SCENA II
Cruda Amarilli, che col nome ancora,
d'amar, ahi lasso! amaramente insegni;
Amarilli, del candido ligustro
più candida e più bella,
ma de l'àspido sordo
e più sorda e più fèra e più fugace;
poi che col dir t'offendo,
i' mi morrò tacendo;
ma grideran per me le piagge e i monti
e questa selva, a cui
sì spesso il tuo bel nome
di risonare insegno.
Per me piagnendo i fonti
e mormorando i venti,
diranno i miei lamenti;
parlerà nel mio volto
la pietate e 'l dolore;
e, se fia muta ogn'altra cosa, al fine
parlerà il mio morire,
e ti dirà la Morte il mio martìre.
Mirtillo, Amor fu sempre un fier tormento,
ma più, quanto è più chiuso;
però ch'egli dal freno,
ond'è legata un'amorosa lingua,
forza prende e s'avanza;
e più fiero è prigion, che non è sciolto.
Già non dovevi tu sì lungamente
celarmi la cagion de la tua fiamma,
se la fiamma celar non mi potevi.
Quante volte l'ho detto: «Arde Mirtillo,
ma in chiuso foco e' si consuma e tace».
Offesi me per non offender lei,
cortese Ergasto, e sarei muto ancora;
ma la necessità m'ha fatto ardito.
Odo una voce mormorar d'intorno,
che per l'orecchie mi ferisce il core,
de le vicine nozze d'Amarilli.
Ma chi ne parla, ogni altra cosa tace,
ed io più innanzi ricercar non oso,
sì per non dar altrui di me sospetto,
come per non trovar quel che pavento.
So ben, Ergasto, e non m'inganna Amore,
ch'a la mia bassa e povera fortuna
sperar non lice in alcun tempo mai
che ninfa sì leggiadra e sì gentile,
e di sangue e di spirto e di sembiante
veramante divina, a me sia sposa.
Ben conosco il tenor de la mia stella;
nacqui solo a le fiamme, e 'l mio destino
d'arder mi feo, non di gioirne, degno.
Ma, poi ch'era ne' fati ch'io dovessi
amar la morte e non la vita mia,
vorrei morir almen, sì che la morte
da lei, che n'è cagion, gradita fosse,
né si sdegnasse a l'ultimo sospiro
di mostrarmi i begli occhi e dirmi: «Muori!».
Vorrei, prima che passi a far beato
de le sue nozze altrui, ch'ella m'udisse
almen sola una volta. Or, se tu m'ami
ed hai di me pietate, in ciò t'adopra,
cortesissimo Ergasto, in ciò m'aita.
Giusto desio d'amante e di chi muore
lieve mercé, ma faticosa impresa.
Misera lei, se risapesse il padre,
ch'ella a prieghi furtivi avesse mai
inchinate l'orecchie, o pur ne fosse
al sacerdote suocero accusata!
Per questo forse ella ti fugge, e forse
t'ama, ancor che nol mostri, ché la donna
nel desiar è ben di noi più frale,
ma nel celar il suo desio più scaltra.
E, se fosse pur ver ch'ella t'amasse,
che potrebbe altro far se non fuggirti?
Chi non può dar aita, indarno ascolta,
e fugge con pietà chi non s'arresta
senz'altrui pena; ed è sano consiglio
tosto lasciar quel che tener non puoi.
Oh, se ciò fosse vero, o s'io 'l credessi,
care mie pene e fortunati affanni!
Ma, se ti guardi il ciel, cortese Ergasto,
non mi tacer qual è il pastor tra noi
felice tanto e de le stelle amico.
Non conosci tu Silvio, unico figlio
di Montan, sacerdote di Diana,
sì famoso pastore oggi e sì ricco?
quel garzon sì leggiadro? Quegli è desso.
Fortunato fanciul, che 'l tuo destino
trovi maturo in così acerba etate!
Né te l'invidio, no; ma piango il mio.
E veramente invidiar nol dèi,
ché degno è di pietà più che d'invidia.
E perché di pietà?
