SCENA IV
Vagliami il ver, Montano: i' so che parlo
a chi di me più intende. Oscuri sempre
sono assai più gli oracoli di quello
ch'altri si crede, e le parole loro
sono come il coltel, che, se tu 'l prendi
in quella parte ove per uso umano
la man s'adatta, a chi l'adopra è buono;
ma chi 'l prende ove fere, è spesso morte.
Ch'Amarillide mia, come argomenti,
sia per alto destin dal cielo eletta
a la salute universal d'Arcadia,
chi più deve bramarlo e caro averlo
di me, che le son padre? Ma, s'i' miro
a quel che n'ha l'oracolo predetto,
mal si confanno a la speranza i segni.
S'unir li deve Amor, come fia questo,
se fugge l'un? com'esser pòn gli stami
d'amoroso ritegno odio e disprezzo?
Mal si contrasta quel ch'ordina il cielo;
e, se pur si contrasta, è chiaro segno
che non l'ordina il cielo, a cui, se pure
piacesse ch'Amarillide consorte
fosse di Silvio tuo, più tosto amante
lui fatto avria che cacciator di fère.
Non vedi tu com'è fanciullo? ancora
non ha fornito il diciottesim'anno.
Ben sentirà col tempo anch'egli amore.
E 'l può sentir di fèra e non di ninfa?
A giovinetto cor più si conface.
E non amor, ch'è naturale affetto?
Ma senza gli anni è natural difetto.
Sempre e' fiorisce alla stagion più verde.
Può ben, forse, fiorir, ma senza frutto.
Col fior, maturo ha sempre il frutto amore.
Qui non venn'io né per garrir, Montano,
né per contender teco, ché né posso
né fare il debbo; ma son padre anch'io
d'unica e cara e, se mi lece dirlo,
meritevole figlia e, con tua pace,
da molti chiesta e desiata ancora.
Titiro, ancor che queste nozze in cielo
non iscorgesse alto destìn, le scorge
la fede in terra, e 'l violarla fôra
un violar de la gran Cintia il nume
a cui fu data; e tu sai pur quant'ella
è disdegnosa e contra noi sdegnata.
Ma, per quel ch'i' ne sento e quanto puote
mente sacerdotal rapita al cielo
spiar là su di que' consigli eterni,
per man del Fato è questo nodo ordito;
e tutti sortiranno, abbi pur fede,
a suo tempo maturi anco i presagi.
Più ti vo' dir, ché questa notte in sogno
veduto ho cosa onde l'antica speme
più che mai nel mio cor si rinnovella.
Son i sogni alfin sogni. E che vedesti?
Io credo ben ch'abbi memoria (e quale
sì stupido è tra noi ch'oggi non l'abbia?)
di quella notte lagrimosa, quando
il tumido Ladon ruppe le sponde,
sì che là dove avean gli augelli il nido,
notâro i pesci, e in un medesmo corso
gli uomini e gli animali
e le mandre e gli armenti
trasse l'onda rapace.
In quella stessa notte
(oh dolente memoria!) il cor perdei,
anzi quel che del core
m'era più caro assai,
bambin tenero in fasce,
unico figlio allora, e da me sempre
e vivo e morto unicamente amato.
Rapillo il fier torrente
prima che noi potessimo, sepolti
nel terror, ne le tenebre e nel sonno,
provar di dargli alcun soccorso a tempo;
né pur la culla stessa, in cui giacea,
trovar potemmo, ed ho creduto sempre
che la culla e 'l bambin, così com'era,
una stessa voragine inghiottisse.
Che altro si può credere? ben parmi
d'aver inteso ancora, e da te, forse,
di questa tua sciagura, veramente
sciagura memorabile ed acerba;
e puoi ben dir che di duo figli, l'uno
generasti a le selve e l'altro a l'onde.
Forse nel vivo il ciel pietoso ancora
ristorerà la perdita del morto.
Sperar ben si dé' sempre. Or tu m'ascolta.
Era quell'ora a punto
che, tra la notte e 'l dì, tenebre e lume
col fosco raggio ancor l'alba confonde;
quand'io, pur nel pensiero
di queste nozze avendo
vegghiata una gran parte della notte,
alfin lunga stanchezza
recò negli occhi miei placido sonno,
e con quel sonno vision sì certa,
che di vegghiar dormendo
avrei potuto dire.
Sopra la riva del famoso Alfeo
seder pareami a l'ombra
d'un platano frondoso,
e con l'amo tentar ne l'onda i pesci,
ed uscire in quel punto
di mezzo 'l fiume un vecchio ignudo e grave,
tutto stillante il crin, stillante il mento,
e con ambe le mani
benignamente porgermi un bambino
ignudo e lagrimoso,
dicendo: «Ecco 'l tuo figlio;
guarda che non l'ancidi»;
e, questo detto, tuffarsi ne l'onde.
