SCENA V
Amorosa impazienza
a voi, Lucinda mia, spinge il mio piede
quanto forza d'amor move il mio core.
Luci care, i vostri sguardi
son catene al desir mio;
e dovunque io volgo il piede
sempre al sen fisso risiede
l'alto stral del cieco dio.
Se d'Amor nel vasto impero
vi fu mai tra regio tetto
nobil cor di fido amante,
ceda al foco che costante
porto vivo ognor nel petto.
Questa morte, o Filandro,
di lingua innamorata è sol concetto
o d'un animo vil remedio estremo.
Lo sdegno tuo più della morte io temo.
Io che gli affetti tuoi già non rifiuto,
se grata con amore, Amor non pago:
la colpa è del pensier che non è pago.
Perché stabil sia più la mia speranza
vuo' far prova maggior di tua costanza.
Mai non deve l'onestà
di pudica gioventù
porre il core in servitù,
con pretesto di pietà,
di chi adora sua beltà:
nobil dama che cede al primo assalto
ha l'alma vile e non ha sen di smalto.
Deve spesso l'onestà
di pudica gioventù
prestar fede in servitù,
con pretesto di pietà,
di chi adora sua beltà:
la beltà che non cede al primo assalto
ha di diamante il core, il sen di smalto.