SCENA II

By Vittorio Alfieri

Chi ne' miei passi trovo? oh! mentre io vado

di Sparta al re, cui sacro asil racchiude,

qui intorno io veggo irsi aggirando or l'altro

re di Sparta novello?

E il fero giorno,

ch'io, re di Sparta, esul di Sparta usciva,

ebbi al mondo un asilo? Assai gran tempo

dal trono io vissi in bando; e reo, ch'è il peggio,

in apparenza io vissi. Avriami ucciso

il duol, se in un coll'usurpato seggio

restituita la innocenza mia

non m'era appieno da un miglior consiglio

di Sparta istessa. Il mio rival cacciato,

quel Cleòmbroto iniquo, a chi il mio scettro

signor del tutto allora Agide dava,

già mie discolpe ei fece. A far le sue,

che tarda Agide più? Collega ei fummi

sul trono; ancor mi è genero; e nemico

mi sia, se il vuole. — Ma, cagion qual altra,

che il suo fallir, chiuso or nel tempio il tiene?

A Sparta, e a me, Leonida, sei noto:

quai sieno i tuoi, quai sien d'Agide i falli,

è brevissimo a dirsi, Agide volle

libera Sparta; i cittadini uguali,

forti, arditi, terribili; Spartani

in somma: e a nullo sovrastare ei volle,

che in ardire e in virtude. In ozio vile,

ricca, serva, divisa, imbelle, quale

appunto ell'è, Leonida la volle.

Falli son l'opre d'Agide, perch'havvi

copia di rei, più che di buoni, in Sparta:

di Leonida l'opre or son virtudi,

perch'elle son dei tempi. Oggi rimembra

tu almen, se il puoi, che il mio figliuol mostrossi

nemico aperto del regnar tuo solo,

non di te mai; ch'or non vivresti, pensa,

se cittadino ei più che re, tua vita

non ti serbava, ed in suo danno forse.

Vero è; nel dì, che il tuo crudo fratello

a trucidarmi gli assassin suoi vili

mandava, Agide, forse a tuo dispetto,

per altri suoi satelliti mi fea

vivo e illeso serbar: ma un re sbandito,

cui l'onor, l'innocenza, il soglio tolto

vien dal rival, fia ch'a pietade ascriva

la mal concessa vita?

Al par che grande

era imprudente il dono: Agide stesso

tale il credea; ma innata è in quel gran core

ogni magnanim'opra. Agide eccelso

contaminar non volle col tuo sangue

la generosa ed inaudita impresa

di un re, che in piena libertà sua gente

restituir, spontaneo, si accinge.

Dal perdonarti io nol distolsi; e forse

tentato invano lo avrei: d'Agide madre,

mostrarmi io mai potea di cor minore

a quel di un tanto figlio? È ver; mi nacque

Agesilào fratello: or di un tal nome

indegno egli è. Con libera eloquenza,

e con finte virtù suoi vizi veri

adombrando, ei deluse Agide, Sparta,

e me con essi...

Ma, non me, giammai.

Noto e simile ei t'era. — A tor per sempre

dei creditori e debitor, de' ricchi

e de' mendici, i non spartani nomi,

Agesilào, più ch'altri, Agide spinse.

Vistosi poi dal nostro esemplo astretto

di accomunar le sue ricchezze, ei vinto

dall'avarizia brutta, il sacro incarco

contaminando d'eforo, impediva

la sublime uguaglianza. Il popol quindi,

sconvolto e oppresso più, dubbio, tremante

fra il servir non estinto e la sturbata

sua libertade rinascente appena,

te richiamava al seggio: e te stromento

degno ei sceglieva al rincalzare i molli

non cangiabili in lui guasti costumi.

Il popol stesso, avvinto in man ti dava

qual Cleòmbroto re pur dianzi eletto:

e il popol stesso alla custodia or sola

di un asilo abbandona il già sì amato

Agide, il riverito idolo suo.

Più custodito è dalle leggi assai,

che da questo suo asilo. Ei delle leggi

sovvertitore, annullator, pur debbe

ad esse e a noi la sua salvezza. E a noi

efori veri, a Sparta tutta innanzi,

ei darà di sé conto: ove non reo

vaglia a chiarirsi, ei non del re, né d'altri

temer de' mai.

S'egli in suo cor se stesso

reo non stimasse, a che l'asilo? al giusto

giudizio aperto popolar me pria

perché non trarre?

Perché d'armi e d'oro

tu ti fai scudo, ei di virtude ignuda:

perché tu pieno di vendetta riedi,

ed ei neppure la conosce: in somma,

perché i tuoi, non di Sparta, efori nuovi

suonan ben altro, che terror di leggi.

Nulla paventa Agide mio; ma torsi

vuol dalla infamia; e darla, ancor che breve,

altrui può sempre chi il poter si usurpa.

Che farà dunque Agide tuo? più a lungo

racchiuso starsi omai non può, s'ei teme

la infamia vera.

E molto men può Sparta

nelle presenti sue strane vicende

d'un de' suoi re star priva. Agide il nome

tuttor ne serba; e il necessario incarco

pur non ne adempie: mal sicura intanto

e dentro e fuori è la città; sossopra

gli ordini tutti; e manca...

Agide manca;

e con lui tutto. Al par di noi ciò sanno

i nemici di Sparta, in cui novello

fea rinascer terror dell'armi nostre

Agide solo. Sì, gli Etoli feri,

cui disfar non sapea canuto duce

il grande Aràto co' suoi prodi Achei,

tremar d'Agide imberbe; antico tanto

spartano egli era. — A non imprender cosa

or contro a lui, Leonida, ti esorto:

che se pur anco, ingiusto spesso, il fato

palma or ten desse, onta non lieve un giorno

ne trarresti dal tempo, e danno espresso

della patria. Non so, se patria un nome

sacro a te sia: ma primo, e forte tanto

nome è fra noi, che se in mio cor sorgesse

un leggier dubbio mai, ch'anco i pensieri,

non che d'Agide l'opre, al ben di Sparta

non fosser volti tutti, io madre, io prima,

il rigor pieno delle sante leggi

implorerei contra il mio figlio. — Or dunque

opra a tuo senno tu: tremar non ponno

Agide mai, né chi a lui diè la vita,

che per la patria lor: tu, benché in armi

ed in prospera sorte, entro al tuo core

conscio di te, sol per te stesso tremi.

Donna, sei madre; e d'uom ch'ebbe già scettro,

il sei; quind'io ti escuso. In voi temenza

non è; di' tu? meglio per voi: ma Sparta,

gli efori, ed io, vi diam sol uno intero

giorno, a mostrar questa innocenza vostra,

sempre esaltata e non provata mai.

Esca al fin egli, e sé difenda; e accusi

me stesso ei pur, se il vuol: tranne l'asilo

tutto or gli sta. Ma, se a celarsi ei segue,

digli, che al nuovo dì né Sparta il tien

più per suo re, né per collega io 'l tengo.