SATIRA VI

By Ludovico Ariosto

Bembo, io vorrei, come è il commun disio

de’ solliciti padri, veder l’arti

che essaltan l’uom, tutte in Virginio mio;

e perché di esse in te le miglior parti

veggio, e le più, di questo alcuna cura

per l’amicizia nostra vorrei darti.

Non creder però ch’esca di misura

la mia domanda, ch’io voglia tu facci

l’ufficio di Demetrio o di Musura

(non si dànno a’ par tuoi simili impacci),

ma sol che pensi e che discorri teco,

e saper dagli amici anco procacci

s’in Padova o in Vinegia è alcun buon greco,

buono in scienzia e più in costumi, il quale

voglia insegnarli, e in casa tener seco.

Dottrina abbia e bontà, ma principale

sia la bontà: che, non vi essendo questa,

né molto quella alla mia estima vale.

So ben che la dottrina fia più presta

a lasciarsi trovar che la bontade:

sì mal l’una ne l’altra oggi s’inesta.

O nostra male aventurosa etade,

che le virtudi che non abbian misti

vici nefandi si ritrovin rade!

Senza quel vizio son pochi umanisti

che fe’ a Dio forza, non che persuase,

di far Gomorra e i suoi vicini tristi:

mandò fuoco da ciel, ch’uomini e case

tutto consumpse; et ebbe tempo a pena

Lot a fugir, ma la moglier rimase.

Ride il volgo, se sente un ch’abbia vena

di poesia, e poi dice: — È gran periglio

a dormir seco e volgierli la schiena. —

Et oltra questa nota, il peccadiglio

di Spagna gli dànno anco, che non creda

in unità del Spirto il Padre e il Figlio.

Non che contempli come l’un proceda

da l’altro o nasca, e come il debol senso

ch’uno e tre possano essere conceda;

ma gli par che non dando il suo consenso

a quel che approvan gli altri, mostri ingegno

da penetrar più su che ‘l cielo immenso.

Se Nicoletto o fra Martin fan segno

d’infedele o d’eretico, ne accuso

il saper troppo, e men con lor mi sdegno:

perché, salendo lo intelletto in suso

per veder Dio, non de’ parerci strano

se talor cade giù cieco e confuso.

Ma tu, del qual lo studio è tutto umano

e son li tuoi suggetti i boschi e i colli,

il mormorar d’un rio che righi il piano,

cantar antiqui gesti e render molli

con prieghi animi duri, e far sovente

di false lode i principi satolli,

dimmi, che truovi tu che sì la mente

ti debbia aviluppar, sì tòrre il senno,

che tu non creda come l’altra gente?

Il nome che di apostolo ti denno

o d’alcun minor santo i padri, quando

cristiano d’acqua, e non d’altro ti fenno,

in Cosmico, in Pomponio vai mutando;

altri Pietro in Pierio, altri Giovanni

in Iano o in Iovian va riconciando;

quasi che ‘l nome i buon giudici inganni,

e che quel meglio t’abbia a far poeta

che non farà lo studio de molti anni.

Esser tali dovean quelli che vieta

che sian ne la republica Platone,

da lui con sì santi ordini discreta;

ma non fu tal già Febo, né Anfione,

né gli altri che trovaro i primi versi,

che col buon stile, e più con l’opre buone,

persuasero agli uomini a doversi

ridurre insieme, e abandonar le giande

che per le selve li traean dispersi;

e fér che i più robusti, la cui grande

forza era usata alli minori tòrre

or mogli, or gregge et or miglior vivande,

si lasciaro alle leggi sottoporre,

e cominciar, versando aratri e glebe,

del sudor lor più giusti frutti accòrre.

Indi i scrittor féro all’indotta plebe

creder ch’al suon de le soavi cetre

l’un Troia e l’altro edificasse Tebe;

e avesson fatto scendere le petre

dagli alti monti, et Orfeo tratto al canto

tigri e leon da le spelonche tetre.

Non è, s’io mi coruccio e grido alquanto

più con la nostra che con l’altre scole,

ch’in tutte l’altre io non veggia altretanto,

d’altra correzion che di parole

degne; né del fallir de’ suoi scolari,

non pur Quintillano è che si duole.

Ma se degli altri io vuo’ scoprir gli altari,

tu dirai che rubato e del Pistoia

e di Petro Aretino abbia gli armari.

Degli altri studi onor e biasmo, noia

mi dà e piacer, ma non come s’io sento

che viva il pregio de’ poeti e moia.

Altrimenti mi dolgo e mi lamento

di sentir riputar senza cervello

il biondo Aonio e più leggier che ‘l vento,

che se del dottoraccio suo fratello

odo il medesmo, al quale un altro pazzo

donò l’onor del manto e del capello.

Più mi duol ch’in vecchiezza voglia il guazzo

Placidian, che gioven dar soleva,

e che di cavallier torni ragazzo,

che di sentir che simil fango aggreva

il mio vicino Andronico, e vi giace

già settant’anni, e ancor non se ne lieva.

Se mi è detto che Pandaro è rapace,

Curio goloso, Pontico idolatro,

Flavio biastemator, via più mi spiace

che se per poco prezzo odo Cusatro

dar le sentenzie false, o che col tòsco

mastro Battista mescole il veratro;

o che quel mastro in teologia ch’al tósco

mesce il parlar fachin, si tien la scroffa,

e già n’ha dui bastardi ch’io conosco;

né per saziar la gola sua gaglioffa

perdona a spesa, e lascia che di fame

langue la madre e va mendica e goffa;

poi lo sento gridar, che par che chiame

le guardie, ch’io digiuni e ch’io sia casto,

e che quanto me stesso il prossimo ame.

