SATIRA SESTA.

By Luigi Alamanni

Poscia che andar collo invescato piede

Vi veggio errando in gli amorosi campi,

Mi sforza a ragionar pietate e fede.

Ch'io so per prova come ognor s'avvampi,

Come vivendo a mille morti viensi,

Né trovar puossi chi da lor ci scampi.

So come la ragion va preda a' sensi,

E come d'ogni ben selvaggio e schivo

Solo a danni trovar si sudi e pensi.

Io, ch'or disciolto a me medesmo vivo,

Né mi cal d'altri, in mille lacci e mille

Fui già di libertà più d'altri privo.

Ma tosto spente in me quelle faville,

Sì ben vid'io quanto se stesso inganni

Chi sospiri in amor, chi pianto stille.

Deh come avrebbe men vergogna e danni

Chi potesse mirar coll'occhio sano

Pur un dì la cagion di tanti affanni!

Ma nol consente Amor c'ha preso in mano

Il fren dell'alme, e ne rivolge e sprona

Sempre al cammin di nostro ben lontano.

E con false promesse al cor ragiona,

Lunge mostrando dolce, e presso poi

Assenzio è l'esca che a' suoi servi dona.

Non vi affidate agli argomenti suoi,

Giovin; sappiate che chi donna segue,

Segue quanto di mal si trova in noi;

Che non dà notte e dì pace né tregue

Al fabricar per noi menzogne e frode,

Pur che l'empio desir con l'opre adegue.

Né qui vinca il mio dir chi pregio e lode

Le dà in Parnaso, ché da questi tali

Più di bel che di ver, leggendo, s'ode.

Anch'io con Febo gli amorosi strali

Al santo bosco già cantai dintorno,

E so quante menzogne io dissi e quali.

Ma il vero è questo poi, che danno e scorno

Tal ha chi in donna i suoi pensier annida,

Che men duole 'l passar l'estremo giorno.

Miser chi prende per compagna fida

Lei che se stessa più che il mondo estima,

E che a morte e disnor tutt'altro guida.

Pensa ciascuna in sé d'esser la prima

Per beltà, per valor, per leggiadria,

E di senno e d'onor sedersi in cima.

Pensan tutte tener la dritta via

Del vero oprar, da cui son sì lontane,

Che chi 'l vedesse pur né fu né fia.

Se le francesche insegne, o se l'ispane

Dên vittoria portar, sol esse il sanno,

E le sentenze altrui son folli e vane.

Quanto il ciel ne prometta d'anno in anno

Taccia Guido Bonatti e taccia Asdente,

Ch'elle, se credon ben, più d'essi 'l sanno.

Elle san più d'altrui, che, perché sente

Livio del padovan, sia Crispo avanti,

E come a' Greci ancor l'istoria mente.

Che 'l Mantovan le voci al ciel sonanti

Già mai non pieghi, e ch'alto e basso Omero,

Come lo guida il bel suggetto, canti.

Fan de' duoi Fiorentin giudicio intero,

Lodando in questo il dir, la tèma in quello,

Più di dir vaghe che d'udirne il vero.

Convien che ornato sia, leggiadro e bello

Quanto a lor piace; e chi 'l contrario accerta,

Di lor grazie e d'amor sen va rubello.

Poi, quando una di lor ne vien coperta.

Di gemme e d'oro, dallo specchio fido

Suo consiglier per cui si scerne aperta,

Con tanti odor, che men ne porta al nido

L'alma Fenice, e più color nel volto

Che là verso l'april fiorito lido;

Quale stil chiaro o parlar dotto sciolto

Potrìa agguagliar, non qual sia, dico, allora,

Ma qual si estima il suo pensiero stolto?

Forse in fra l'altre di men grido fôra

(S'ella credesse il ver) la Greca a Troia,

O chi venti anni interi attese un'ora.

Quanto incontro le vien, le apporta noia,

Perché cosa mortal non degna appena;

Solo ha di sé mirar diletto e gioia.

