SCENA I
Ite, voi che chiudeste
l'orribil fèra, a dar l'usato segno
de la futura caccia; ite svegliando
gli occhi col corno e con la voce i còri.
Se fu mai ne l'Arcadia
pastor, di Cintia e de' suoi studi amico,
cui stimolasse il generoso petto
cura o gloria di selve,
oggi il mostri, e me segua
là dove in picciol giro,
ma largo campo al valor nostro, è chiuso
quel terribil cinghiale,
quel mostro di natura e de le selve,
quel sì vasto e sì fèro
e per le piaghe altrui
sì noto abitator de l'Erimanto,
strage de le campagne
e terror dei bifolchi. Ite voi dunque,
e non sol precorrete,
ma provocate ancora
col rauco suon la sonnacchiosa Aurora.
Noi, Linco, andiam a venerar gli dèi.
Con più sicura scorta
seguirem poi la destinata caccia.
Chi ben comincia, ha la metà de l'opra,
né si comincia ben se non dal cielo.
Lodo ben, Silvio, il venerar gli dèi,
ma il dar noia a coloro,
che son ministri degli dèi, non lodo.
Tutti dormono ancora
i custodi del tempio, i quai non hanno
più tempestivo o lucido orizzonte
de la cima del monte.
A te, che forse non se' desto ancora,
par ch'ogni cosa addormentata sia.
O Silvio, Silvio! a che ti die' natura
ne' più begli anni tuoi
fior di beltà sì delicato e vago,
se tu se' tanto a calpestarlo intento?
Ché s'avess'io cotesta tua sì bella
e sì fiorita guancia,
«Addio, selve!» direi;
e seguendo altre fère
e la vita passando in festa e 'n gioco,
farei la state a l'ombra e 'l verno al foco.
Così fatti consigli
non mi desti mai più: come se' ora
tanto da te diverso?
Altri tempi, altre cure.
Così certo farei, se Silvio fussi.
Ed io, se fussi Linco.
Ma, perché Silvio sono,
oprar da Silvio e non da Linco i' voglio.
O garzon folle, a che cercar lontana
e perigliosa fèra,
se l'hai via più d'ogni altra
e vicina e domestica e sicura?
Parli tu daddovero o pur vaneggi?
Vaneggi tu, non io.
Ed è così vicina?
Quanto tu di te stesso.
In qual selva s'annida?
La selva se' tu, Silvio,
e la fèra crudel, che vi s'annida,
è la tua feritate.
Come ben m'avvisai che vaneggiavi!
Una ninfa sì bella e sì gentile,
ma che dissi una ninfa? anzi una dea,
più fresca e più vezzosa
di mattutina rosa,
e più molle e più candida del cigno,
per cui non è sì degno
pastor oggi tra noi che non sospiri,
e non sospiri in vano,
a te solo dagli uomini e dal cielo
destinata si serba;
ed oggi tu, senza sospiri e pianti,
o troppo indegnamente
garzon avventuroso! aver la puoi
ne le tue braccia, e tu la fuggi, Silvio?
e tu la sprezzi? e non dirò che 'l core
abbi di fèra, anzi di ferro il petto?
Se 'l non aver amore è crudeltate,
crudeltate è virtute, e non mi pento
ch'ella sia nel mio cor, ma me ne pregio,
poi che solo con questa ho vinto Amore,
fèra di lei maggiore.
E come vinto l'hai
se nol provasti mai?
Nol provando l'ho vinto.
Oh! s'una sola
volta il provassi, o Silvio,
se sapessi una volta
qual è grazia e ventura
l'esser amato, il possedere amando
un riamante core,
so ben io che diresti!
«Dolce vita amorosa,
perché sì tardi nel mio cor venisti?»
Lascia, lascia le selve,
folle garzon; lascia le fère, ed ama.
Linco, di' pur, se sai:
mille ninfe darei per una fèra
che da Melampo mio cacciata fosse.
Godasi queste gioie
chi n'ha di me più gusto; io non le sento.
E che sentirai tu, s'amor non senti,
sola cagion di ciò che sente il mondo?
Ma credimi, fanciullo:
a tempo il sentirai,
che tempo non avrai.
Vuol una volta Amor ne' còri nostri
mostrar quant'egli vale.
Credi a me pur, che 'l provo:
non è pena maggiore
che 'n vecchie membra il pizzicor d'amore,
ché mal si può sanar quel che s'offende,
quanto più di sanarlo altri procura.
Se 'l giovinetto core Amor ti pugne,
Amor anco te l'ugne:
se col duol il tormenta,
con la speme il consola;
e s'un tempo l'ancide, alfine il sana.
Ma s'e' ti giugne in quella fredda etade,
ove il proprio difetto
più che la colpa altrui spesso si piagne,
allora insopportabili e mortali
son le sue piaghe, allor le pene acerbe;
allora, se pietà tu cerchi, male
se non la trovi; e, se la trovi, peggio.
Deh! non ti procacciar prima del tempo
i difetti del tempo;
ché, se t'assale a la canuta etade
amoroso talento,
avrai doppio tormento,
e di quel che, potendo, non volesti,
e di quel che, volendo, non potrai.
Lascia, lascia le selve,
folle garzon; lascia le fère, ed ama.
Come vita non sia
se non quella che nutre
amorosa insanabile follia!
