SCENA I

By Vittorio Alfieri

Ecco, or di nuovo sul regal tuo seggio

stai, Leonida, assiso. Intera Sparta,

o d´essa almen la miglior parte, i veri

maturi savi, e gli amator dell´almo

pubblico bene, a te rivolti han gli occhi,

per ottener dei lunghi affanni pace.

Di Sparta il re non io perciò mi estimo,

finché rimane Agide in vita. Ei vive

non pur, ma ei regna in cor de' molti. Asilo

gli è questo tempio, il cui vicino foro

empie ogni dì tumultuante ardita

plebe, che re lo vuol pur anco, e in trono

un'altra volta a me compagno il grida.

E temi tu d'esserne or vinto? Io 'l giuro,

e gli altri efori tutti il giuran meco;

Agide mai non fia più re. Ma, vuolsi

oprar destrezza or, più che forza...

Egli era

da tanto già, che co' raggiri suoi,

con le sue nuove mal sognate leggi,

tutto sossopra a forza aperta porre,

e me cacciarne ardia del soglio in bando:

ed io, da' miei fidi Spartani al soglio

richiamato, or dovrò con vie coperte

la vendetta pigliarne?

Un velo è forza

porvi: ei genero t'è. Quel dì, che in crudo

esiglio, solo, abbandonato, e privo

del regio serto, fuor di Sparta andavi,

umano ei t'era. Ai percussor feroci

che Agesilào crudel su l'orme tue

a svenarti inviava, Agide a viva

forza si oppose; e di Tegèa (il rimembri)

salvo al confin ti trasse: in ciò soltanto

non figlio ei d'Agesìstrata, ed avverso

apertamente al rio di lei fratello.

Sol del pubblico bene or puoi far dunque

a tua vendetta velo.

Infame dono

ei mi fea della vita, il dì ch'espulso

m'ebbe dal seggio; e a vie più grande oltraggio

recar mel debbo. Ei mi credea nemico

da non più mai temersi? oggi nel voglio

disingannare appieno. In me raddoppia

l'esser egli mio genero il dispetto.

Genero a me? deh! quale error fu il mio,

d'avere a lui donna dissimil tanto

data in consorte? Ammenda omai null'altra,

che lo spegnerlo, resta. Unica figlia,

Agizìade diletta, a me compagna,

sostegno a me nel duro esiglio l'ebbi.

Abbandonava ella il suo amato sposo,

perché al padre nemico; ella i legami

di natura tenea più sacri ancora

che quei d'amore: e al fianco mio trar vita

misera volle errante, anzi che al fianco

del mio indegno offensore in trono starsi.

Pur, per quanto sia giusto in te io sdegno,

premilo in petto, se sbramarlo or vuoi.

Io men di te non odio Agide altero;

e la sua pompa di virtudi antiche,

finta in biasmo di noi. Sparta ridurre

qual già la fea Licurgo, è al par crudele,

che ambiziosa stolidezza: è tale

pure il disegno suo; quindi ebbe ei quasi

la città nostra all'ultimo ridotta:

e, sconvolta pur anco, in risse e affanni

egra ella sta. Ma, van cangiando i tempi:

quei traditori, efori allor, che schiavi

eran d'Agesilào, più a lui venduti

che ad Agide, con esso ora sbanditi

son tutti, o spenti; e sta in noi soli Sparta.

Ma il popol rio, mendico, e ognor di nuove

cose voglioso, Agide ancora elegge

mezzo a sue mire ingiuste. A schietta forza,

mal frenare il potremmo; ogni novello

governo erra adoprandola. Deluso,

pria che sforzato, il popol sia. Tal cura

che a cor mi sta non men che a te, mi lascia.

Ecco la madre d'Agide: gran donna

ogni dì più degli Spartani in core

si fa costei: temer si debbe anch'ella.