SCENA IX

By Battista Guarini

Costui crede a Corisca? e segue l'orme

di lei ne la spelonca d'Ericina?

Stupido è ben chi non intende il resto.

Ma certo e' ti bisogna aver gran pegno

de la sua fede in man, se tu le credi,

e stretta lei con più tenaci nodi

che non ebb'io quando nel crin la presi.

Ma nodi più possenti in lei dei doni

certo avuto non hai. Questa malvagia,

nemica d'onestate, oggi a costui

s'è venduta al suo solito, e qui dentro

si paga il prezzo del mercato infame.

Ma forse costà giù ti mandò il cielo

per tuo castigo e per vendetta mia.

Da le parole di costui si scorge

ch'egli non crede invano, e le vestigia,

che vedute ha di lei, son chiari indizi

ch'ella è già ne lo speco. Or fa' un bel colpo:

chiudi il foro dell'antro con quel grave

e soprastante sasso, acciò che quinci

sia lor negata di fuggir l'uscita.

Poi vanne, e 'l sacerdote e' suoi ministri

per la strada del colle a pochi nota

conduci, e fàlla prendere, e, secondo

la legge e' i suoi misfatti, alfin morire.

E so ben io che data a Coridone

ha la fé maritale, il qual si tace

perché teme di me, che minacciato

l'ho molte volte. Oggi farò ben io

ch'egli di due vendicherà l'oltraggio.

Non vo' perder più tempo. Un sodo tronco

schianterò da quest'elce... a punto questo

fia buono..., ond'io potrò più prontamente

smover il sasso. Oh com'è grave! oh come

è ben affisso! Qui bisogna il tronco

spinger di forza e penetrar sì dentro,

che questa mole alquanto si divella.

Il consiglio fu buono. Anco si faccia

il medesmo di qua. Come s'appoggia

tenacemente! È più dura l'impresa

di quel che mi pensava. Ancor non posso

svellerlo, né per urto anco piegarlo.

Forse il mondo è qui dentro? o pur mi manca

il solito vigor? Stelle perverse,

che machinate? il moverò mal grado.

Maladetta Corisca e, quasi dissi,

quante femmine ha il mondo! O Pan Liceo,

o Pan che tutto se', che tutto puoi,

moviti a' prieghi miei:

fosti amante ancor tu di cor protervo.

Vendica ne la perfida Corisca

i tuoi scherniti amori.

Così virtù del tuo gran nume il movo,

così in virtù del tuo gran nume e' cade.

La mala volpe è ne la tana chiusa;

or le si darà il foco, ov'io vorrei

veder quante son femmine malvage

in un incendio solo arse e distrutte.

Come se' grande, Amore,

di natura miracolo e del mondo!

qual cor sì rozzo o qual sì fiera gente

il tuo valor non sente?

ma qual sì scaltro ingegno e sì profondo

il tuo valor intende?

Chi sa gli ardori che 'l tuo foco accende,

importuni e lascivi,

dirà: «Spirto mortal, tu regni e vivi

ne la corporea salma».

Ma chi sa poi come a virtù l'amante

si desti e come soglia

farsi al suo foco, ogni sfrenata voglia

subito spenta, pallido e tremante,

dirà: «Spirto immortale, hai tu ne l'alma

il tuo solo e santissimo ricetto».

Raro mostro e mirabile, d'umano

e di divino aspetto;

di veder cieco e di saver insano;

di senso e d'intelletto,

di ragion e desio confuso affetto!

e tale, hai tu l'impero

de la terra e del ciel ch'a te soggiace.

Ma (dirol con tua pace)

miracolo più altèro

ha di te il mondo e più stupendo assai,

però che quanto fai

di maraviglia e di stupor tra noi,

tutto in virtù di bella donna puoi.

O donna, o don del cielo,

anzi pur di Colui

che 'l tuo leggiadro velo

fe', d'ambo creator, più bel di lui,

qual cosa non hai tu del ciel più bella?

Ne la sua vasta fronte,

mostruoso ciclope, un occhio ei gira,

non di luce a chi 'l mira,

ma d'alta cecità cagione e fonte.

Se sospira o favella,

com'irato leon rugge e spaventa;

e non più ciel, ma campo

di tempestosa ed orrida procella,

col fiero lampeggiar folgori avventa.

Tu col soave lampo

e con la vista angelica amorosa

di duo soli visibili e sereni,

l'anima tempestosa

di chi ti mira, acqueti e rassereni.

E suono e moto e lume

e valor e bellezza e leggiadria

fan sì dolce armonia nel tuo bel viso,

che 'l cielo invan presume

(se 'l cielo è pur men bel del paradiso)

di pareggiarsi a te, cosa divina.

E ben ha gran ragione

quell'altèro animale

ch'“uomo” s'appella ed a cui pur s'inchina

ogni cosa mortale,

se, mirando di te l'alta cagione,

t'inchina e cede; e, s'ei trionfa e regna,

non è perché di scettro o di vittoria

sii tu di lui men degna,

ma per maggior tua gloria,

ché quanto il vinto è di più pregio, tanto

più glorioso è di chi vince il vanto.

Ma che la tua beltate

vinca con l'uomo ancor l'umanitate,

oggi ne fa Mirtillo a chi nol crede

maravigliosa fede.

E mancava ben questo al tuo valore,

donna, di far senza speranza amore.