SCIOLTI.

By Luigi Alamanni

Beati spirti, che su in ciel con Dio

Vedete del natio vostro terreno

E della cara patria alma Fiorenza

La piaga, che pur ier col ferro santo,

E per virtù di un giovinetto lauro,

Sanata parve, or vie più che mai inverma;

Di così lungo mal pietà vi prenda.

Deh rivoltate in la divina mente

Gli occhi, e se lacrimar si puote in cielo,

Deh mostrategli a Dio pregni di pianto.

Mossi a pietà del bel florido nido,

Fatto albergo non più d'alme patrizie,

Ma di feri rapaci avidi lupi

Che non sazi in gran tempo, a divorarne

La carne, il sangue della bella donna

Or con rabbiosa tocca i denti volgono

Per romper l'ossa, e porle al vento in polve.

Scellerati, crudei, rabbiosi mostri

Empi, com'esser può che al tutto spenta

Sie in voi quella pietà paterna, e quella

Carità che spronò gli antichi e saggi

A por per la più cara libertate

Oro, gemme, terren, figliuoli e vita?

E se tal carità non mosse unquanco

Gli animi vostri e i cuor già fatti un marmo,

Degli altrui danni almen vi muova ormai

Il mal grido, e vergogna di voi stessi,

Che non pur Roma, o le latine spoglie

Del vostro vituperio oscure fansi,

Ma la Grecia per voi si turba e duole.

Già veggendo gli Assiri e gli Africani

Oggi di voi più pii, più giusti e santi,

Ditemi, prego, e non s'asconda il vero,

Perch'io son come voi fratello e figlio

Di questa alma città di cui pietoso

Fui sempre, e sono, e poi che sciolta fia

L'alma dal mesto corpo, sarò ancora,

Onde or scrivendo il ver, lacrimo e scrivo.

Ditemi un po', patrizi folli e ciechi,

Per quella verità che in ciel non erra,

Pel sangue nostro che in amor ci unisce

Qual voi contro a natura ognor partite:

Ditemi ormai, e ritirate il morso

Al proprio bene ed alle stesse voglie

Che il più dritto cammin coprendo ingombrano,

E date alla ragion la briglia e il freno.

Non bastav'egli, ohimè! che gli occhi vostri

Visto n'avesser per sì lungo tempo

Dopo 'l quinto girar d'un anno intero.

Sotto le più rapaci avide mani,

Sotto il più crudo cuor, alma efferata,

Sotto il più sanguinoso empio tiranno

Che mai natura producesse in terra,

La città con l'aver, l'onor e l'essere?

Non bastava egli, ohimè! non fôra ei troppo

Aver visto ogni pubblico tesoro

E l'altrui poscia dissipar e spendere

Per saziar ogni sua più ingorda voglia?

E per tener con violenta forza

Con braccio armato e sanguinosa mano

Quel che non era possibil né giusto:

Così votando il suo paterno albergo

Del per altrui sudato argento ed oro

N'empieva ognor quel barbarico seno

Che al suo male operar crescesse il tempo;

Non risguardando perciò far giammai

Né gli altrui danni e noiose ruine,

Né se la toglie ov'è maggior bisogno,

Né se il fil tronca al mercantil lavoro,

O spesso fura agli affamati figli

Il pan con più dolor del vecchio padre

E della più pia madre urla e sospiri.

Né curava quest'empio, e voi 'l vedesti,

Per occupar l'altrui pecunia, rompere

Con rari modi le sacrate nozze

Di vostre figlie, che vergini e caste

Empion le case, ohimè! sendo or più atte,

Pel lungo tempo che piangendo occulte

Son state, a esser gran madri, che spose.

Or con quel grieve duol che il cuor mi punge

Vie più oltre dirò le colpe oscene

Di quest'empio e di sua più vil canaglia

Che gli fu sempre in ogni impresa guida.

Questi spinti da foco e da libidine

Non curâr le civil vergini avere

Più volte a forza, e l'altrui spose oneste,

E quelle ancor che sotto negri panni

Dopo il pianto marito aspettan morte;

Non lassando però le chiuse e sacre,

Poste al servizio del più alto Giove,

E de' lor corpi mille volte e mille

Saziò sue voglie come più gli piacque,

Con tanto disonor, o vil patrizi,

Del casto sangue vostro antico e nobile,

E di quella onestà che in pregio tanto

Ebber quei ch'a voi fur primi e migliori.

Ma voi, già fatti e compagni e fratelli

Al suo tiranneggiar, bramosi d'oro,

Cinti d'ambizïone e di timore

Di non perder la vita, ogni sua gloria

Della vostra città subietta avete,

E comportato quel che l'aspre belve

E crude fere comportar non ponno.

Lasso! non deggio or quinci replicarne

Quanto fusse in costor quel vizio osceno

Per cui già n'arse due città, salvando

Appena un giusto sol Iddio immortale.