Che più dirò di lor? ciascuna è piena

Cotal d'orgoglio e di superbia vana,

Che non ha Francia tal, non dico Siena.

Sappiate, o servi umìl di voglia insana,

Tanto voi scorge in fra le basse genti,

Quanto Appenin dove la terra è piana.

Vero è, che se talor l'altere menti

Punge avarizia, lor compagna eterna,

Forse di poco allor vi fan contenti.

Ma s'oro o gemme non sovente scerna,

Il suo dolce parlar men tempo dura,

Che l'aperto seren se Aquario verna.

Non di virtù, non d'altra lode ha cura,

Non di spirto gentil, non sangue altero,

Ma tesoro e terren fra noi misura.

Se non porta a saziar l'empio pensiero

Che Mida e Crasso a trista morte addusse,

Stia lunge Achille, e non s'appressi Omero.

Sallo Amfiarao se in bella donna fusse

Tal verme ascoso, e gli costò sì caro

Che al preveduto fin per lui s'indusse.

Nasce la donna e 'l vil concetto avaro,

Come con gelosia si sente amore

Venir sempre d'un parto a paro a paro.

Forse alcun pensa c'ha piagato il core,

Che sol la induri nell'altrui preghiere

Castità vera e ver desìo d'onore.

Non desìo no d'onor, desìo d'avere,

Che la vil merce lor che nulla vale,

Pur con farla bramar, la fan valere.

O dispregiato Amor, già fatto tale

Che all'impudica voglia, alla ricchezza

Vinto soggiace 'l tuo pungente strale!

Ché ciò che il mondo scioccamente apprezza

Talor di sì vil gente in preda dànno,

Che ancider si dovrìa chi non le sprezza.

Quante severe alteramente vanno,

Che chi cura il giardin, chi fasci porta

Come pudiche sien per prova il sanno!

Oggi usa dir la gentil donna accorta,

Che il giovin sozzo e vil, dal mondo abietto,

Più che i Narcisi, altrui dolcezza apporta.

Da costui nulla mai le vien disdetto,

E senza tema lo comanda e sforza

Sfrenatamente a più d'un suo diletto.

Guida la barca; e se il buon vento ha forza,

Spiega le vele o le raccoglie e stringe,

Come più piace a lei, per poggia od orza.

E con gli amanti suoi se stessa finge

Sì di ciò schiva, che Lucrezia appena

Cotal l'antica età ricorda e pinge.

Né pur molta a trovar si prende pena

Semiramis e Bibli, e Mirra ria,

Onde ogni villa, anzi ogni casa è piena.

Quante ha Pasife alla sua torta via?

Che se ciascuna il Minotauro avesse,

Di vie più di un Teseo mestier sarìa.

Oh! chi dentro 'l suo sen guardar potesse,

Quante portan dagli orti erbette e fiori,

Ch'empia savina ancor vedrebbe in esse!

Quanti son parti pria del mondo fuori

Che l'abbian visto, per non far palesi

Della spietata madre i lunghi errori!

Quanti han mariti crudelmente offesi

Dall'adultera man cicuta e tosco

Dal letto genital non ben difesi!

Anzi d'un occhio, se ben fosse losco,

Che d'uno sposo sol contenta fôra

Ciascuna, e stando ancor tra i porci al bosco.

O Messalina, se tu pur allora

Fosti al seggio comun larga a chi volle,

Quelle che stan fra noi ne sono ognora,

Dicendo a ciaschedun, ch'ei primo tolle

Della sua castità lo invitto fiore;

Ma chi il credessi, si confessi folle.

Oh! se si scopre in lor ben poco errore;

Non vergogna dirò c'hanno sbandita,

Ma che sdegno e furor l'accende il core.

Chiaman quant'è potenza in cielo unita

Per testimon di sue menzogne chiare,

Cosa negando che pur lì si addita.

