SCENA III

By Melchiorre Cesarotti

O dalle cime del funesto Crona,

Densa nebbia, precipita, e sull'orme

Del cacciator ti spargi; agli occhi miei

I suoi passi nascondi, ond'io non vegga

La rimembranza dell'estinto amico.

Son disperse le squadre

Della battaglia, e le affollate genti

Più non stringonsi intorno

Al fier rimbombo del percosso scudo.

Corri sangue, o Carron; del popol forte

Caduto è 'l capo.

Chi, rispondi, chi

Figlio dell'atra notte,

Chi cadeo del Carrone

Sopra le sponde erbose? er'egli bianco

Come in Arven la neve? era ridente

Come l'arco piovoso? aveva i crini

Morbidi come nebbia,

Lucidi come raggio?

Era tuono in battaglia, e cervo al corso?

Oh veder potess'io

Il diletto amor mio dolce pendente

Dalla collina sua! veder potessi

Il rosseggiante sguardo

Fosco di pianto, e la vermiglia guancia

Mezzo tra 'l crine ascosa!

O auretta leggiera,

Deh soffia un cotal poco,

E i bei capegli inalza, e fa' ch'io scorga

Il candidetto braccio,

E 'l caro volto nel dolor sì bello.

O narrator della dolente istoria,

Dunque è caduto di Comallo il figlio?

Già sul colle

Il tuon romoreggia

Il lampo fiammeggia,

Sopra penne di foco: ah no, non temo.

E che temer poss'io,

Se 'l mio Fingallo è spento?

Deh dimmi, autor della dolente istoria,

Dunque cadeo lo spezzator di scudi?

Son dispersi pei colli i duci nostri,

Né più la voce di Fingallo udranno.

Venga sulle tue tracce orror di morte,

Distruzion ti colga, o re del mondo;

Pochi sieno i tuoi passi

Verso la tomba, e sulla tomba strida

Vergine afflitta, e com'io son, tal sia

Nei dì di giovinezza

Squallida, desolata e lagrimosa.

Perché, crudo Idallano,

M'hai tu detto sì tosto

Ch'era spento il mio eroe? per poco ancora

Avrei pasciuto il core

Di soave lusinga; avrei potuto

Fingermi il suo ritorno, e mille obietti

Con grazioso inganno

Sedotto avrian l'innamorata mente.

Sopra lontana rupe,

In un tronco, in un sasso

L'avrei forse veduto, e 'l suon del vento

Al desioso orecchio

Avria sembrato del suo corno il suono.

Oh foss'io adesso almeno

Del Carron sulle sponde;

E riscaldar potessegli

Le fredde e smorte guance

Coll'amorose lagrime!

No, sul Carron non giace; in Arven tosto

Gli ergon la tomba i duci: ah dalle nubi

Tu risguardalo, o luna; in sul suo petto

Splenda il tuo raggio, onde al fulgor dell'armi

Comala il riconosca, e in lui s'affisi.

Fermatevi, fermate

O figli della tomba,

Finch'io veggo il mio amore: egli soletta

Lasciommi a caccia; io non sapeva, ahi lassa!

Ch'ei n'andasse alla pugna. Ei colla notte

Promise di tornar. Così ritorni,

Fingal diletto, o dell'oscura grotta

Tremulo figlio, e perché mai non dirmi

Ch'egli cadrebbe? lo tuo spirto il vide

Perir nel sangue de' suoi prodi avvolto,

E a Comala il tacesti,

Onde più acerba e grave

Scendesse al cor l'inaspettata doglia.

Ma qual fragore

Gli orecchi fiede?

Ma qual fulgore

Splender si vede

D'Arven colà nella soggetta valle?

Chi è costui, che viene

Alla possa dei fiumi somigliante,

Quando l'onde affollate

Splendono a' rai della vibrante luna?

E chi puot'esser altro,

Che 'l mio nemico, l'esecrabil figlio

Del re del mondo? ombra di Fingal, vieni,

Reggi, reggi

Dalla tua nube

L'arco di Comala,

Sicch'egli infiggasi

Nell'empio petto, e qui trafitto caggia

Come cervo in deserto: ah no, che veggio?

Questa, sì questa

del mio Fingallo è l'ombra,

Che a me sen viene

Dal suo cupo soggiorno;

Ed ha d'intorno

Le schiere pallide

Della sua morta gente.

Mio desio,

Amor mio,

Perché vieni

A spaventarmi,

A consolarmi

L'alma languente?