SCENA IV
Su su, le pugne del Carrone ondoso,
Cantori, ergansi al ciel: provò 'l mio braccio
Caraco audace, e pien di scorno e d'ira
Fugge pei campi del domato orgoglio.
Ei ben lungi tramonta, appunto come
Vapor dell'aria, che nel sen rinchiude
Spirto notturno, allor che il vento avverso
Lo rispinge dal monte, e 'l bosco oscuro
Di fosca luce da lontan rosseggia.
Ma parmi aver inteso
Voce simile al soffio
Di fresco venticello,
Che spira da' miei colli. Ah saria questa
La voce della bella
Cacciatrice di Galma,
Della figlia di Sarno
Dalla candida mano?
Guarda dalla collina, amor mio dolce,
Corri veloce:
Fammi sentir quella che il cor mi molce
Gentil tua voce.
O amabilissimo
Figlio di morte,
Sempre caro e vezzoso.
Prendimi teco
Dentro lo speco
Del tuo riposo.
Sì, del riposo mio
Nello speco verrai:
Cessaro i nembi omai,
E lieto arride a' nostri campi il Sole.
O bella cacciatrice,
Rendi felice
Il tuo diletto sposo.
Vientene meco
Dentro lo speco
Del mio riposo.
O che veggio? che ascolto?
No non m'inganno: egli è Fingallo, ei vive,
Ei torna pien della sua fama; io sento
La man delle battaglie: oimè, oimè,
Che vicenda improvvisa,
Che tumulto d'affetti,
M'affoga il cor! Sento ch'io manco: è d'uopo
Che a riposarmi io vada
Dietro di questa rupe,
Finché la foga dell'affannat'alma
Ha posa e calma.
Stiami l'arpa da canto,
E voi, figlie di Morni,
Sciogliete il canto.
Comala in Arven tre cervetti uccise;
Mira la fiamma
Che là sovra la rupe alto risplende.
Vanne al convito,
Re di Morven selvosa,
Che la tua sposa - con desio t'attende.
Ma voi, figli del canto, alzate al cielo
Del Carron le battaglie, onde s'allegri
La verginetta dalla bianca mano,
Finché dell'amor mio la festa io miro.