SATIRA TERZA.
Or mi minaccia il mondo, e m'odia, e teme,
Quando prender lo stil mi sente in mano
Che i miglior fa più belli, e gli altri preme.
Dice fra sé ciascun c'ha poco sano
Dentro il pensier, come l'altrui biasmare
Come dal bene oprar sempre è lontano!
Poi quando è dove io son, contrario appare,
Loda Aronca e Lucilio, e me fors'anco
Ardito di seguir lor forme chiare.
Fato è che il negro in voi ritorni bianco,
Se non volete pur che negro il chiami
Tal che di bene oprar dicendo è stanco.
Io non cerco odio in voi, ma i santi rami
Del biondo Apollo, onde prometto e giuro
Che tal farò che tutto il mondo m'ami.
Opri pur mal chi può lieto e sicuro,
Ché dell'altrui disnor mia lingua tace,
Né fin ch'altro potrò più d'esso curo.
Godi pur, Francia; e poi che sol ti piace,
Segui Vener, le piume, e l'ozio e 'l vino,
Virtù fuggendo e quanto al senso spiace.
Né l'amico fedel, servo o vicino
Ti caglia aver per te dannaggio o morte;
Vivi, e governi poi tutto il destino.
Vivi; e perdendo, non colpar la sorte,
Ma pensa sol, ch'ogni tuo mal che viene
Tu stessa il faccia, e 'l ben fortuna apporte.
Tu, Spagna infida, quanto hai dolce e bene
Metti pur nel mal far, che più non canto,
Quantunque fren d'onor nulla ti tiene.
Abbia in te il peccator più pregio e vanto
Che 'l Fiammingo e 'l German quand'ebbro cade,
E in più scherno abbia altrui dov'è più santo.
Segui Avarizia, scaccia Lealtade,
Tal che ti vinca il rozzo Elvezio appena,
In cui l'opre d'onor son brevi e rade.
Né il poco creder tuo vista terrena
Passi d'un palmo, onde Granata ognora
Sia, non pur gli altri, di vergogna piena.
Pensa che l'alma in noi col corpo mora;
Sol l'Italia rubar, prometter molto
E mai nulla attener quaggiù t'onora.
Viva il Lombardo ancor da tema sciolto
De' gravi biasmi miei, ché più non dico...
Fine oggi impongo ad altra tema volto.
Vivi a te stesso pur, vivi inimico
Al Guelfo, al Ghibellin, pur sempre sia,
Più l'altrui danno che il ben proprio amico.
Né gli occhi aprite a contemplar la via
Che voi vil servi a trista morte adduce,
Onde non men del mal vergogna fia.
Odio, Invidia ti sien per segno e duce,
Sì che tu più fra i tuoi signori appelli
Chi maggior giogo sopra sé conduce.
Né vi sovvenga or più che foste quelli
(Come ben può saper chi spesso udillo)
Onde in Roma i trofei tornâr men belli.
Quanta men sarìa pena, o buon Camillo,
Sgombrar l'oro a costor, le ricche spoglie,
E riportarne il perduto vessillo!
Tu c'hai più del saper disegni e voglie,
Altero Venezian, di me sicuro
Sia, ché 'l mio legno omai le vele accoglie.
Segui pur tuo cammin, forse un dì duro,
Vendendo ognor per poco ben presente,
Senza avvederti, un lungo mal futuro.
Fa' pur, cangiando ognor fortuna e mente,
Or con questo or con quello or pace or tregua,
Aitando più chi più poter si sente.
Sta' pur prima a veder chi fugga o segua,
Che la tua gente passi o l'Adda o l'Oglio,
Finché il tempo miglior via si dilegua.
Non dirò più, come talvolta soglio,
Che se non guardi la tua barca, un giorno
Dar potria forse in qualche ascoso scoglio.
Forse non pensi aver nemici intorno;
Il viversi in fra due non porta amici,
Ma dell'altro e dell'un fa danno e scorno.
Dentro, i tuoi cittadin sian più mendici
Quanto sono miglior, le gemme e l'oro
Faccian pur che i più rei sian più felici.
Non possa procurar nel Bucintoro
Chi non ha borsa da pagarne il nolo,
Che appena i Padovan sì fatti fôro.
Se non cangi pensier, l'un secol solo
Non conterà sopra il millesim'anno
Tua libertà che va fuggendo a volo.
Maggior tormenti, e spesso morte dànno
Le ascose infermità che dentro sono:
Dimandinsi i Toscan che ben lo sanno.
Tu, Genovese, ancor che saggio e buono
Forse già fosti, or non so ben che dire,
Così vario di te corre oggi il suono.
Senza biasmo temer del tuo fallire
Segui or l'Adorno, il buon Fregoso poi,
Teco sfogando i ciechi sdegni e l'ire.
Opra pur sì, che l'un de' duci tuoi
Sempre temendo al quarto april non giunga,
Ché il molto riposar par che t'annoi.
E la dimora ne' duo lustri lunga
Del tuo fido Ottavian sì rara sia
Ch'eterna invidia il suo nemico punga.
