SCENA II
Chi ne' miei passi trovo? oh! mentre io vado
di Sparta al re, cui sacro asil racchiude,
qui intorno io veggo irsi aggirando or l'altro
re di Sparta novello?
E il fero giorno,
ch'io, re di Sparta, esul di Sparta usciva,
ebbi al mondo un asilo? Assai gran tempo
dal trono io vissi in bando; e reo, ch'è il peggio,
in apparenza io vissi. Avriami ucciso
il duol, se in un coll'usurpato seggio
restituita la innocenza mia
non m'era appieno da un miglior consiglio
di Sparta istessa. Il mio rival cacciato,
quel Cleòmbroto iniquo, a chi il mio scettro
signor del tutto allora Agide dava,
già mie discolpe ei fece. A far le sue,
che tarda Agide più? Collega ei fummi
sul trono; ancor mi è genero; e nemico
mi sia, se il vuole. — Ma, cagion qual altra,
che il suo fallir, chiuso or nel tempio il tiene?
A Sparta, e a me, Leonida, sei noto:
quai sieno i tuoi, quai sien d'Agide i falli,
è brevissimo a dirsi, Agide volle
libera Sparta; i cittadini uguali,
forti, arditi, terribili; Spartani
in somma: e a nullo sovrastare ei volle,
che in ardire e in virtude. In ozio vile,
ricca, serva, divisa, imbelle, quale
appunto ell'è, Leonida la volle.
Falli son l'opre d'Agide, perch'havvi
copia di rei, più che di buoni, in Sparta:
di Leonida l'opre or son virtudi,
perch'elle son dei tempi. Oggi rimembra
tu almen, se il puoi, che il mio figliuol mostrossi
nemico aperto del regnar tuo solo,
non di te mai; ch'or non vivresti, pensa,
se cittadino ei più che re, tua vita
non ti serbava, ed in suo danno forse.
Vero è; nel dì, che il tuo crudo fratello
a trucidarmi gli assassin suoi vili
mandava, Agide, forse a tuo dispetto,
per altri suoi satelliti mi fea
vivo e illeso serbar: ma un re sbandito,
cui l'onor, l'innocenza, il soglio tolto
vien dal rival, fia ch'a pietade ascriva
la mal concessa vita?
Al par che grande
era imprudente il dono: Agide stesso
tale il credea; ma innata è in quel gran core
ogni magnanim'opra. Agide eccelso
contaminar non volle col tuo sangue
la generosa ed inaudita impresa
di un re, che in piena libertà sua gente
restituir, spontaneo, si accinge.
Dal perdonarti io nol distolsi; e forse
tentato invano lo avrei: d'Agide madre,
mostrarmi io mai potea di cor minore
a quel di un tanto figlio? È ver; mi nacque
Agesilào fratello: or di un tal nome
indegno egli è. Con libera eloquenza,
e con finte virtù suoi vizi veri
adombrando, ei deluse Agide, Sparta,
e me con essi...
Ma, non me, giammai.
Noto e simile ei t'era. — A tor per sempre
dei creditori e debitor, de' ricchi
e de' mendici, i non spartani nomi,
Agesilào, più ch'altri, Agide spinse.
Vistosi poi dal nostro esemplo astretto
di accomunar le sue ricchezze, ei vinto
dall'avarizia brutta, il sacro incarco
contaminando d'eforo, impediva
la sublime uguaglianza. Il popol quindi,
sconvolto e oppresso più, dubbio, tremante
fra il servir non estinto e la sturbata
sua libertade rinascente appena,
te richiamava al seggio: e te stromento
degno ei sceglieva al rincalzare i molli
non cangiabili in lui guasti costumi.
Il popol stesso, avvinto in man ti dava
qual Cleòmbroto re pur dianzi eletto:
e il popol stesso alla custodia or sola
di un asilo abbandona il già sì amato
Agide, il riverito idolo suo.
Più custodito è dalle leggi assai,
che da questo suo asilo. Ei delle leggi
sovvertitore, annullator, pur debbe
ad esse e a noi la sua salvezza. E a noi
efori veri, a Sparta tutta innanzi,
ei darà di sé conto: ove non reo
vaglia a chiarirsi, ei non del re, né d'altri
temer de' mai.
S'egli in suo cor se stesso
reo non stimasse, a che l'asilo? al giusto
giudizio aperto popolar me pria
perché non trarre?
Perché d'armi e d'oro
tu ti fai scudo, ei di virtude ignuda:
perché tu pieno di vendetta riedi,
ed ei neppure la conosce: in somma,
perché i tuoi, non di Sparta, efori nuovi
suonan ben altro, che terror di leggi.
Nulla paventa Agide mio; ma torsi
vuol dalla infamia; e darla, ancor che breve,
altrui può sempre chi il poter si usurpa.
Che farà dunque Agide tuo? più a lungo
racchiuso starsi omai non può, s'ei teme
la infamia vera.
E molto men può Sparta
nelle presenti sue strane vicende
d'un de' suoi re star priva. Agide il nome
tuttor ne serba; e il necessario incarco
pur non ne adempie: mal sicura intanto
e dentro e fuori è la città; sossopra
gli ordini tutti; e manca...
Agide manca;
e con lui tutto. Al par di noi ciò sanno
i nemici di Sparta, in cui novello
fea rinascer terror dell'armi nostre
Agide solo. Sì, gli Etoli feri,
cui disfar non sapea canuto duce
il grande Aràto co' suoi prodi Achei,
tremar d'Agide imberbe; antico tanto
spartano egli era. — A non imprender cosa
or contro a lui, Leonida, ti esorto:
che se pur anco, ingiusto spesso, il fato
palma or ten desse, onta non lieve un giorno
ne trarresti dal tempo, e danno espresso
della patria. Non so, se patria un nome
sacro a te sia: ma primo, e forte tanto
nome è fra noi, che se in mio cor sorgesse
un leggier dubbio mai, ch'anco i pensieri,
non che d'Agide l'opre, al ben di Sparta
non fosser volti tutti, io madre, io prima,
il rigor pieno delle sante leggi
implorerei contra il mio figlio. — Or dunque
opra a tuo senno tu: tremar non ponno
Agide mai, né chi a lui diè la vita,
che per la patria lor: tu, benché in armi
ed in prospera sorte, entro al tuo core
conscio di te, sol per te stesso tremi.
Donna, sei madre; e d'uom ch'ebbe già scettro,
il sei; quind'io ti escuso. In voi temenza
non è; di' tu? meglio per voi: ma Sparta,
gli efori, ed io, vi diam sol uno intero
giorno, a mostrar questa innocenza vostra,
sempre esaltata e non provata mai.
Esca al fin egli, e sé difenda; e accusi
me stesso ei pur, se il vuol: tranne l'asilo
tutto or gli sta. Ma, se a celarsi ei segue,
digli, che al nuovo dì né Sparta il tien
più per suo re, né per collega io 'l tengo.