SCENA III.
Gran maraviglia mi par, ch'io non abbia di già Ippolito
Sopra le spalle a sollecitarmi, a raccomandarmisi,
A mandarmi ora innanzi, ora indietro sanza proposito,
Dirmi una cosa mille volte, e per nuova ridirmela,
Trovar de' modi, e delle invenzioni tutte impossibili
Da fare impazzar proprio Aristotile; e s'io lo biasimo,
Si cruccia meco, e dice, ch'io non son punto amorevole,
Tal ch'e' mi fa disperare, e fammi donare al diavolo.
Di poco m'ingannai: eccol già qua, ch'a sé medesimo
Parla come i matti, ché tali i suoi pari dir si possono.
Può fare il mondo però, che oggi sia fatto invisibile
Questo maladetto Tonchio, ch'in terra, né in ciel, né in aria
Trovar nol possa! che s'egli avesse il fuoco in sen, com'ho io,
Non si faria cercar tanto; ma i servi hanno dell'asino,
Ché quanto più ha il padron fretta, essi men trottano.
Pigliati quella, Tonchio, pei buoni servizi.
Né curano
Se non di mangiar, di bere, di dormire, e de' lor comodi.
E questo mi si viene per la mia fatica.
Ma se mai
Mi verrà il comodo, un giorno giuro di vendicarmene.
Sanza giuro il credeva.
Egli è uscito già dell'animo,
Che Scarabon ruffiano, porco, avaro, e crudelissimo
Ier disse di volersene ire a Roma oggi in ogni modo,
E menar via Flora; il che se i cieli consentissero,
Sarei morto in una ora sola.
Or io voglio scoprirmi
Per non lasciarlo più in preda a gli umor maninconici.
Ippolito, o Ippolito.
Chi è quel che mi chiama?
È uno, di chi dite or male, e poi gli darete la soia.
O Tonchio mio, o mia sola speranza, o sol rimedio
Della mia infermitade, o mia colonna, o sostegno unico
Della mia vita!
Che vi dissi, padrone mio; apposimi?
Tosto sète mutato.
Perché?
Perché da principio
Non dicevate così.
E tu dunque ascoltavimi
Sanza parlar, mentr'io ti cercava con tanta furia?
Or mi perdona, Tonchio, ché sai che gli amorosi sono
Fuor di sé in tutto sol guidati dal furor di Venere:
Ma lasciam gir questo; hai tu pensato ancora al fatto?
Sì.
E che?
Che la vostra infirmitade sia incurabile.
Perché?
Perché sanza danari non si acquistan le femmine
Che son sotto i ruffiani, e dell'altre ancora pochissime.
E noi non n'abbiamo, e tutti gli assegnamenti mancano
Da procacciarne, se già non dessimo i nostri debiti,
Che pur son tanti, che ogni giorno la testa mi rompono.
Or non sai tu che chi fe un, fece mille? e che egli è agevole
Da chi l'uom debbe assai pigliarne ancor, e dargli a intendere
Che i pochi gli salveranno i molti poi, raddoppiandogli
I suoi interessi, facendo promesse innumerabili,
Quando sia Simon morto, e prima ancor?
Oh tu sei semplice
Se tu pensi che mille volte e più non si fussero
Dette queste parole, le quali son ritornate vane
In modo a ciascuno, che elle per alcun mai non si credono,
E son da tutti più sgridato, che nibbio da femine.
Io non so tanto dir; so ben che se vorrai le scatole
Trar fuor delle tue ciurmerìe, come spesso sei solito,
Che non ci mancheranno unguenti da guarir le piaghe mie.
Or vanne adunque, Tonchio, e ti ricordo non perdere
Il tempo, ché Scarabon disperato non se ne vada.
Non se ne vada, e dove? forse che a Roma e che a Napoli
Si getta il lardo a' cani per loro, ché tanti oggi ve ne sono,
Che molti di loro di fame, o nello spedale si muoiono.
Noi abbiam troppa fretta, stiamo un poco a lasciar correre,
Facciamci cercare.
Oimè lasso! come mi ancidono
Le tue parole! ei non son questi drappi, elle non son sete,
Ell'è una mercanzia che per troppi si desidera:
Or va' via, dico, e lascia, ti prego, le cerimonie.
Trova Scarabone, menalo a la casa di Flamminia,
Che ti aiuterà molto: corri pur tosto, sollecita,
Ché il tempo passa.
E come volete?
Non rispondere,
sta' cheto, e corri.
S'altro non mancasse, ci andrebbe bene:
Ecco che l'un fo, e l'altro.
Anzi parlandone fai un solo;
Or le fai tutte due, va' via, che sia con buono augurio,
Et io mi tirerò in parte, ch'io la vegga almeno.