Sdegno
Amor, dunque degg'io
Adorar chi mi sdegna?
Seguir onda che fugge, aura che vola?
Folle amor, van desio,
Amar chi d'odio è degna,
Che, mentre a lei mi dono, a me s'invola.
Sdegno, ah tu mi consola,
Poich'Amor e costei ride al mio pianto.
Sì, sì, fui già legato, or sciolgo il laccio,
Foco fui, son un ghiaccio,
E se piansi d'amor, per ira or canto.
Per altra arda il mio cor, scriva l'ingegno,
Ceda senso a ragione, Amore a Sdegno.
O di quel giorno acerba
E rimembranza e luce,
Luce più ch'ombra d'Acheronte oscura,
Ch'io vidi, empia e superba,
La donna in cui riluce
Splendor che 'l sole in oriente oscura!
Ornava arte e natura
Sovra l'uso mortale e gli atti e 'l volto.
Chiusi ammirai ne le sembianze belle
E cieli e soli e stelle,
E tutto il bello in un sol bello accolto:
Bianca man, biondo crin, labro vermiglio,
E fatto arco d'Amor l'arco d'un ciglio.
Arsi, né fiamme ha tante,
Né sì pure o cocenti
Quella d'eterno incendio ardente sfera,
Quante dal bel sembiante
Pure fiamme innocenti
In quest'alma spirò celeste fera.
Soavemente altera,
Ferì col guardo, e balenò col riso,
E sì dolci avventò lampi e quadrella
Da l'una e l'altra stella,
Ch'io tacqui acceso, e non mi dolsi ucciso:
Il languir mi fu dolce, il morir gioco,
E per finta pietà fu vero il foco.
Volontario provai
Desio, dolor, sospetto,
Lieto gelai nel foco, arsi nel gelo;
Che ritrovar sperai
Nel sovrumano oggetto,
Sotto membra celesti, alma di cielo.
Ma in bel corporeo velo
Si chiude alma difforme, alma d'inferno;
E quell'ardor che ne' begli occhi splende,
Poiché tant'alme accende,
Foco è tolto laggiù dal foco eterno;
E se lampo celeste in lor fiammeggia,
Spesso fulmina il ciel, quando lampeggia.
A quelle fiamme ond'arsi,
Arse, ma non d'amore:
Armò d'orgoglio il cor, d'ira lo sguardo.
A quel pianto ch'io sparsi,
Sparse dal ciglio ardore:
Vibrò l'arco d'Amor di morte il dardo.
Onde al fuggir fui tardo,
Già catenato il piè, trafitto il fianco;
E se tentai fuggir piaga mortale,
D'Amor l'acuto strale
S'internò più pungente al lato manco;
E s'un guardo già m'arse, un crin m'avvinse,
Nel fuggir più m'accese, e più mi strinse.
Di tirannico impero
In servitù dolente,
Strazio, esiglio, rigor, morte soffersi.
Al bell'idolo altero
Casto amor, pura mente,
Ferma fé, fido cor vittime offersi.
Purgai lo stile e i versi,
Temprai la cetra e m'inalzai con l'arte.
Volli eternar col canto e con gl'inchiostri
D'un volto i gigli e gli ostri,
Ma fu sorda al mio suon, cieca a le carte.
Mostrò brieve pietate, eterno orgoglio,
E costanza di vetro, alma di scoglio.
Atro frutto non colsi
Per servir che tormento,
Crudeltà per amore, odio per fede.
Assai dunque mi dolsi
Con lei, col ciel, col vento,
E ciò ch'a me si tolse, altrui si diede.
Sano il cor, sciolto il piede
Volgasi ad altra luce, ad altra meta.
Me stesso or troverò, perdendo altrui;
Altro sono, altro fui,
Che se sdegno mi turba, il duol s'acqueta.
Vissi di spirti suoi, morto ne' miei;
Or son vivo in me solo, e spento in lei.
Verrà pur nel bel viso
I miei sofferti oltraggi,
Armata d'anni, a vendicar l'etade.
Que' fior del sen, del riso,
Di que' duo soli i raggi
Cadran, ché 'l sole ancor tramonta e cade.
Spenta fia la beltade
Ch'accesi ha tanti cor, tant'alme ha spente.
Ma s'avverrà che d'altra io canti o scriva,
Farò che in carte viva
A la futura età bella e presente:
Onde vedrò costei forse pentita,
Che dà la morte a chi può dar la vita.
Canzon, deh non toccar mio foco estinto,
Ché sovente d'amor chiusa scintilla
Sotto cener di sdegno arde e sfavilla.