SCENA VIII
Sian lodate le stelle!
Ti ringrazio Fortuna!
Partì quest'importuna:
son le nevi d'un crine a me nemiche,
né vo cercando le medaglie antiche.
Non s'intrighi con Amore
chi non vuol pene e tormenti;
io ch'ho libero il mio core,
provo ognor veri contenti.
Pur ti ritrovo a solo,
gran monarca di Cipro, alle cui piante
riverente mi fermo.
Ergiti, su, Fiorino;
non ammette gl'ossequi il mio destino.
Signor, in questa corte,
de' tuoi cenni adorati a tutte l'ore
son fido essecutore.
Per spiare d'Eurinda
e osservar di Filandro ogni volere,
divenuto nuov'Argo, è il mio pensiere.
Sospiro il dì de' tuoi contenti; e solo
tormenta il mio desire
che in questa corte ognora
non possa del tuo piè l'orme seguire.
Di tua sincera fede,
Fiorino, a Floridor dubbio non resta.
Torna a Filandro pur, che la dimora
esser potrebbe al tuo desir molesta.
Vado, Signor, ma sappi
che da' tuoi regi passi ovunque vai,
non allontano il mio pansier giammai.
Goderò fortuna un dì?
La tua ruota
se fu immota,
a mio pro girerà, sì?
Il destin si placherà?
E d'amore
nel rigore
troverò un dì pietà?
Perché, bella reina,
mentre il tacer m'imponi
ogni contento mio cambi in veleno,
se nutrisci per me fiamme nel seno?
Perché barbare stelle,
sul volto del mio bene
quei baleni d'Amor farmi vedere,
se soffrendo nel cor pene severe
a un silenzio crudel sono dannato?
Del labro assetato
non puote il mio cuore
estinguer l'ardore,
o fato spietato:
ché dentro l'acque d'amoroso impero
fugge rapida l'onda al mio pensiero.