SCENA VI
Oimè, son morta!
Ed io son vivo.
Torna,
torna, Amarilli mia, ché presa sono.
Amarilli non t'ode. Ah! questa volta
ti converrà star salda.
Oimè, le chiome!
T'ho pur sì lungamente attesa al varco,
che ne la rete se' caduta. E sai,
questo non è il mantello; è 'l crin, sorella.
A me, Satiro?
A te. Non se' tu quella
Corisca sì famosa ed eccellente
maestra di menzogne, che mentite
parolette e speranze e finti sguardi
vendi a sì caro prezzo? che tradito
m'ha' in tanti modi e dileggiato sempre,
ingannatrice e pessima Corisca?
Corisca son ben io; ma non già quella,
Satiro mio gentil, ch'agli occhi tuoi
un tempo fu sì cara.
Or son gentile,
sì, scelerata; ma gentil non fui,
quando per Coridon tu mi lasciasti.
Te per altrui?
Or odi meraviglia
e cosa nuova a l'animo sincero!
E quando l'arco a Lilla e 'l velo a Clori,
la veste a Dafne ed i coturni a Silvia
m'inducesti a rubar, perché 'l mio furto
fosse di quell'amor poscia mercede,
ch'a me promesso, fu donato altrui;
e quando la bellissima ghirlanda,
che donata i' t'avea, donasti a Niso;
e quando, a la caverna, al bosco, al fonte
facendomi vegghiar le fredde notti,
m'hai schernito e beffato, allor ti parvi
gentile, ah, scelerata? Or pagherai,
credimi, or pagherai di tutto il fio.
Tu mi strascini, oimè! come s'i' fussi
una giovenca.
Tu 'l dicesti a punto.
Scòtiti pur, se sai; già non tem'io
che quinci or tu mi fugga: a questa presa
non ti varranno inganni. Un'altra volta
ten fuggisti, malvagia; ma se 'l capo
qui non mi lasci, indarno t'affatichi
d'uscirmi oggi di man.
Deh! non negarmi
tanto di tempo almen, che teco i' possa
dir mia ragion comodamente.
Parla.
Come vuoi tu ch'io parli, essendo presa?
Lasciami.
Ch'i' ti lasci?
I' ti prometto
la fede mia di non fuggir.
Qual fede,
perfidissima femmina? ancor osi
parlar meco di fede? I' vo' condurti
ne la più spaventevole caverna
di questo monte, ove non giunga mai
raggio di sol, non che vestigio umano.
Del resto non ti parlo; il sentirai.
Farò con mio diletto e con tuo scorno
quello strazio di te, che meritasti.
Puoi tu dunque, crudele, a questa chioma
che ti legò già il core, a questo volto
che fu già il tuo diletto, a questa un tempo
più de la vita tua cara Corisca,
per cui giuravi che ti fôra stato
anco dolce il morire, a questa puoi
soffrir di far oltraggio? Oh cielo! oh sorte!
In cui pos'io speranza? a cui debb'io
creder mai più, meschina?
Ah, scelerata!
pensi ancor d'ingannarmi? ancor mi tenti
con le lusinghe tue, con le tue frodi?
Deh! Satiro gentil, non far più strazio
di chi t'adora. Oimè! non se' già fèra,
non hai già il cor di marmo o di macigno.
Eccomi a' piedi tuoi. Se mai t'offesi,
idolo del mio cor, perdon ti cheggio.
Per queste nerborute e sovrumane
tue ginocchia ch'abbraccio, a cui m'inchino;
per quello amor che mi portasti un tempo;
per quella soavissima dolcezza
che trar solevi già dagli occhi miei
che tue stelle chiamavi, or son duo fonti;
per queste amare lagrime, ti prego,
abbi pietà di me, lasciami omai.
(La perfida m'ha mosso; e, s'io credessi
solo a l'affetto, a fé che sarei vinto!)
Ma insomma io non ti credo. Tu se' troppo
malvagia e 'nganni più chi più si fida.
Sotto quell'umiltà, sotto que' preghi
si nasconde Corisca: tu non puoi
esser da te diversa. Ancor contendi?
Oimè il mio capo! Ah crudo! ancor un poco
ferma, ti prego; ed una sola grazia
non mi negar, almen.
Che grazia è questa?
Che tu m'ascolti ancor un poco.
Forse
ti pensi tu con parolette finte
e mendicate lagrime piegarmi?
Deh! Satiro cortese, e pur tu vuoi
far di me strazio?
Il proverai. Vien' pure.
Senza avermi pietà?
Senza pietate.
E 'n ciò se' tu ben fermo?
In ciò ben fermo.
Hai tu finito ancor questo incantesimo?
O villano indiscreto ed importuno,
mezz'uomo e mezzo capra, e tutto bestia,
carogna fracidissima e difetto
di natura nefando, se tu credi
che Corisca non t'ami, il vero credi.
Che vuoi tu ch'ami in te? quel tuo bel ceffo?
quella sucida barba? quell'orecchie
caprigne? e quella putrida e bavosa
isdentata caverna?
O scelerata!
a me questo?
A te questo.
