue,
Segue quanto di mal si trova in noi;
Che non dà notte e dì pace né tregue
Al fabricar per noi menzogne e frode,
Pur che l'empio desir con l'opre adegue.
Né qui vinca il mio dir chi pregio e lode
Le dà in Parnaso, ché da questi tali
Più di bel che di ver, leggendo, s'ode.
Anch'io con Febo gli amorosi strali
Al santo bosco già cantai dintorno,
E so quante menzogne io dissi e quali.
Ma il vero è questo poi, che danno e scorno
Tal ha chi in donna i suoi pensier annida,
Che men duole 'l passar l'estremo giorno.
Miser chi prende per compagna fida
Lei che se stessa più che il mondo estima,
E che a morte e disnor tutt'altro guida.
Pensa ciascuna in sé d'esser la prima
Per beltà, per valor, per leggiadria,
E di senno e d'onor sedersi in cima.
Pensan tutte tener la dritta via
Del vero oprar, da cui son sì lontane,
Che chi 'l vedesse pur né fu né fia.
Se le francesche insegne, o se l'ispane
Dên vittoria portar, sol esse il sanno,
E le sentenze altrui son folli e vane.
Quanto il ciel ne prometta d'anno in anno
Taccia Guido Bonatti e taccia Asdente,
Ch'elle, se credon ben, più d'essi 'l sanno.
Elle san più d'altrui, che, perché sente
Livio del padovan, sia Crispo avanti,
E come a' Greci ancor l'istoria mente.
Che 'l Mantovan le voci al ciel sonanti
Già mai non pieghi, e ch'alto e basso Omero,
Come lo guida il bel suggetto, canti.
Fan de' duoi Fiorentin giudicio intero,
Lodando in questo il dir, la tèma in quello,
Più di dir vaghe che d'udirne il vero.
Convien che ornato sia, leggiadro e bello
Quanto a lor piace; e chi 'l contrario accerta,
Di lor grazie e d'amor sen va rubello.
Poi, quando una di lor ne vien coperta.
Di gemme e d'oro, dallo specchio fido
Suo consiglier per cui si scerne aperta,
Con tanti odor, che men ne porta al nido
L'alma Fenice, e più color nel volto
Che là verso l'april fiorito lido;
Quale stil chiaro o parlar dotto sciolto
Potrìa agguagliar, non qual sia, dico, allora,
Ma qual si estima il suo pensiero stolto?
Forse in fra l'altre di men grido fôra
(S'ella credesse il ver) la Greca a Troia,
O chi venti anni interi attese un'ora.
Quanto incontro le vien, le apporta noia,
Perché cosa mortal non degna appena;
Solo ha di sé mirar diletto e gioia.
Che più dirò di lor? ciascuna è piena
Cotal d'orgoglio e di superbia vana,
Che non ha Francia tal, non dico Siena.
Sappiate, o servi umìl di voglia insana,
Tanto voi scorge in fra le basse genti,
Quanto Appenin dove la terra è piana.
Vero è, che se talor l'altere menti
Punge avarizia, lor compagna eterna,
Forse di poco allor vi fan contenti.
Ma s'oro o gemme non sovente scerna,
Il suo dolce parlar men tempo dura,
Che l'aperto seren se Aquario verna.
Non di virtù, non d'altra lode ha cura,
Non di spirto gentil, non sangue altero,
Ma tesoro e terren fra noi misura.
Se non porta a saziar l'empio pensiero
Che Mida e Crasso a trista morte addusse,
Stia lunge Achille, e non s'appressi Omero.
Sallo Amfiarao se in bella donna fusse
Tal verme ascoso, e gli costò sì caro
Che al preveduto fin per lui s'indusse.
Nasce la donna e 'l vil concetto avaro,
Come con gelosia si sente amore
Venir sempre d'un parto a paro a paro.
Forse alcun pensa c'ha piagato il core,
Che sol la induri nell'altrui preghiere
Castità vera e ver desìo d'onore.
Non desìo no d'onor, desìo d'avere,
Che la vil merce lor che nulla vale,
Pur con farla bramar, la fan valere.
O dispregiato Amor, già fatto tale
Che all'impudica voglia, alla ricchezza
Vinto soggiace 'l tuo pungente strale!
Ché ciò che il mondo scioccamente apprezza
Talor di sì vil gente in preda dànno,
Che ancider si dovrìa chi non le sprezza.
Quante severe alteramente vanno,
Che chi cura il giardin, chi fasci porta
Come pudiche sien per prova il sanno!
Oggi usa dir la gentil donna accorta,
Che il giovin sozzo e vil, dal mondo abietto,
Più che i Narcisi, altrui dolcezza apporta.
Da costui nulla mai le vien disdetto,
E senza tema lo comanda e sforza
Sfrenatamente a più d'un suo diletto.
Guida la barca; e se il buon vento ha forza,
Spiega le vele o le raccoglie e stringe,
Come più piace a lei, per poggia od orza.
E con gli amanti suoi se stessa finge
Sì di ciò schiva, che Lucrezia appena
Cotal l'antica età ricorda e pinge.
Né pur molta a trovar si prende pena
Semiramis e Bibli, e Mirra ria,
Onde ogni villa, anzi ogni casa è piena.
