Seconda parte

By Auteur inconnu

Chi mi scorge ad Anfitrite?

Chi m'insegna ov'è il mio ben?

Se più tardi son suoi sguardi

a recarmi il lor fulgore,

del suo core privo è il sen.

Da non so qual cagione

l'adorata mia dea turbata intesi.

Se mi fan palesi

del furore di lei le cause ignote,

io vo' che le rimote

parti del salso regno

dell'irato Nettun sentan lo sdegno.

Chi turba quel viso

mi sforza a sdegnar,

ché sta nel suo riso

la calma del mar.

Mi causa cordoglio

se mesto è il mio ben.

Con questo sol voglio,

commune il seren.

Ma qui ver me la bella dea sen viene.

Chi poté mai turbare

luci tanto serene?

Alto Giove del mar, cui si consente

per fulmine il tridente,

e che ti vale

farmi a Giunon con le tue nozze eguale,

se nella propria reggia

or m'usurpa l'onor donna mortale?

Soffrirai che si veggia

vilipesa Anfitrite

e che sognata diva,

qui da' sudditi tuoi, l'usurpi il viva?

E chi cotanto ardisce?

Proteo, che in mille guise

solito è trasformarsi,

nella stessa insolenza or vuol cangiarsi.

Audace! Ei non paventa

di fare al mio cospetto

de' maritimi applausi un altro oggetto.

O del mar non son dio,

o pagherà di tanta colpa il fio.

Con la sposa del nume dell'onde,

sposa alcuna non pensi cozzar.

Che se Proteo altri sensi nasconde,

per scempio dell'empio

tempeste funeste

saprò risvegliar.

Se a Nettunno son fatta consorte,

non vi sia chi mi pensi uguagliar.

Se v'è donna che aspiri a tal sorte,

irata, sdegnata,

l'altiero pensiero,

saprò castigar.

Ma quivi è Proteo, o sire.

Odi tu stesso il temerario ardire.

Alla gloria de' sposi, non mai stanchi,

cantate inni festivi

e di Paola e di Carlo al degno onore.

Il suo proprio velen perda il livore.

A qual Paola, a qual Carlo,

temerario pastor, sacri gl'appalusi?

Non ti sdegnare, o sire: a tali eroi,

da' bei raggi de' quali, in questo giorno,

l'umido regno tuo gloria riceve,

maggior lode si deve.

E qual mortal mai fia

che possa in tempo alcuno

con suoi raggi illustrar la reggia mia?

Signor, non mi consenti

che del bifronte dio

ai nipoti guerrieri

rinonciassi talor del mar gl'imperi?

Alle gesta famose

di quegl'invitti eroi,

sì degni onori il genio mio dispose.

Or fra nipoti suoi,

signor, questi pur sono. E perché a loro

ciò che donasti altrui negar vorrai?

Scusami, tu non sai

quai siano de' sposi i preggi. A Carlo il guardo

se tu giri un momento,

degl'applausi di lui sarai contento.

Poi se a Paola ti volgi

esclamerai per certo,

è picciolo ogn'applauso a sì gran merto.

Del splendor degl'avi suoi

è lo sposo emulo e figlio,

ma la sposa ai stessi eroi

per stupore inarca il ciglio.

Di bellezza e di fortuna

i tesori ella non preggia,

perché tutte l'alma reggia

le virtudi in sé raduna.

Ma che più parlo, o sire?

Del Brignole Anton Giulio

è la bella germoglio;

Spinola è il sposo suo. Più dir non voglio.

Tanto mi basta, o Proteo.

Se tali i sposi sono,

perché degni tu sacri a lor gl'applausi

ogn'arbitrio del regno oggi ti dono.

E tu, bell'Anfitrite,

ai concetti di Proteo

non isdegnar che sian tue voci unite.

Se de' Spinoli eroi germe è lo sposo,

se del grande Anton Giulio,

di cui sempre immortal suona la fama,

è la sposa nipote,

tu meco ancor le loro glorie acclama.

Se a te così n'aggrada,

per coppia così rara

negl'encomi fra noi vadasi a gara.

Con mille e più trombe

assordisi il mar.

Per far che rimbombe,

sì fausto imeneo

con l'Indo l'Egeo

vuò far echeggiar.

Di Teti e di Peleo nozze famose,

a nozze più felici omai cedete.

Stelle non mai più liete

ci arriser dall'empiro.

E tanta gioia in questo regno or miro

che braman l'onde istesse,

fatta col foco volontaria pace,

per sì grande imeneo cangiarsi in face.

Quanto già mai di prezioso e vago,

dall'Indo e 'l Gange e dal Pattolo e Tago,

ebbe questa mia reggia,

a gloria de' gran sposi

in questo dì qui folgorar si veggia.

Per porger tributo

col fasto dovuto

a dì sì seren,

di fulgide gemme

all'Inde maremme

si svisceri il sen.

Che per far degno applauso al merto loro,

ben si spende ogni gemma, ogni tesoro.

Non fia però che mai tesor si veda,

che di valor di prezzo

alla bella eroina ognor non ceda.

Che la bocca di perle e coralli,

che d'argento sia fertile il sen:

son tesori a cui vassalli

far convien quelli dell'onde.

Ma tesori più belli in seno asconde.

Tanto della gran sposa

tu mi racconti, o Proteo,

che non già più gelosa

ma resa omai della sua gloria amante,

bramo farmi elitropio al suo sembiante.

La bellezza e la virtù

sanno abbattere ogni cor.

Se nemico il mio gli fu,

ai contrasti lusinghieri

or si cangia di pensieri,

e lo sdegno fassi amor.

Col fragor di mille trombe

si palesi il mio piacer,

ogni lido ne festeggi,

a' miei canti ogn'antro echeggi,

rida ognuno a' miei pensier.

Io che de' semidei prevedo i figli,

con che più dolce modo

delle nozze di lor festeggio e godo!

Su via, per tutto il mare

con viva risonanti

l'epitalamio lor tosto si canti.

Mille vezzi, mille amori

or di Dori accolga il sen.

Le nereidi co' tritoni

or consacrin dolci suoni

ad un dì tanto seren.

Cantisi in ogni seno, in ogni lito:

viva Carlo in eterno a Paola unito.