A me, ribalda?
A te caprone!
Ed io con queste mani
non ti trarrò cotesta tua canina
ed importuna lingua?
Se t'accosti
e fossi tanto ardito...
In tale stato
una vil femminuzza, in queste mani,
e non teme? e m'oltraggia? e mi dispregia?
Io ti farò...
Che mi farai, villano?
I' ti mangerò viva.
E con qua' denti,
se tu non gli hai?
O ciel, come il comporti?
Ma s'io non te ne pago.... Vien' pur via.
Non vo' venir.
Non ci verrai, malvagia?
No, mal tuo grado; no.
Tu ci verrai,
se mi credessi di lasciarci queste
braccia.
Non ci verrò, se questo capo
di lasciarci credessi.
Orsù! veggiamo
chi di noi ha più forte e più tenace,
tu il collo, od io le braccia. Tu ci metti
le mani, né con questo anco potrai
difenderti, perversa.
Or il vedremo.
Sì certo.
Tira ben. Satiro, addio;
fiàccati il collo.
Oimè dolente! ahi lasso!
oimè il capo! oimè il fianco! oimè la schiena!
oh che fiera caduta! A pena i' posso
movermi e rilevarmene. E pur vero
è ch'ella fugga e qui rimanga il teschio?
Oh maraviglia inusitata! O ninfe,
o pastori, accorrete e rimirate
il magico stupor di chi sen fugge
e vive senza capo. Oh come è lieve!
quanto ha poco cervello e come il sangue
fuor non ne spiccia! Ma che miro? o sciocco!
o mentecatto! Senza capo lei?
Senza capo se' tu. Chi vide mai
uom di te più schernito? Or mira s'ella
ha saputo fuggir, quando tu meglio
la pensavi tener. Perfida maga!
Non ti bastava aver mentito il core
e 'l volto e le parole e 'l riso e 'l guardo,
s'anco il crin non mentivi? Ecco! poeti,
questo è l'oro nativo e l'ambra pura
che pazzamente voi lodate. Omai
arrossite, insensati, e, ricantando,
vostro soggetto in quella vece sia
l'arte d'una impurissima e malvagia
incantatrice, che i sepolcri spoglia
e, dai fracidi teschi il crin furando,
al suo l'intesse e così ben l'asconde,
che v'ha fatto lodar quel che aborrire
dovevate assai più che di Megera
le viperine e mostruose chiome.
Amanti, or non son questi i vostri nodi?
Mirate e vergognatevi, meschini.
E se, come voi dite, i vostri còri
son pur qui ritenuti, omai ciascuno
potrà senza sospiri e senza pianto
ricoverar il suo. Ma che più tardo
a publicar le sue vergogne? Certo
non fu mai sì famosa né sì chiara
la chioma ch'è là sù con tante stelle
ornamento del ciel, come fie questa
per la mia lingua, e molto più colei
che la portava, eternamente infame.
Ah, ben fu di colei grave l'errore,
cagion del nostro male,
che le leggi santissime d'Amore,
di fé mancando, offese;
poscia ch'indi s'accese
degli immortali dèi l'ira mortale,
che, per lagrime e sangue
di tante alme innocenti, ancor non langue.
Così la Fé, d'ogni virtù radice,
e d'ogn'alma ben nata unico fregio,
là su si tiene in pregio!
Così di farci amanti, onde felice
si fa nostra natura,
l'eterno Amante ha cura!
Ciechi mortali, voi che tanta sete
di possedere avete,
l'urna amata guardando
d'un cadavero d'òr, quasi nud'ombra
che vada intorno al suo sepolcro errando;
qual amore o vaghezza
d'una morta bellezza il cor v'ingombra?
Le ricchezze e i tesori
son insensati amori. Il vero e vivo
amor de l'alma, è l'alma: ogn'altro oggetto,
perché d'amare è privo,
degno non è de l'amoroso affetto.
L'anima, perché sola è riamante,
sola è degna d'amor, degna d'amante.
Ben è soave cosa
quel bacio che si prende
da una vermiglia e delicata rosa
di bella guancia. E pur chi 'l vero intende,
com'intendete vui,
avventurosi amanti che 'l provate,
dirà che quello è morto bacio, a cui
la baciata beltà bacio non rende.
Ma i colpi di due labbra innamorate,
quando a ferir si va bocca con bocca
e che in un punto scocca
Amor con soavissima vendetta
l'una e l'altra saetta,
son veri baci, ove con giuste voglie
tanto si dona altrui, quanto si toglie.
Baci pur bocca curiosa e scaltra
o seno o fronte o mano: unqua non fia
che parte alcuna in bella donna baci
che baciatrice sia,
se non la bocca, ove l'un'alma e l'altra
corre e si bacia anch'ella, e con vivaci
spiriti pellegrini
dà la vita al bel tesoro
de' bacianti rubini,
sì che parlan tra loro
gran cose in picciol suono,
e segreti dolcissimi che sono
a lor solo palesi, altrui celati.
Tal gioia amando prova, anzi tal vita,
alma con alma unita,
e son come d'amor baci baciati
gli incontri di duo còri amanti amati.