Dunque nel tuo giardin, patria mia cara,

Mediante questi errori empi, già secchi

I vaghi fior, le più sant'erbe e i frutti

Che già ti fecer sì famosa e bella

Nel tuo giardin, che pessimi cultori

A forza già ne dierno in preda a quello

Ch'ogni tuo comun ben per proprio volse

Fino agli uccei, le varie fere, e i pesci

Con tormento d'alcun se pur guardava

L'aria, le selve, i fiumi ove nascevano,

Non che ardisse vêr lor spinger la mano.

Così, in te spenta ogni virtute e fede,

L'onor, la gloria, e ciascun tuo tesoro,

La bontà che già al ciel la via ti scorse,

Dipinta eri in lor vece, e fatta adorna

D'ignoranza, di fraude, urla e ruine,

Vergogne, vitupèri e lussi vani,

Stupri, adultèri, sacrilegi, incesti,

Forze, rapine, sangue, e morti orrende

Da far l'abisso non che il ciel pietoso.

Queste son le tue glorie, e pur bastare

Dovriano a chi di te reggeva il freno,

Allor che il valoroso, ardito, e forte

N'aperse dentro la profonda notte

Col giusto ferro il crudo petto e il collo,

E fe di sangue un sì famoso rio,

Che non a Bruto pur la gloria adombra,

Ma a quanti Roma gloriosa fêro,

Costui l'onor a tutti aduggia e copre.

O creato da Dio per opra tale,

O alto ingegno, o virtuoso cuore,

O santa destra, quando fia che mai

Baciarti possa mille volte e mille

Allor che i tuoi trofei fien celebrati

Là dove or dai più rei esul siam fatti,

Da' più rei ch'odian sì quel ferro e l'opra

Che trar di servitute unqua gli possa,

Che non odia così l'avaro il perdere,

Dando gran prezzo all'ostili arme, quali

Sempre gli tenghin schiavi servi abietti,

Acciocché mai i lor canuti velli

Quel che sia libertà veder non deggino.

Come di tanto ben già fatti indegni,

Né perciò dico a voi, patrizi giusti,

Che dentro al cerchio sì vi spiace il male

Che ne vivete lacrimando in doglia,

Ma, per più non poter, ne date loco

A quella forza a cui soggiace il bene.

Gli empi per non veder più chiaro il sole

Del libero splendor ch'era resurto

Al suo vago orïente per quel ferro

Che ne tagliò la mal cresciuta pianta,

Gli occhi serraro, il mal voler saziando

Di quel che il sangue nostro odia non meno

Che già l'odiasse il suo punito padre.

Costui a forza in alto seggio pose

Un certo giovinetto in terra nato

Di quel padre che allor fu il pregio e il vanto

Delle mie più famose italich'armi.

A questo a forza diè titolo e nome

Sol per farlo strumento alle sue voglie,

Bramoso farsi grande appo qualcuno

Che 'l premïasse con tal gloria ed oro

Ch'empier potesse suo appetito ingordo;

E per far questo non si cura vendere,

E tu 'l consenti empio civil collegio,

La città per ischiava, e seco appresso

I suoi più forti e ben muniti lochi

Che non son pur a noi fortezza e scudo,

Ma chiave e porta al bel sito toscano.

Dunque contro a sì rei nefandi casi

Surgi, alto Padre, che nel ciel ti posi,

E con l'occhio divin pietoso e mite

Risguarda omai la tua città che plora

Vedova e serva e d'ogni speme priva,

D'ogni speme e favor d'umane forze.

Solo in tua destra a cui soggiace il cielo,

La terra, il mare, e il più profondo abisso,

Si confida, alto Dio, risguarda, e spera.

Con quei modi, Signor, ch'occhio mortale

Non vede o scuopre natural iudicio,

Abbatti fuora e dentro ogn'inimico

Che occupar vuole il ben libero e sciolto

Della città, che già fiorir facesti,

E farai, se di lei punto ti cale.

Tu che penetri i cuori, alto Signore,

Rompi, ormai rompi ogni volpin disegno;

To' via quei lacci che così la stringono,

Che non puote oramai più dare un crollo:

Surgi, Signore, e sia squarciato e rotto

Quel forte muro, che de' più meschini

Opra, langue, e sudor sì presto crebbe

Per destrurne il più bello antico cerchio.

To' via, Signor, l'insidie, il ferro e il foco,

I perversi pensier, l'avido orgoglio,

E fa' che invece a tanti mal resurga

Il giusto e comun ben, la pace, e sia

Questa all'altre cittadi esempio e guida,

Non più come stat'è favola e scherno.

Di questo priega ogni cuor retto; e voi,

Beati spirti, che su in ciel con Dio

Vedete del natio vostro terreno

E della cara patria alma Fiorenza

Il suo gran male, all'alto tron rivolti

Pregate che pietà lo muova ormai,

Poscia ch'altri per lei non muove in terra.