SCENA I
Già la caccia è compita;
Altro in Arven non s'ode
Che 'l romor del torrente.
Vieni, o figlia di Morni,
Dalle rive del Crona.
Lascia l'arco,
Prendi l'arpa;
La notte avanzisi
Tra dolci cantici,
Tra feste, e giubili;
E larga spandasi
Per Arven tutto la letizia nostra.
È ver, la notte avanza,
O verginetta dall'azzurro sguardo,
E già la valle imbruna;
Ma non mi punge il core
Desio di canto, che poc'anzi io vidi
Vision che m'adombra. Io vidi un cervo
Lungo il ruscel di Crona, e mi parea
Per lo buio dell'ombre
Una parte del colle;
Ma quei si scosse, e via fugginne a slanci.
Vapor focoso s'aggirava intorno
Alle ramose corna, e fuori uscieno
Dalle nubi del Crona
Le rispettate facce
Degli avi nostri: or che vorrà dir questo?
Lassa, che ascolto mai!
Se non erran gli auguri,
Questi son certi indizi della morte
Del gran Fingallo; ahimè,
Caduto è 'l forte impugnator di scudi;
Caraco è vincitor. Comala scendi;
Scendi infelice
Figlia di Sarno
Dal colle ombroso.
Vieni coi gemiti,
Vien colle lagrime;
Perì 'l tuo sposo.
Caduto è 'l giovinetto
Delizia del tuo core;
E forse in questo punto
Erra sui nostri colli,
Vago di rivederti,
L'innamorato spirto.
Vedi là come siede
Comala abbandonata: a' piedi suoi
Stanno due grigi cani,
E van crollando le pendenti orecchie,
E addentano l'auretta.
Fa del braccio colonna
All'infiammata guancia, e sparsa al vento
La bruna chioma le percote il volto.
I begli occhi cilestri
Rivolge ai dolci campi
Della promessa: o caro Fingal, grida,
Presso è la notte, e tu non giungi ancora?