Ma gli error di questi altri così il basto

di miei pensier non gravano, che molto

lasci il dormir o perder voglia un pasto.

Ma per tornar là donde io mi son tolto,

vorrei che a mio figliuolo un precettore

trovassi meno in questi vizii involto,

che ne la propria lingua de l’autore

gli insegnasse d’intender ciò che Ulisse

sofferse a Troia e poi nel lungo errore,

ciò che Apollonio e Euripide già scrisse,

Sofocle, e quel che da le morse fronde

par che poeta in Ascra divenisse,

e quel che Galatea chiamò da l’onde,

Pindaro, e gli altri a cui le Muse argive

donar sì dolci lingue e sì faconde.

Già per me sa ciò che Virgilio scrive,

Terenzio, Ovidio, Orazio, e le plautine

scene ha vedute, guaste e a pena vive.

Omai può senza me per le latine

vestigie andar a Delfi, e de la strada

che monta in Elicon vedere il fine;

ma perché meglio e più sicur vi vada,

desidero ch’egli abbia buone scorte,

che sien de la medesima contrada.

Non vuol la mia pigrizia o la mia sorte

che del tempio di Apollo io gli apra in Delo,

come gli fei nel Palatin, le porte.

Ahi lasso! quando ebbi al pegàseo melo

l’età disposta, che le fresche guancie

non si vedeano ancor fiorir d’un pelo,

mio padre mi cacciò con spiedi e lancie,

non che con sproni, a volger testi e chiose,

e me occupò cinque anni in quelle ciancie.

Ma poi che vide poco fruttuose

l’opere, e il tempo invan gittarsi, dopo

molto contrasto in libertà mi pose.

Passar venti anni io mi truovavo, et uopo

aver di pedagogo: che a fatica

inteso avrei quel che tradusse Esopo.

Fortuna molto mi fu allora amica

che mi offerse Gregorio da Spoleti,

che ragion vuol ch’io sempre benedica.

Tenea d’ambe le lingue i bei secreti,

e potea giudicar se meglior tuba

ebbe il figliuol di Venere o di Teti.

Ma allora non curai saper di Ecuba

la rabbiosa ira, e come Ulisse a Reso

la vita a un tempo e li cavalli ruba;

ch’io volea intender prima in che avea offeso

Enea Giunon, che ‘l bel regno da lei

gli dovesse d’Esperia esser conteso;

che ‘l saper ne la lingua de li Achei

non mi reputo onor, s’io non intendo

prima il parlar de li latini miei.

Mentre l’uno acquistando, e diferrendo

vo l’altro, l’Occasion fuggì sdegnata,

poi che mi porge il crine, et io nol prendo.

Mi fu Gregorio da la sfortunata

Duchessa tolto, e dato a quel figliuolo

a chi avea il zio la signoria levata.

Di che vendetta, ma con suo gran duolo,

vide ella tosto, ahimè!, perché del fallo

quel che peccò non tu punito solo.

Col zio il nipote (e fu poco intervallo)

del regno e de l’aver spogliati in tutto,

prigione andar sotto il dominio gallo.

Gregorio a’ prieghi d’Isabella indutto

fu a seguir il discepolo, là dove

lasciò, morendo, i cari amici in lutto.

Questa iattura e l’altre cose nòve

che in quei tempi successeno, mi féro

scordar Talia et Euterpe e tutte nòve.

Mi more il padre, e da Maria il pensiero

drieto a Marta bisogna ch’io rivolga,

ch’io muti in squarci et in vacchette Omero;

truovi marito e modo che si tolga

di casa una sorella, e un’altra appresso,

e che l’eredità non se ne dolga;

coi piccioli fratelli, ai quai successo

ero in luogo di padre, far l’uffizio

che debito e pietà avea commesso;

a chi studio, a chi corte, a chi essercizio

altro proporre, e procurar non pieghi

da le virtudi il molle animo al vizio.

Né questo è sol che alli miei studii nieghi

di più avanzarsi, e basti che la barca,

perché non torni a dietro, al lito leghi;

ma si truovò di tanti affanni carca

allor la mente mia, ch’ebbi desire

che la cocca al mio fil fésse la Parca.

Quel, la cui dolce compagnia nutrire

solea i miei studi, e stimulando inanzi

con dolce emulazion solea far ire,

il mio parente, amico, fratello, anzi

l’anima mia, non mezza non, ma intiera,

senza ch’alcuna parte me ne avanzi,

morì, Pandolfo, poco dopo: ah fera

scossa ch’avesti allor, stirpe Ariosta,

di ch’egli un ramo, e forse il più bello, era!

In tanto onor, vivendo, t’avria posta,

ch’altra a quel né in Ferrara né in Bologna,

onde hai l’antiqua origine, s’accosta.

Se la virtù dà onor, come vergogna

il vizio, si potea sperar da lui

tutto l’onor che buono animo agogna.

Alla morte del padre e de li dui

sì cari amici, aggiunge che dal giogo

del Cardinal da Este oppresso fui;

che da la creazione insino al rogo

di Iulio, e poi sette anni anco di Leo,

non mi lasciò fermar molto in un luogo,

e di poeta cavallar mi feo:

vedi se per le balze e per le fosse

io potevo imparar greco o caldeo!

Mi maraviglio che di me non fosse

come di quel filosofo, a chi il sasso

ciò che inanzi sapea dal capo scosse.

Bembo, io ti prego insomma, pria che ‘l passo

chiuso gli sia, che al mio Virginio porga

la tua prudenza guida, che in Parnasso,

ove per tempo ir non seppi io, lo scorga.