SCENA III
Dal fresco esiglio inacerbito ei parla:
ma, non ha Sparta l'ira sua. — Dovresti,
tu cui son cari Agide e Sparta, il figlio
piegare ai tempi alquanto, e indurlo...
A farsi
vile, non io, né voi, né Sparta indurlo
mai non potremmo. Che del re lo sdegno
non sia sdegno di Sparta, assai mel dice
l'immenso stuolo di Spartani in folla
presso all'asilo d'Agide ogni giorno
adunati, che il chiamano con fere
libere grida ad alta voce padre,
cittadin re, liberator secondo,
nuovo Licurgo. Assai pur alta e vera
esser de' in lui la sua virtù, poich'osa
laudarla ancor con suo periglio Sparta;
poiché, più del terror dell'armi vostre,
può in Sparta ancor la maraviglia d'essa.
Si affolla e grida il popolo; ma nulla
opra ei perciò: né i ribellanti modi
altro faran, che inacerbir più sempre
contra il tuo figlio i buoni. Assai tu puoi,
d'Agide madre, entro a spartani petti,
e sovr'Agide più: quelli (a me il credi)
al cessar dai tumulti, e questo or traggi,
per poco almeno, all'adattarsi ai tempi.
Se il ben di tutti e il ben del figlio brami,
fra violenze e rabide contese,
mal si ritrova, il sai. Se in ciò tu nieghi
caldamente adoprarti, e Sparta, ed io,
e Leonida, a dritto allor nemici
crederem voi di Sparta; allor parranno,
a certa prova, i vostri ampi tesori
malignamente accomunati in prezzo,
non di uguaglianza, di comun servaggio.
Dell'alte imprese, ottima o trista, pende
dall'evento la fama. All'opre vostre
generose, magnanime (se il sono)
macchia non rechi il rio sospetto altrui,
che giustamente voi pentiti accusa
del tanto dono; e del volerne infame
traffico far, vi accusa. Io tutto appieno,
qual cittadin, qual eforo, ti espongo;
non qual nemico: a voi l'oprar poi spetta.