Ma lui sen fugga onde il lor fallo appare,

Ché non pure Atteon farebbon cervo,

Ma qual verme ha più vil la terra e 'l mare.

Né pur l'ancilla e lo innocente servo

Ne sentan pena, che sì lunge scocca

L'arco dell'ira lor, che schianta il nervo.

Sempre ha vendetta in sommo della bocca

Femmina irata, che per poco oltraggio

Odio, rabbia e venen dal cor le fiocca.

Né pensi alcun per buon consiglio saggio

Già mai placarla, ché men crudo è l'aspe,

Quanto più cuoce il Sol, passato il maggio;

Quasi empia tigre intorno all'onde caspe

Che non s'acqueta fin che 'l sangue scorga,

O il fil troncato che la Parca innaspe.

E per torto o ragion che ad altri porga

Danno o vergogna, gliene cal sì poco,

Che udir non degna chi di ciò s'accorga,

Dicendo accesa di sdegnoso foco:

Così comando e voglio, e regni e prenda

Questa mia volontà di legge loco.

Chi dunque esser potrà che noi difenda?

Cerere e Bacco, pur ch'aggiunti insieme,

Fan ch'altra fiamma altre sue parti incenda.

Queste sono, e le piume e l'ozio, il seme

Di quel desir che vince orgoglio ed ira,

E più le fa piacer chi più le preme.

Taccia chi dietro ognor la mente gira

Nel tempo occorso, in cui già Sparta e Roma

Spregiò quel dio che a pensier nullo aspira.

Stassi lungi da noi vostro idïoma,

Licurgo e Numa, ché il soverchio vino

Non porta in donna di vergogna soma.

Fosse or quanto più può chiuso il mattino,

Che al baciar di tue figlie, o giusto Cato,

Altro odor fôra che conocchia o lino.

Oggi i più caldi cibi e 'l vin pregiato

La fida serva alla sua donna porta

Ancor nel letto, e poi lo specchio allato.

Questa al torto sentier sicura scorta

Prende tal forza in lei, che a nullo poi

De' lascivi parlar chiude la porta.

E in ogni tempo e loco i detti suoi

Son di contar qual esca, e in qual maniera

Più dolce torni al gusto, o più l'annoi.

Poi, narrando di vin sì fatta schiera,

Che tanta Cinciglion ne seppe appena,

Va distinguendo estate e primavera.

L'un sazia, e l'altro è buon ch'appresso cena

Fa risentir la già smarrita voglia,

E col tal cibo il tal riprende lena.

E quant'Ecuba già nel cor s'addoglia,

Se 'l suo cinghial, se 'l cervo, o la pernice

Trovi più cotto o men che 'l dritto voglia.

E tanto a questo e quel tornando dice,

Che, non pur altri, sé medesma aggreva,

E così crede aver l'età felice.

Questo è il suo bello oprar ch'alto si leva:

Questa è la rocca, che sì spesso vede,

Come Etiopia il ciel, che ghiaccia e neva.

Non or tra l'ago e 'l fil nascosa siede

Dolce cantando alla famiglia intorno

Di qual più sia di casto nome erede,

Quanto sia in esse ricco fregio adorno

L'esser pudica più che vaga e bella:

Quel sempre vive, e questo dura un giorno.

Oggi tra lor nell'ozio si favella

Di chi prendesse mai più corta strada

Da ingannare i mariti, o questa o quella.

Oggi terria la casta Greca a bada

I Proci suoi con lor vivendo in esca,

Non coll'opra gentil, che a nulle aggrada.

Qual maraviglia se di voi m'incresca,

Veggendovi io seguir, diletto amico,

Chi di falso parer le menti adesca?

Ché tutto è in donna quanto io canto e dico,

E tanto più, che a dirlo stanco fôra

Quanto ha moderno stil, quanto ha d'antico.

Tirate dunque il piè per tempo fuora

Anzi che il vostro error prenda costume,

Ché gli è vizio l'amar chi solo adora

Vener, Bacco, tesor, l'ozio e le piume.