SCENA IV
Stelle tiranne, e che volete più?
Forse a voi, ah, non bastava
tormi amando libertà,
se la vostra crudeltà
anco il piè non mi legava
in penosa servitù.
I cenni miei, Feraspe,
così dunque trascuri?
Parlasti all'idol mio?
Signor, con piè non tardo
il tutto esposi, e replicò Lucinda
che v'attende ad ognora
e solo a voi s'incolpa la dimora.
Accingetevi,
preparatevi
miei desiri innamorati,
a goder di quei contenti
ch'a momenti
sol per voi serbano i fati.
(Ma la superba Eurinda a me sen viene.)
Umilmente, o Reina,
Filandro a voi s'inchina;
e saria troppo ormai
ch'ai bramati sponsali
del regge mio signore,
vi piegasse ragion se non amore.
Partenope la bella
v'acclama a tutte l'ore,
il mio re vi sospira;
e voi con dura, o Dio, fatal costanza
siete nemica alla commun speranza.
Filandro io ben gradisco
dell'offerte reali i sensi espressi,
ma le vive memorie
del morto genitore
son argini al mio core.
Un regio cor non prende
le leggi dalla sorte.
Ogni petto, ogni cor cede alla morte.
Su pensieri, alla difesa!
Deh, fuggite i crudi strali
di Cupido, che fatali
vibra i dardi a vostra offesa.
Una vita più felice
Chi sol brama di godere
serbi libero il volere,
che a gioir sorte predice
di costanza un'alma accesa.