SCENA I

By Battista Guarini

Ite, voi che chiudeste

l'orribil fèra, a dar l'usato segno

de la futura caccia; ite svegliando

gli occhi col corno e con la voce i còri.

Se fu mai ne l'Arcadia

pastor, di Cintia e de' suoi studi amico,

cui stimolasse il generoso petto

cura o gloria di selve,

oggi il mostri, e me segua

là dove in picciol giro,

ma largo campo al valor nostro, è chiuso

quel terribil cinghiale,

quel mostro di natura e de le selve,

quel sì vasto e sì fèro

e per le piaghe altrui

sì noto abitator de l'Erimanto,

strage de le campagne

e terror dei bifolchi. Ite voi dunque,

e non sol precorrete,

ma provocate ancora

col rauco suon la sonnacchiosa Aurora.

Noi, Linco, andiam a venerar gli dèi.

Con più sicura scorta

seguirem poi la destinata caccia.

Chi ben comincia, ha la metà de l'opra,

né si comincia ben se non dal cielo.

Lodo ben, Silvio, il venerar gli dèi,

ma il dar noia a coloro,

che son ministri degli dèi, non lodo.

Tutti dormono ancora

i custodi del tempio, i quai non hanno

più tempestivo o lucido orizzonte

de la cima del monte.

A te, che forse non se' desto ancora,

par ch'ogni cosa addormentata sia.

O Silvio, Silvio! a che ti die' natura

ne' più begli anni tuoi

fior di beltà sì delicato e vago,

se tu se' tanto a calpestarlo intento?

Ché s'avess'io cotesta tua sì bella

e sì fiorita guancia,

«Addio, selve!» direi;

e seguendo altre fère

e la vita passando in festa e 'n gioco,

farei la state a l'ombra e 'l verno al foco.

Così fatti consigli

non mi desti mai più: come se' ora

tanto da te diverso?

Altri tempi, altre cure.

Così certo farei, se Silvio fussi.

Ed io, se fussi Linco.

Ma, perché Silvio sono,

oprar da Silvio e non da Linco i' voglio.

O garzon folle, a che cercar lontana

e perigliosa fèra,

se l'hai via più d'ogni altra

e vicina e domestica e sicura?

Parli tu daddovero o pur vaneggi?

Vaneggi tu, non io.

Ed è così vicina?

Quanto tu di te stesso.

In qual selva s'annida?

La selva se' tu, Silvio,

e la fèra crudel, che vi s'annida,

è la tua feritate.

Come ben m'avvisai che vaneggiavi!

Una ninfa sì bella e sì gentile,

ma che dissi una ninfa? anzi una dea,

più fresca e più vezzosa

di mattutina rosa,

e più molle e più candida del cigno,

per cui non è sì degno

pastor oggi tra noi che non sospiri,

e non sospiri in vano,

a te solo dagli uomini e dal cielo

destinata si serba;

ed oggi tu, senza sospiri e pianti,

o troppo indegnamente

garzon avventuroso! aver la puoi

ne le tue braccia, e tu la fuggi, Silvio?

e tu la sprezzi? e non dirò che 'l core

abbi di fèra, anzi di ferro il petto?

Se 'l non aver amore è crudeltate,

crudeltate è virtute, e non mi pento

ch'ella sia nel mio cor, ma me ne pregio,

poi che solo con questa ho vinto Amore,

fèra di lei maggiore.

E come vinto l'hai

se nol provasti mai?

Nol provando l'ho vinto.

Oh! s'una sola

volta il provassi, o Silvio,

se sapessi una volta

qual è grazia e ventura

l'esser amato, il possedere amando

un riamante core,

so ben io che diresti!

«Dolce vita amorosa,

perché sì tardi nel mio cor venisti?»

Lascia, lascia le selve,

folle garzon; lascia le fère, ed ama.

Linco, di' pur, se sai:

mille ninfe darei per una fèra

che da Melampo mio cacciata fosse.

Godasi queste gioie

chi n'ha di me più gusto; io non le sento.

E che sentirai tu, s'amor non senti,

sola cagion di ciò che sente il mondo?

Ma credimi, fanciullo:

a tempo il sentirai,

che tempo non avrai.

Vuol una volta Amor ne' còri nostri

mostrar quant'egli vale.

Credi a me pur, che 'l provo:

non è pena maggiore

che 'n vecchie membra il pizzicor d'amore,

ché mal si può sanar quel che s'offende,

quanto più di sanarlo altri procura.

Se 'l giovinetto core Amor ti pugne,

Amor anco te l'ugne:

se col duol il tormenta,

con la speme il consola;

e s'un tempo l'ancide, alfine il sana.

Ma s'e' ti giugne in quella fredda etade,

ove il proprio difetto

più che la colpa altrui spesso si piagne,

allora insopportabili e mortali

son le sue piaghe, allor le pene acerbe;

allora, se pietà tu cerchi, male

se non la trovi; e, se la trovi, peggio.

Deh! non ti procacciar prima del tempo

i difetti del tempo;

ché, se t'assale a la canuta etade

amoroso talento,

avrai doppio tormento,

e di quel che, potendo, non volesti,

e di quel che, volendo, non potrai.

Lascia, lascia le selve,

folle garzon; lascia le fère, ed ama.

Come vita non sia

se non quella che nutre

amorosa insanabile follia!

