SCENA III.
Il musico gentile
pria che la lingua snodi,
susurra in bassi modi,
un bel gesolreutt.
Tal l'infelice Annida
or che pregarti deve
forma un concento breve
per prepararti il cor.
Attenti miei signori, ed incomincio.
Non aspettar...
Signora, altro non chiedo.
Me ne andava.
Ch'io preghi, volea dire.
Deh! non m'interrompete almen l'esordio:
è la metà dell'opra un buon primordio.
Non aspettar ch'io preghi che tu resti:
solo ti prego, ingrato,
che mi lasci venire ove tu vai;
ti potrò far servizio, lo vedrai.
Io ti starò dinanzi:
«barbaro forse non sarà sì crudo,
che ti voglia ferir per non piagarmi».
Dite davvero, o fate per burlarmi?
Anzi ti faccio una proposta in forma.
Vedete, amici cari?
«Parla la bella donna, e par che dorma».
Scudiero o scudo
col petto ignudo
ti coprirò.
Non farem nulla:
un turco crudo,
bella fanciulla,
ti piglierà.
E ti dirà:
Signore scudo,
signor scudiere,
venga al quartiere
di Mustafà.
Tu non sei nato
in casa d'Este:
nelle foreste
ti fece il mar,
allor che il Caucaso,
la cosa è piana,
coll'onda insana
si maritò.
Vattene pur crudele,
vattene, iniquo, omai,
me ignudo spirto a tergo
eternamente avrai.
Non me ne importa un como,
perché non ti vedrò.
Ma cado tramortita, e mi diffondo
di gelato sudor.
Poter del mondo!
Cara Annida, ohimè! che fai?
Non mi senti, e non mi vedi:
ma pur gli ultimi congedi
per pietade io prenderò.
Oh crudel! tu non rispondi!
Non mi dici: schiavo cane:
sta pur lì fino a dimane,
che per me già me ne vo.