Quante ha Pasife alla sua torta via?
Che se ciascuna il Minotauro avesse,
Di vie più di un Teseo mestier sarìa.
Oh! chi dentro 'l suo sen guardar potesse,
Quante portan dagli orti erbette e fiori,
Ch'empia savina ancor vedrebbe in esse!
Quanti son parti pria del mondo fuori
Che l'abbian visto, per non far palesi
Della spietata madre i lunghi errori!
Quanti han mariti crudelmente offesi
Dall'adultera man cicuta e tosco
Dal letto genital non ben difesi!
Anzi d'un occhio, se ben fosse losco,
Che d'uno sposo sol contenta fôra
Ciascuna, e stando ancor tra i porci al bosco.
O Messalina, se tu pur allora
Fosti al seggio comun larga a chi volle,
Quelle che stan fra noi ne sono ognora,
Dicendo a ciaschedun, ch'ei primo tolle
Della sua castità lo invitto fiore;
Ma chi il credessi, si confessi folle.
Oh! se si scopre in lor ben poco errore;
Non vergogna dirò c'hanno sbandita,
Ma che sdegno e furor l'accende il core.
Chiaman quant'è potenza in cielo unita
Per testimon di sue menzogne chiare,
Cosa negando che pur lì si addita.
Ma lui sen fugga onde il lor fallo appare,
Ché non pure Atteon farebbon cervo,
Ma qual verme ha più vil la terra e 'l mare.
Né pur l'ancilla e lo innocente servo
Ne sentan pena, che sì lunge scocca
L'arco dell'ira lor, che schianta il nervo.
Sempre ha vendetta in sommo della bocca
Femmina irata, che per poco oltraggio
Odio, rabbia e venen dal cor le fiocca.
Né pensi alcun per buon consiglio saggio
Già mai placarla, ché men crudo è l'aspe,
Quanto più cuoce il Sol, passato il maggio;
Quasi empia tigre intorno all'onde caspe
Che non s'acqueta fin che 'l sangue scorga,
O il fil troncato che la Parca innaspe.
E per torto o ragion che ad altri porga
Danno o vergogna, gliene cal sì poco,
Che udir non degna chi di ciò s'accorga,
Dicendo accesa di sdegnoso foco:
Così comando e voglio, e regni e prenda
Questa mia volontà di legge loco.
Chi dunque esser potrà che noi difenda?
Cerere e Bacco, pur ch'aggiunti insieme,
Fan ch'altra fiamma altre sue parti incenda.
Queste sono, e le piume e l'ozio, il seme
Di quel desir che vince orgoglio ed ira,
E più le fa piacer chi più le preme.
Taccia chi dietro ognor la mente gira
Nel tempo occorso, in cui già Sparta e Roma
Spregiò quel dio che a pensier nullo aspira.
Stassi lungi da noi vostro idïoma,
Licurgo e Numa, ché il soverchio vino
Non porta in donna di vergogna soma.
Fosse or quanto più può chiuso il mattino,
Che al baciar di tue figlie, o giusto Cato,
Altro odor fôra che conocchia o lino.
Oggi i più caldi cibi e 'l vin pregiato
La fida serva alla sua donna porta
Ancor nel letto, e poi lo specchio allato.
Questa al torto sentier sicura scorta
Prende tal forza in lei, che a nullo poi
De' lascivi parlar chiude la porta.
E in ogni tempo e loco i detti suoi
Son di contar qual esca, e in qual maniera
Più dolce torni al gusto, o più l'annoi.
Poi, narrando di vin sì fatta schiera,
Che tanta Cinciglion ne seppe appena,
Va distinguendo estate e primavera.
L'un sazia, e l'altro è buon ch'appresso cena
Fa risentir la già smarrita voglia,
E col tal cibo il tal riprende lena.
E quant'Ecuba già nel cor s'addoglia,
Se 'l suo cinghial, se 'l cervo, o la pernice
Trovi più cotto o men che 'l dritto voglia.
E tanto a questo e quel tornando dice,
Che, non pur altri, sé medesma aggreva,
E così crede aver l'età felice.
Questo è il suo bello oprar ch'alto si leva:
Questa è la rocca, che sì spesso vede,
Come Etiopia il ciel, che ghiaccia e neva.
Non or tra l'ago e 'l fil nascosa siede
Dolce cantando alla famiglia intorno
Di qual più sia di casto nome erede,
Quanto sia in esse ricco fregio adorno
L'esser pudica più che vaga e bella:
Quel sempre vive, e questo dura un giorno.
Oggi tra lor nell'ozio si favella
Di chi prendesse mai più corta strada
Da ingannare i mariti, o questa o quella.
Oggi terria la casta Greca a bada
I Proci suoi con lor vivendo in esca,
Non coll'opra gentil, che a nulle aggrada.
Qual maraviglia se di voi m'incresca,
Veggendovi io seguir, diletto amico,
Chi di falso parer le menti adesca?
Ché tutto è in donna quanto io canto e dico,
E tanto più, che a dirlo stanco fôra
Quanto ha moderno stil, quanto ha d'antico.
Tirate dunque il piè per tempo fuora
Anzi che il vostro error prenda costume,
Ché gli è vizio l'amar chi solo adora
Vener, Bacco, tesor, l'ozio e le piume.