Ma guarda pur ch'al fin furata fia
Al tuo San Giorgio un dì l'arme e il destriero,
Onde il Drago alto non più sotto stia.
Sallo Orïente quanto avesti impero,
Sentillo il Ponto, il grand'Egeo lo vide,
All'Adria a rimembrar trema 'l pensiero.
A tal sei giunto! e chi così divide
Te dal primo saver, ch'oggi Savona
E Lunigiana pur, non ch'altri, ride?
E tu, Fiorenza bella, ond'oggi suona
Sì lunge il grido, ma non forse quale
Brama chi teco ognor piange e ragiona,
Batti sicura omai, batti pur l'ale
Dietro a chi folle ti conduce in loco
Donde tornar, né calcitrar non vale.
Tu stessa accendi, e non t'accorgi, il foco
Che strugge in te non pur la Libertate,
Ma il corpo, i figli e l'alma, a poco a poco.
Ahi Donna alma, gentil, quanta beltate
Vidi nel volto tuo, quanta chiarezza,
Or sozza e inferma, in la più verde etate!
Tempo già fu che teco altra ricchezza
Non avea loco alcun ch'alta virtute,
Or l'oro onori, e quanto è ben si sprezza.
Svegliati, pigra, ché la tua salute
In altro sta che in tesser drappo o lana
Onde il nome e le forze or hai perdute.
Guarda dintorno pur, guarda Toscana,
E vedrai ben, che la caviglia e 'l fuso
Non t'ha fatta di lei donna e sovrana.
Apri quel tempio, e non t'inganni l'uso,
Già tanto ornato dell'antico Marte,
E stia l'Arte, e 'l Mercato, e 'l Cambio chiuso.
Volgi l'antiche e le moderne carte,
E intenderai che senza il ferro, l'oro
Serva è ricchezza che in un giorno parte.
Stimansi ricchi, ma non son, coloro
Che temon del vicin l'armata mano
Ricca sempre che vuol d'altrui tesoro.
Com'è, Fiorenza mia, caduco e vano
Il tuo penar, che di mill'anni il frutto
Solo in un punto ti si fa lontano!
Tu non puoi rimirar col volto asciutto
La vittoria che vien di Francia o Spagna,
Ché l'una o l'altra ti si volge in lutto.
Colui ch'argento per servir guadagna,
S'altri gliel toe, come vilmente a torto,
Se difender nol sa, d'altrui si lagna!
Non surgerà il valor, che in tutto è morto,
Fin che al pubblico ben più che a se stesso
Non volge il guardo il veder nostro corto.
Ciascuna villa che ti alberga appresso
Oggi a scherno ti prende, e tu nol senti,
Ché maraviglia e duol n'aresti spesso.
Non ch'altra, il vitupero delle genti,
Arezzo, il Casentin, Prato, e Pistoia
T'affrena, e volge, e sprona, e tu 'l consenti.
Sgombra, se puoi, questa vergogna e noia,
Ch'omai Fermo, Castel, Perugia e Siena
Han l'invidia di te conversa in gioia.
E tu, Roma, in vêr me di sdegno piena,
Che tanto spesso ne' miei versi appello,
Ecco ch'or perde il mio cantar la lena.
Fa' pur, che sempre in te sia buono e bello
Quel ch'è più rio, né mai virtù né fede
Possa dentro sentir mitra o cappello;
Tal che il gran vecchio onde t'appelli erede
Tiranneggiando in noi del ciel l'impero,
Vergogna il prenda, se talor ti vede.
Se il tuo testar, come alcun pensa, è vero,
Quanto men fu l'Apostata Giuliano,
Che tu, buon Costantin, dannoso a Piero!
Forse per meglio oprar, nel corpo sano
Giungesti peste eterna, e mi perdoni
Silvestro, e l'altro che salvò Traiano.
Guardate pur che fra i celesti troni
Dei vostri successor non molti avete,
Sì rari i santi abbiam, sì pochi i buoni.
Oggi ha d'altr'acqua Roma ed altra sete
Che di Samaria, ed altri pesci prende,
Che già il buon pescator, con altra rete.
Or per altro sentier nel ciel s'ascende,
Non chi si pente, ma si monda e scarca
Chi la mano al Pastor con l'oro stende.
Con più ricco nocchier nuove onde varca
Con le sarte di seta e d'ôr la vela
Lunge da Galilea la santa barca.
D'altro Simon per te s'ordisce tela
Che di chi di Cefas riporta 'l nome,
Per quello acceso amor che a te si cela.
Oh chi vedesse il ver, vedrebbe come
Più disnor tu, che 'l tuo Luter Martino,
Porti a te stessa, e più gravose some.
Non la Germania no, ma l'ozio e 'l vino,
Avarizia, ambizion, lussuria, e gola
Ti mena al fin, che già veggiam vicino.
Non pur questo dico io, non Francia sola,
Non pur la Spagna, tutta Italia ancora
Che ti tien d'eresia, di vizi scola.
E chi nol crede, ne dimandi ognora
Urbin, Ferrara, l'Orso e la Colonna,
La Marca, il Romagnuol, ma più chi plora
Per te servendo, che fu d'altri donna.