Indi tutto repente
di foschi nembi il ciel turbarsi intorno
e minacciarmi orribile procella,
tal ch'io per la paura
strinsi il bambino al seno,
gridando. «Ah! dunque un'ora
mel dona e mel ritoglie?».
Ed in quel punto parve
che d'ogn'intorno il ciel si serenasse,
e cadesser nel fiume
fulmini inceneriti
ed archi e strali rotti a mille a mille;
indi tremasse il tronco
del platano e n'uscisse,
formato in voce, spirito sottile
che, stridendo, dicesse in sua favella:
«Montano, Arcadia tua sarà ancor bella».
E così m'è rimaso
nel cor, negli occhi e ne la mente impressa
l'imagine gentil di questo sogno,
ch'i' l'ho sempre dinanzi;
e sopra tutto il volto
di quel cortese veglio,
che mi par di vederlo.
Per questo i' men venìa diritto al tempio,
quando tu m'incontrasti,
per quivi far col sacrificio santo
de la mia vision l'augurio certo.
Son veramente i sogni
de le nostre speranze,
più che de l'avvenir, vane sembianze,
imagini del dì guaste e corrotte
da l'ombra de la notte.
Non è sempre co' sensi
l'anima addormentata;
anzi tanto è più desta,
quanto men traviata
da le fallaci forme
del senso, allor che dorme.
Insomma, quel che s'abbia il ciel disposto
de' nostri figli, è troppo incerto a noi;
ma certo è ben che 'l tuo sen fugge e contra
la legge di natura amor non sente;
e che la mia fin qui l'obbligo solo
ha de la data fé, non la mercede.
Né so già dir se senta amor; so bene
ch'a molti il fa sentire,
né possibil mi par ch'ella nol provi,
se 'l fa provar altrui.
Ben mi par di vederla
più de l'usato suo cangiata in vista,
ché ridente e festosa
già tutta esser solea.
Ma l'invaghir donzella
senza nozze a le nozze, è grave offesa.
Come in vago giardin rosa gentile,
che ne le verdi sue tenere spoglie
vpur dianzi era rinchiusa
e sotto l'ombra del notturno velo
incolta e sconosciuta
stava posando in sul materno stelo,
al subito apparir del primo raggio
che spunti in oriente,
si desta e si risente
e scopre al sol, che la vagheggia e mira,
il suo vermiglio ed odorato seno,
dov'ape, susurrando,
nei mattutini albori
vola suggendo i rugiadosi umori;
ma, s'allor non si coglie,
sì che del mezzodì senta le fiamme,
cade al cader del sole
sì scolorita in su la siepe ombrosa,
ch'a pena si può dir: «Questa fu rosa!»
così la verginella,
mentre cura materna
la custodisce e chiude,
chiude anch'ella il suo petto
a l'amoroso affetto;
ma, se lascivo sguardo
di cupido amator vien che la miri,
e n'oda ella i sospiri,
gli apre subito il core
e nel tenero sen riceve amore;
e se vergogna il cela
o temenza l'affrena,
la misera, tacendo,
per soverchio desio tutta si strugge.
Così manca beltà, se 'l foco dura,
e, perdendo stagion, perde ventura.
Titiro, fa' buon core;
non t'avvilir ne le temenze umane,
ché bene inspira il cielo
quel cor che bene spera;
né può giunger là sù fiacca preghiera.
E, s'ognun dé' pregare
ove 'l bisogno sia
e sperar negli dèi,
quanto più ciò conviene
a chi da lor deriva!
Son pure i nostri figli
propagini celesti:
non spegnerà il suo seme
chi fa crescer l'altrui.
Andiam, Titiro, andiamo
unitamente al tempio e sacreremo,
tu il capro a Pane ed io
ad Ercole il torello.
Chi feconda l'armento,
feconderà ben anche
colui che con l'armento
feconda i sacri altari.
Tu va', fido Dameta:
scegli tosto un torello,
di quanti n'abbia la feconda mandra
il più morbido e bello;
e per la via del monte, assai più breve,
fa ch'io l'abbia nel tempio, ov'io t'attendo.
E da la greggia mia, caro Dameta,
conduci un irco.
I' farò l'uno e l'altro.
Questo sogno, Montano,
piaccia a l'alta bontà de' sommi dèi
che fortunato sia quanto tu speri.
So ben io, so ben io
quant'esser può del tuo perduto figlio
la rimembranza a te felice augurio.