SECONDA REDAZIONE DELL'INNO
By Ugo Foscolo
Già bello è aprile. Or negli aerei poggi
Di Bellosguardo, ov'io cinta d'un fonte
Limpido alle tranquille ombre di mille
Giovinetti cipressi alle tre dive
L'ara innalzo, e un fatidico laureto
In cui men verde serpeggia la vite
La protegge di tempio, e coronato
Canto, venite a me d'intorno o sacri
Nel penetrale della dea pensosa
Giovinetti d'Esperia. Era più lieta
Urania un dì quando le Grazie a lei
L'azzurro peplo ornavano. Con elle
Qui Galileo sedeva a spiar l'astro
Della loro regina e il disviava
Col notturno rumor l'acqua remota
Che sotto i pioppi, amiche ombre dell'Arno,
Furtiva e argentea gli volava al guardo,
Qui a lui l'alba e la luna e il sol mostrava
Gareggiando dal cielo, or le severe
Nubi su la cerulea Alpe sedenti
Or il piano che fugge alle Tirrene
Nereidi, immensa di città e di vigne,
Scena e di templi e d'arator beati
Or cento colli onde Apennin corona
D'ulivi e d'antri e di marmoree ville
L'elegante città dove con Flora
Le Grazie han serti e amabile idioma.
Tre vaghissime donne a cui le trecce
Infiora di perenni itale rose
Giovinezza, e per cui splende più bello
Sul lor sembiante il giorno, all'ara vostra
Sacerdotesse o care Grazie io guido.
Leggiadramente d'un ornato ostello
Che a lei d'Arno futura abitatrice
I pennelli posando, edificava
Il bel fabbro d'Urbino, esce la prima
Vaga mortale, e siede all'ara; e il bisso
Liberale acconsente ogni contorno
Di sue membra eleganti, e fra il candore
Delle dita s'avvivano le rose
Mentre accanto al suo petto agita l'arpa.
Scoppian dalle inquiete aeree fila
Quasi raggi di sol rotti dal nembo
Gioja insieme e pietà poichè sonanti
Rimembran come il ciel l'uomo concesse
Al diletto e agli affanni, onde gli sia
Temprato e vario di sua vita il volo
E come alla virtù guidi il dolore
E il sorriso e il sospiro errin sul labbro
Delle Grazie e a chi son fauste e presenti
Dolce in core e' s'allegri e dolce gema.
Pari un concento se pur vera è fama
Un dì Aspasia tessea lungo l'Ilisso
Era allor delle dee sacerdotessa,
E intento al suono Socrate libava
Sorridendo a quell'ara, e col pensiero
Quasi al sereno dell'Olimpo alzossi.
Quinci il veglio mirò correre obbliqua