Dimmi: se 'n questa sì ridente e vaga

stagion che 'nfiora e rinnovella il mondo,

vedessi, in vece di fiorite piagge,

di verdi prati e di vestite selve,

starsi il pino e l'abete e il faggio e l'orno

senza l'usata lor frondosa chioma,

senz'erbe i prati e senza fiori i poggi,

non diresti tu, Silvio: «Il mondo langue,

la natura vien meno?». Or quell'orrore

e quella maraviglia, che devresti

di novità sì mostruosa avere,

abbila di te stesso. Il ciel n'ha dato

vita agli anni conforme, ed a l'etate

somiglianti costumi; e, come Amore

in canuti pensier si disconvene,

così la gioventù d'amor nemica

contrasta al ciel e la natura offende.

Mira d'intorno, Silvio:

quanto il mondo ha di vago e di gentile,

opra è d'Amore. Amante è il cielo, amante

la terra, amante il mare.

Quella, che là su miri innanzi a l'alba

così leggiadra stella,

ama d'amor anch'ella e del suo figlio

sente le fiamme, ed essa, che 'nnamora,

innamorata splende.

E questa è forse l'ora

che le furtive sue dolcezze e 'l seno

del caro amante lassa.

Vedila pur come sfavilla e ride.

Amano per le selve

le mostruose fère; aman per l'onde

i veloci delfini e l'orche gravi.

Quell'augellin, che canta

sì dolcemente e lascivetto vola

or da l'abete al faggio

ed or dal faggio al mirto,

s'avesse umano spirto,

direbbe: «Ardo d'amore, ardo d'amore».

Ma ben arde nel core

e parla in sua favella,

sì che l'intende il suo dolce desio.

Ed odi a punto, Silvio,

il suo dolce desio

che gli risponde: «Ardo d'amore anch'io».

Mugge in mandra l'armento, e que' muggiti

sono amorosi inviti.

Rugge il leone al bosco,

né quel ruggito è d'ira:

così d'amor sospira.

Alfine, ama ogni cosa,

se non tu, Silvio; e sarà Silvio solo

in cielo, in terra, in mare

anima senza amore?

Deh! lascia omai le selve,

folle garzon; lascia le fère, ed ama.

A te dunque commessa

fu la mia verde età, perché d'amori

e di pensieri effeminati e molli

tu l'avessi a nudrir? né ti sovviene

chi se' tu, chi son io?

Uomo sono, e mi pregio

d'esser umano; e teco, che se' uomo,

o che più tosto esser dovresti, parlo

di cosa umana; e, se di cotal nome

forse ti sdegni, guarda

che nel disumanarti

non divenghi una fèra, anzi che un dio.

Né sì famoso mai né mai sì forte

stato sarebbe il domator de' mostri,

dal cui gran fonte il sangue mio deriva,

s'e' non avesse pria domato Amore.

Vedi, cieco fanciul, come vaneggi!

Dove saresti tu, dimmi, s'amante

stato non fosse il tuo famoso Alcide?

Anzi, se guerre vinse e mostri ancise,

gran parte Amor ve n'ebbe. Ancor non sai

che, per piacer ad Onfale, non pure

volle cangiar in femminili spoglie

del feroce leon l'ispido tergo,

ma, de la clava noderosa in vece,

trattare il fuso e la conocchia imbelle?

Così de le fatiche e degli affanni

prendea ristoro, e nel bel sen di lei,

quasi in porto d'Amor, solea ritrarsi,

ché sono i suoi sospir dolci respiri

de le passate noie e quasi acuti

stimoli al cor ne le future imprese.

E come il rozzo ed intrattabil ferro,

temprato con più tenero metallo,

affina sì, che sempre e più resiste

e per uso più nobile s'adopra;

così vigor indomito e feroce,

che nel proprio furor spesso si rompe,

se con le sue dolcezze Amor il tempra,

diviene a l'opra generoso e forte.

Se d'esser dunque imitator tu brami

d'Ercole invitto e suo degno nipote,

poi che lasciar non vuoi le selve, almeno

segui le selve e non lasciar Amore,

un amor sì legittimo e sì degno,

com'è quel d'Amarilli. Che se fuggi

Dorinda, i' te ne scuso, anzi pur lodo,

ch'a te, vago d'onore, aver non lice

di furtivo desio l'animo caldo,

per non far torto a la tua cara sposa.

Che di' tu, Linco? ancor non è mia sposa.

Da lei dunque la fede

non ricevesti tu solennemente?

Guarda, garzon superbo,

non irritar gli dèi.

L'umana libertate è don del cielo,

che non fa forza a chi riceve forza.

Anzi, se tu l'ascolti e ben l'intendi,

a questo il ciel ti chiama,

il ciel ch'a le tue nozze

tante grazie promette e tanti onori.

Altro pensiero appunto

i sommi dèi non hanno! appunto questa

l'almo riposo lor cura molesta!

Linco, né questo amor né quel mi piace.

Cacciator, non amante, al mondo nacqui.

Tu, che seguisti Amor, torna al riposo.

Tu derivi dal cielo,

crudo garzon? Né di celeste seme

ti cred'io, né d'umano;

e, se pur se' d'umano, io giurerei

che tu fussi più tosto

col velen di Tisifone e d'Aletto

che col piacer di Venere concetto.