Sdegno

By Girolamo Preti

Amor, dunque degg'io

Adorar chi mi sdegna?

Seguir onda che fugge, aura che vola?

Folle amor, van desio,

Amar chi d'odio è degna,

Che, mentre a lei mi dono, a me s'invola.

Sdegno, ah tu mi consola,

Poich'Amor e costei ride al mio pianto.

Sì, sì, fui già legato, or sciolgo il laccio,

Foco fui, son un ghiaccio,

E se piansi d'amor, per ira or canto.

Per altra arda il mio cor, scriva l'ingegno,

Ceda senso a ragione, Amore a Sdegno.

O di quel giorno acerba

E rimembranza e luce,

Luce più ch'ombra d'Acheronte oscura,

Ch'io vidi, empia e superba,

La donna in cui riluce

Splendor che 'l sole in oriente oscura!

Ornava arte e natura

Sovra l'uso mortale e gli atti e 'l volto.

Chiusi ammirai ne le sembianze belle

E cieli e soli e stelle,

E tutto il bello in un sol bello accolto:

Bianca man, biondo crin, labro vermiglio,

E fatto arco d'Amor l'arco d'un ciglio.

Arsi, né fiamme ha tante,

Né sì pure o cocenti

Quella d'eterno incendio ardente sfera,

Quante dal bel sembiante

Pure fiamme innocenti

In quest'alma spirò celeste fera.

Soavemente altera,

Ferì col guardo, e balenò col riso,

E sì dolci avventò lampi e quadrella

Da l'una e l'altra stella,

Ch'io tacqui acceso, e non mi dolsi ucciso:

Il languir mi fu dolce, il morir gioco,

E per finta pietà fu vero il foco.

Volontario provai

Desio, dolor, sospetto,

Lieto gelai nel foco, arsi nel gelo;

Che ritrovar sperai

Nel sovrumano oggetto,

Sotto membra celesti, alma di cielo.

Ma in bel corporeo velo

Si chiude alma difforme, alma d'inferno;

E quell'ardor che ne' begli occhi splende,

Poiché tant'alme accende,

Foco è tolto laggiù dal foco eterno;

E se lampo celeste in lor fiammeggia,

Spesso fulmina il ciel, quando lampeggia.

A quelle fiamme ond'arsi,

Arse, ma non d'amore:

Armò d'orgoglio il cor, d'ira lo sguardo.

A quel pianto ch'io sparsi,

Sparse dal ciglio ardore:

Vibrò l'arco d'Amor di morte il dardo.

Onde al fuggir fui tardo,

Già catenato il piè, trafitto il fianco;

E se tentai fuggir piaga mortale,

D'Amor l'acuto strale

S'internò più pungente al lato manco;

E s'un guardo già m'arse, un crin m'avvinse,

Nel fuggir più m'accese, e più mi strinse.

Di tirannico impero

In servitù dolente,

Strazio, esiglio, rigor, morte soffersi.

Al bell'idolo altero

Casto amor, pura mente,

Ferma fé, fido cor vittime offersi.

Purgai lo stile e i versi,

Temprai la cetra e m'inalzai con l'arte.

Volli eternar col canto e con gl'inchiostri

D'un volto i gigli e gli ostri,

Ma fu sorda al mio suon, cieca a le carte.

Mostrò brieve pietate, eterno orgoglio,

E costanza di vetro, alma di scoglio.

Atro frutto non colsi

Per servir che tormento,

Crudeltà per amore, odio per fede.

Assai dunque mi dolsi

Con lei, col ciel, col vento,

E ciò ch'a me si tolse, altrui si diede.

Sano il cor, sciolto il piede

Volgasi ad altra luce, ad altra meta.

Me stesso or troverò, perdendo altrui;

Altro sono, altro fui,

Che se sdegno mi turba, il duol s'acqueta.

Vissi di spirti suoi, morto ne' miei;

Or son vivo in me solo, e spento in lei.

Verrà pur nel bel viso

I miei sofferti oltraggi,

Armata d'anni, a vendicar l'etade.

Que' fior del sen, del riso,

Di que' duo soli i raggi

Cadran, ché 'l sole ancor tramonta e cade.

Spenta fia la beltade

Ch'accesi ha tanti cor, tant'alme ha spente.

Ma s'avverrà che d'altra io canti o scriva,

Farò che in carte viva

A la futura età bella e presente:

Onde vedrò costei forse pentita,

Che dà la morte a chi può dar la vita.

Canzon, deh non toccar mio foco estinto,

Ché sovente d'amor chiusa scintilla

Sotto cener di sdegno arde e sfavilla.