SCENA IX
Feraspe, in questi allori
fra queste solitudini romite
per affare non lieve
a ritrovarti io giunsi.
Lucinda, ove i tuoi sensi il giusto regge,
ogni tuo cenno al mio volere è legge.
Mio core respira,
ardisci et inventa;
un'alma che tenta
non sempre sospira.
Lucinda, che aspetti?
Son gravi gl'affanni:
o fabrica inganni,
o scopri gl'affetti.
Ma pria che l'alto affare a te disveli,
dimmi, gentil Feraspe,
s'una di questa corte
di bellezza e natal dama primiera,
del bruno tuo già divenuta amante
formasse nel suo duol fiumi di pianto,
tu che diresti intanto?
Lucinda, un nobil core
capace non è più che d'un amore.
Dal primo dì ch'in questa regia io posi
— non so se debba dire
a gran fortune o gran sventure — il piede,
alla beltà ch'adoro
sempre stabile in sen serbo la fede.
E se costei ch'io dico
impaziente un giorno
a chiederti mercé pronta giungesse,
tu, quantunque di smalto avessi il core,
non averesti pietà del suo dolore?
(Floridoro, si finga!) Io crederei
che quest'amor, che scopriria la dama
fosse effetto di scherzo e non di brama.
Ma se ardita in amore
con nobil stratagemma
de' veri affetti suoi facesse fede,
non pensaresti a lei donar mercede?
Misurando il rigore
del mio fato protervo
sol mi ricordarei d'esser un servo.
Ah, non m'intendi! O Dio, Feraspe, taci!
Son gli sguardi in amor bocche loquaci.
T'intendo, sì t'intendo:
cieco dio, non v'è pietà,
mi dannasti a sospirar.
Dal rio destin comprendo
che mal nota fedeltà
è costretta a lagrimar.
(Dunque, perché non goda
chi m'invola il mio bene:
si ricorra alla frode in tante pene.)
Feraspe, la reina
per render questo foglio
al consiglier Rodrigo
per mia man ti destina
e comanda ch'or ora,
mentr'io consegno a te la regia carta,
senza indugio ti parta.
Non so dir chi vincerà:
il timore o la speranza;
per sì cruda lontananza
il mio core in dubbio sta.
E in vicende sì dure
parto, e compagne mie son le sventure.