Dimmi: se 'n questa sì ridente e vaga
stagion che 'nfiora e rinnovella il mondo,
vedessi, in vece di fiorite piagge,
di verdi prati e di vestite selve,
starsi il pino e l'abete e il faggio e l'orno
senza l'usata lor frondosa chioma,
senz'erbe i prati e senza fiori i poggi,
non diresti tu, Silvio: «Il mondo langue,
la natura vien meno?». Or quell'orrore
e quella maraviglia, che devresti
di novità sì mostruosa avere,
abbila di te stesso. Il ciel n'ha dato
vita agli anni conforme, ed a l'etate
somiglianti costumi; e, come Amore
in canuti pensier si disconvene,
così la gioventù d'amor nemica
contrasta al ciel e la natura offende.
Mira d'intorno, Silvio:
quanto il mondo ha di vago e di gentile,
opra è d'Amore. Amante è il cielo, amante
la terra, amante il mare.
Quella, che là su miri innanzi a l'alba
così leggiadra stella,
ama d'amor anch'ella e del suo figlio
sente le fiamme, ed essa, che 'nnamora,
innamorata splende.
E questa è forse l'ora
che le furtive sue dolcezze e 'l seno
del caro amante lassa.
Vedila pur come sfavilla e ride.
Amano per le selve
le mostruose fère; aman per l'onde
i veloci delfini e l'orche gravi.
Quell'augellin, che canta
sì dolcemente e lascivetto vola
or da l'abete al faggio
ed or dal faggio al mirto,
s'avesse umano spirto,
direbbe: «Ardo d'amore, ardo d'amore».
Ma ben arde nel core
e parla in sua favella,
sì che l'intende il suo dolce desio.
Ed odi a punto, Silvio,
il suo dolce desio
che gli risponde: «Ardo d'amore anch'io».
Mugge in mandra l'armento, e que' muggiti
sono amorosi inviti.
Rugge il leone al bosco,
né quel ruggito è d'ira:
così d'amor sospira.
Alfine, ama ogni cosa,
se non tu, Silvio; e sarà Silvio solo
in cielo, in terra, in mare
anima senza amore?
Deh! lascia omai le selve,
folle garzon; lascia le fère, ed ama.
A te dunque commessa
fu la mia verde età, perché d'amori
e di pensieri effeminati e molli
tu l'avessi a nudrir? né ti sovviene
chi se' tu, chi son io?
Uomo sono, e mi pregio
d'esser umano; e teco, che se' uomo,
o che più tosto esser dovresti, parlo
di cosa umana; e, se di cotal nome
forse ti sdegni, guarda
che nel disumanarti
non divenghi una fèra, anzi che un dio.
Né sì famoso mai né mai sì forte
stato sarebbe il domator de' mostri,
dal cui gran fonte il sangue mio deriva,
s'e' non avesse pria domato Amore.
Vedi, cieco fanciul, come vaneggi!
Dove saresti tu, dimmi, s'amante
stato non fosse il tuo famoso Alcide?
Anzi, se guerre vinse e mostri ancise,
gran parte Amor ve n'ebbe. Ancor non sai
che, per piacer ad Onfale, non pure
volle cangiar in femminili spoglie
del feroce leon l'ispido tergo,
ma, de la clava noderosa in vece,
trattare il fuso e la conocchia imbelle?
Così de le fatiche e degli affanni
prendea ristoro, e nel bel sen di lei,
quasi in porto d'Amor, solea ritrarsi,
ché sono i suoi sospir dolci respiri
de le passate noie e quasi acuti
stimoli al cor ne le future imprese.
E come il rozzo ed intrattabil ferro,
temprato con più tenero metallo,
affina sì, che sempre e più resiste
e per uso più nobile s'adopra;
così vigor indomito e feroce,
che nel proprio furor spesso si rompe,
se con le sue dolcezze Amor il tempra,
diviene a l'opra generoso e forte.
Se d'esser dunque imitator tu brami
d'Ercole invitto e suo degno nipote,
poi che lasciar non vuoi le selve, almeno
segui le selve e non lasciar Amore,
un amor sì legittimo e sì degno,
com'è quel d'Amarilli. Che se fuggi
Dorinda, i' te ne scuso, anzi pur lodo,
ch'a te, vago d'onore, aver non lice
di furtivo desio l'animo caldo,
per non far torto a la tua cara sposa.
Che di' tu, Linco? ancor non è mia sposa.
Da lei dunque la fede
non ricevesti tu solennemente?
Guarda, garzon superbo,
non irritar gli dèi.
L'umana libertate è don del cielo,
che non fa forza a chi riceve forza.
Anzi, se tu l'ascolti e ben l'intendi,
a questo il ciel ti chiama,
il ciel ch'a le tue nozze
tante grazie promette e tanti onori.
Altro pensiero appunto
i sommi dèi non hanno! appunto questa
l'almo riposo lor cura molesta!
Linco, né questo amor né quel mi piace.
Cacciator, non amante, al mondo nacqui.
Tu, che seguisti Amor, torna al riposo.
Tu derivi dal cielo,
crudo garzon? Né di celeste seme
ti cred'io, né d'umano;
e, se pur se' d'umano, io giurerei
che tu fussi più tosto
col velen di Tisifone e d'Aletto
che col piacer di Venere concetto.