Perché non l'ama.
Ed è vivo? ed ha core? e non è cieco?
Benché, se dritto miro,
a lei per altro core
non restò fiamma più, quando nel mio
spirò da que' begli occhi
tutte le fiamme sue, tutti gli amori.
Ma perché dar sì preziosa gioia
a chi non la conosce? a chi la sprezza?
Perché promette a queste nozze il cielo
la salute d'Arcadia. Non sai dunque
che qui si paga ogn'anno a la gran dea
de l'innocente sangue d'una ninfa
tributo miserabile e mortale?
Unqua più non l'udii: e ciò m'è nuovo,
ché nuovo ancora abitator qui sono
e, come vuol Amore e 'l mio destino,
quasi pur sempre abitator de' boschi.
Ma qual peccato il meritò sì grave?
Come tant'ira un cor celeste accoglie?
Ti narrerò de le miserie nostre
tutta da capo la dolente istoria,
che trar porria da queste dure querci
pianto e pietà, non che dai petti umani.
In quella età che 'l sacerdozio santo
e la cura del tempio ancor non era
a sacerdote giovane contesa,
un nobile pastor chiamato Aminta,
sacerdote in quel tempo, amò Lucrina,
ninfa leggiadra a maraviglia e bella,
ma senza fede a maraviglia e vana.
Gradì costei gran tempo, o 'l mostrò forse
con simulati e perfidi sembianti,
del giovane amoroso il puro affetto
e di false speranze anco nudrillo,
misero! mentre alcun rival non ebbe.
Ma, non sì tosto (or vedi instabil donna!)
rustico pastorel l'ebbe guatata,
che i primi sguardi non sostenne, i primi
sospiri, e tutta al nuovo amor si diede,
prima che gelosia sentisse Aminta.
Misero Aminta, che da lei fu poscia
e sprezzato e fuggito sì, ch'udirlo
né vederlo mai più l'empia non volle.
Se piagnesse il meschin, se sospirasse,
pensal tu, che per prova intendi amore.
Oimè, questo è 'l dolor ch'ogn'altro avanza.
Ma, poi che dietro al cor perduto, ebbe anco
i sospiri perduti e le querele,
vòlto, pregando, a la gran dea: «Se mai»
disse «con puro cor, Cintia, se mai
con innocente man fiamma t'accesi,
vendica tu la mia, sotto la fede
di bella ninfa e perfida tradita».
Udì del fido amante e del suo caro
sacerdote Diana i prieghi e 'l pianto,
tal che, ne la pietà l'ira spirando,
fe' lo sdegno più fiero; ond'ella prese
l'arco possente e saettò nel seno
de la misera Arcadia non veduti
strali ed inevitabili di morte.
Perìan senza pietà, senza soccorso
d'ogni sesso le genti e d'ogni etate;
vani erano i rimedi, il fuggir tardo;
inutil l'arte, e, prima che l'infermo,
spesso ne l'opra il medico cadea.
Restò solo una speme, in tanti mali,
del soccorso del cielo e s'ebbe tosto
al più vicino oracolo ricorso,
da cui venne risposta assai ben chiara,
ma sopramodo orribile e funesta:
«Che Cintia era sdegnata e che placarla
si sarebbe potuto, se Lucrina,
perfida ninfa, o vero altri per lei
di nostra gente, a la gran dea si fosse
per man d'Aminta in sacrificio offerta».
La qual, poi ch'ebbe indarno pianto e 'ndarno
dal suo nuovo amator soccorso atteso,
fu con pompa solenne al sacro altare
vittima lagrimevole condotta,
dove, a que' piè che la seguîro in vano
già tanto, ai piè de l'amator tradito
le tremanti ginocchia alfin piegando,
dal giovane crudel morte attendea.
Strinse intrepido Aminta il sacro ferro
e parea ben che da l'accesa labbia
spirasse ira e vendetta. Indi, a lei vòlto,
disse con un sospir, nunzio di morte:
«Da la miseria tua, Lucrina, mira
qual amante seguisti e qual lasciasti,
miral da questo colpo». E, così detto,
ferì se stesso e nel sen proprio immerse
tutto 'l ferro, ed esangue in braccio a lei,
vittima e sacerdote in un, cadeo.
