SCENA II.
Io dico bene, ch'il tempo pioggia ci minaccia e grandine,
Poi che ci è venuto a vedere il Fora venerabile
E perché hai tu lasciati e' campi di Peretola
Per cambiare agli e cipolle a vivande più piacevoli?
Anzi per veder persone molto più dispiacevoli,
Come dir te, e teco infiniti altri, che ti somigliano.
Le cose del padron nostro là come si governano?
Per lui male credo, e per voi più che benissimo.
Dir come non ti saprei, se non nel modo medesimo
Che voi qui fate, e gli altri, che di voi son simili.
Libri, e conti molto ben fatti, ma danari pochissimi,
Se non alcuni, che pure a' vostri bisogni avanzano.
Et a voi ne i libri delle vostre spese ordinarie
Quanti più son quei che si rubano, che quei che si pagano?
Sono infiniti: or attendete ai vostri buoi et asini
Mettervi in borsa, e noi con le nostre civili industrie
Ci ingegneremo, potendo, di non rimaner poveri.
Perché, a dir vero, se noi noi istessi dimenticassimo,
Morremmo a lo spedale, però che nulla memoria
Hanno i padron tutti già mai de' nostri buon servizii.
Ma il peggio è, che tutte le comodità ci si tolgono
Da i troppi occhi, che ci sono sopra, e poscia i padron giovani
Quanto avanzar potremmo giammai, tutto ci mungono
Con buone parole et impromesse ne' bisogni loro,
Che sempre son molti, in vestimenti, in cavalli, in maschere,
In cani, in conviti et in mille altre voglie poi che occorrono,
Che io non saprei certo dirti, Fora, in mille anni.
Credolo.
E perciò sto volentieri lunge in villa, e meco godomi
Quel poco che ho in pace.
Oh te felice, o felicissimo,
Che non le provi! ma le passate prime miserie
Un gioco furono presso di quelle che ora s'apparecchiano;
Ché Amore è entrato nell'animo del nostro Ippolito
Con tal forza, ch'io temo di lui, e poi di tutti noi.
Ippolito, il figliuol del padron nostro, ch'è sì giovane?
Certo io non pensava ch'ei potesse ancor ben conoscere
Che fosse donna.
Che fosse donna? oimè! credimi,
Ch'io non vidi amor mai così fosco, come egli è in lui.
Come esser puote?
Come è? s'io ardissi contartelo,
Udiresti cose che ti parrebbono incredibili.
Deh dimmi il tutto di grazia, ché sai che sicurissima
È la mia fede, e che da fratello sempre t'amai ottimo;
Poi sendo Ippolito il padron giovane, sai ch'il proverbio
Dice, che al sole in oriente si rivolgon gli uomini,
Perché il ponente ci lascia tosto.
Or se mi giuri, Fora,
Di non parlarne ad alcuno, io ti farò consapevole
Di tutto il fatto.
Et io da amico fedelissimo
Ti giuro di tacerlo, e ben pensar teco stesso puoi,
Che in villa tra quelle stoppie, pecore et alberi
Non ho a chi dirlo, e di tornar qui di lungo spazio
Non ho speranza alcuna.
Ora dunque alquanto discostati
Da questa muraglia, che persone dietro non fussino
Ad ascoltare. E son di qua passati intorno a tre mesi,
Che essendo in compagnia di quel nostro vicino Attilio....
Il figliuolo di Susanna.
Sì, quel che benissimo
Conosci, il qual quantunque sia ignobile e molto povero,
Ha veramente ricco, ornato e virtuoso l'animo,
E spende molto più di quel che le sue forze possono.
Or come fa costui, ruba egli?
No, ma molti nobili
Con chi egli ha sempre strettissima pratica, il soccorrono:
Tra' quali è il padron nostro, che l'ama come sé proprio.
A questo modo sì.
E la sua madre, che ha amicizia
Con la moglie di Geri, che è un mercatante ricchissimo,
La quale le dona molto, et ella poi dona il tutto a lui,
Che se ne fa veramente onor, perché in versi, in lettere,
In maneggiar cavalli, in volteggiare arme, in musica
È molto universale, e sopra tutto piacevole.
Gran cose mi strigni in poco fascio.
Or per tornar, costui
Ha una cortigiana romana, detta Flamminia,
Che muor di lui, et ei l'ama assai bene, perché a dir il vero,
Benché abbi il mestier cattivo, non è molto rea femina,
Anzi il soccorre infinite volte ne' bisogni suoi.
Dovrebbe esser arsa per darne all'altre poi la cenere.
In casa adunque di costei gran brigata di giovani,
Secondo il luogo, assai onestamente si ragunano
A cena, a desinare, a parlare, e tra gli altri Ippolito
Vi è quasi sempre, come di Attilio caro amicissimo,
Sanza pensare a male alcuno: se non che tre mesi sono,
Come io diceva, avvenne, che un certo ruffian di Napoli,
Scarabon detto, vi menò una figlia, che di Sicilia
Affermava che fosse.
Oimè ch'io temo, che quell'isola
Non porti qualche gran danno.
E che ella era nobilissima,
E di fiorentin nata, e mille altre cose aggiugne poi,
Che i suoi par sogliono nelle mercanzie a questa simili.
Ella è certo di buona grazia, buon modi e bellissima,
E giura mille sagramenti e mille, ch'ella è vergine,
E che non vuol darla a persona alcuna. Or come tu sai
Che le cose vietate fan crescer la voglia, Ippolito
Se n'è innamorato di maniera, che non può vivere,
E nulla è che non facesse per possederla.
Credolo.
Io lo sgridai, lo ripresi, gli dissi oltraggio, e da principio
Non mancai di tutte le medicine, mentre era il male
Novello ancora.
Et ei che rispondeva?
Calde lacrime
Mi dava per risposta, e si voleva allora uccidere,
S'io nol soccorreva. Ond'io, che non son però filosofo
Di quei che hanno la virtù compita, e che non son teologo,
Ove il consiglio non vale, di dargli aiuto delibero,
E fo quanto per lui far si possa, per in man porgliela:
Ma quel poltron di Scarabone, che è l'istessa malizia,
Fa sembianza di non udirmi, e sta sull'onorevole.
O che baston mal rimondo bisognerebbe!
Egli è vero,
Ma si faria romore, e verria di Simone a notizia,
Che ci rovinerebbe al tutto, e quel se ne andrebbe via.
Poi gran disavantaggio han tutti que' che si governano
Come noi con rispetto, e ch'il padre e 'l padron temono,
Temono il mal nome tra 'l popolo, e la giustizia.
Come adunque farete?
Egli è quel che così fantastico
Mi fa, e penso come si vede per cercare il modo
Di trargli di mano costei. Ma sanza aver la pecunia,
Sai che dice il notaio che non è buona la vendita.
Or pensa il mio stato qual sia, con amoroso giovane,
Con vecchio avaro, con donna venale, con ruffian pratico,
Con amici sanza danari, povertà sanza credito.
Tal che se all'orecchie ti viene, ch'io dia de' calci all'aria,
Non te ne maravigliare, ché resoluto e fermo sono
Di porre al vecchio nostro un così ostinato assedio,
Ch'io resti o morto, o certo vincitore. Ma per non perdere
Tempo, e che Scarabon si fugga, io mi rimetto all'opera
Dietro a la traccia, e ti scongiuro, mio carissimo Fora,
Che taccia il tutto.
Farol, non dubitare, resta con Dio.