A sì fèro spettacolo e sì nuovo
instupidì la misera donzella
tra viva e morta, e non ben certa ancora
d'esser dal ferro o dal dolor trafitta.
Ma, come prima ebbe la voce e 'l senso,
disse piagnendo: «O fido, o forte Aminta,
o troppo tardi conosciuto amante,
che m'hai data, morendo, e vita e morte,
se fu colpa il lasciarti, ecco l'ammendo
con l'unir teco eternamente l'alma».
E, questo detto, il ferro stesso, ancora
del caro sangue tiepido e vermiglio,
tratto dal morto e tardi amato petto,
il suo petto trafisse e sopra Aminta,
che morto ancor non era e sentì forse
quel colpo, in braccio si lasciò cadere.
Tal fine ebber gli amanti; a tal miseria
troppo amor e perfidia ambidue trasse.
O misero pastor, ma fortunato,
ch'ebbe sì largo e sì famoso campo
di mostrar la sua fede e di far viva
pietà ne l'altrui cor con la sua morte!
Ma che seguì de la cadente turba?
trovò fine il suo mal? placossi Cintia?
L'ira s'intiepidì, ma non s'estinse,
ché, dopo l'anno, in quel medesmo tempo,
con ricaduta più spietata e fiera
incrudelì lo sdegno, onde, di nuovo
per consiglio a l'oracolo tornando,
si riportò de la primiera assai
più dura e lagrimevole risposta:
«Che si sacrasse allora e poscia ogn'anno
vergine o donna a la sdegnata dea,
che 'l terzo lustro empiesse ed oltre al quarto
non s'avanzasse; e così d'una il sangue
l'ira spegnesse apparecchiata a molti».
Impose ancora a l'infelice sesso
una molto severa e, se ben miri
la sua natura, inosservabil legge,
legge scritta col sangue: «Che qualunque
donna o donzella abbia la fé d'amore,
come che sia, contaminata o rotta,
s'altri per lei non muore, a morte sia
irremissibilmente condannata».
A questa, dunque, sì tremenda e grave
nostra calamità spera il buon padre
di trovar fin con le bramate nozze.
Però che dopo alquanto tempo, essendo
ricercato l'oracolo qual fine
prescritto avesse a' nostri danni il cielo;
ciò ne predisse in cotai voci appunto:
«Non avrà prima fin quel che v'offende,
che duo semi del ciel congiunga Amore;
e di donna infedel l'antico errore
l'alta pietà d'un pastor fido ammende».
Or ne l'Arcadia tutta altri rampolli
di celesti radici oggi non sono,
che Silvio ed Amarillide, ché l'una
vien del seme di Pan, l'altro d'Alcide;
né per nostra sciagura in altro tempo
s'incontraron già mai femmina e maschio,
com'or, de le due schiatte; e però quinci
vdi sperar bene ha gran ragion Montano.
E, benché tutto quel che ci promette
la risposta fatale, ancor non segua,
pur questo è 'l fondamento. Il resto poi
ha negli abissi suoi nascosto il Fato,
e sarà parto un dì di queste nozze.
Oh sfortunato e misero Mirtillo!
tanti fieri nemici,
tant'armi e tanta guerra
contra un cor moribondo?
Non bastava Amor solo,
se non s'armava a le mie pene il Fato?
Mirtillo, il crudo Amore
si pasce ben, ma non si sazia mai,
di lagrime e dolore.
Andiamo. I' ti prometto
di porre ogni mio ingegno
perché la bella ninfa oggi t'ascolti;
tu dàtti pace intanto.
Non son, come a te pare,
questi sospiri ardenti
refrigerio del core;
ma son più tosto impetuosi venti
che spiran ne l'incendio e 'l fan maggiore
con turbini d'Amore,
ch'apportan sempre ai miserelli amanti
foschi nembi di duol, piogge di pianti.