SELVA DECIMAQUARTA.
Almo beato Sol, sei mai ti calse
D'alcun prego mortal, se mai ti piacque
Virtù, senno e valor che in donna fusse,
Se mai per tempo alcun t'accese amore
In soverchio desir d'esserle caro,
Se ti sovvien delle tessalich'onde,
Se ancor t'aggrada il sempre verde alloro
Della tua cetra onor, delle tue chiome,
Deh! prendi il corso più veloce alquanto,
Deh! lascia indietro star l'Aquario e i Pesci,
E fuggi nel Monton, che più t'onora.
Deh! se il tosco cantar può luogo avere
Tra i molti o pochi in le tue sante orecchie,
Pungi i levi corsier di tale sprone,
Che un breve giorno sol compia il viaggio
Che ti suol ingombrar dell'anno il sesto.
Deh, lucente signor, che allumi e scaldi
L'aria, la terra e l'onde, e vita apporti
Al corso natural che per te dura;
Deh, sommo occhio del ciel rendi oggi al mondo
Con più chiara stagion quel dolce aprile
Che mi dee ritornar la Pianta mia!
Deh! fa' ch'io scerna le campagne intorno
Bianche, verdi, vermiglie, perse e gialle
Contender di beltà coi colli a prova,
Né men vaghe di lor le piagge e i prati.
L'altissimo Appennin la fronte sgombre
Dal canuto color, che in alto mostra
Minacciar il vicin d'eterno gelo,
E i vènti richiamar dal chiuso albergo.
Vestansi liete omai le selve e i boschi
Il verde ammanto che l'autunno spoglia;
Tessan fra i rami lor leggiadri alberghi
Ai lascivetti augei, che tornin fuore
I dolci amori a ripigliarsi e 'l canto.
Torni Progne a ridir per gli alti tetti
Del suo sposo infedel gli antichi inganni;
E la sorella sua di fronda in fronda
Narri a chi 'l vuole udir la notte e 'l giorno
Quanto in donna talor di doglia rechi
Bellezza e castità congiunte in uno.
Le vaghe tortorelle a paro a paro
Vadan godendo in più riposta valle
I suoi segreti amor, dove non vegna
Chi lor possa involar la pace o il nido.
Il solitario augel per l'alte torri
Solo e pensoso a se medesmo conti
L'amoroso desir, ch'ei porta ascoso
Per la compagna sua che altrove attende.
I peregrini augei che vanno a schiera
Di lor tessendo in ciel forme sì strane
Al stato popular dien fine omai;
Ciascun segua il cammin che più gli aggrada
Con la sposa ch'ei vuol dal gregge sciolto.
Or doni i dolci baci a mille a mille
Al suo caro tesor la pia colomba,
Che non più Citerea ridente porse
Al suo diletto Adon tra i monti e i boschi.
Chiari e correnti i ruscelletti, e i rivi
Lieti, che 'l passo lor del ghiaccio scarco
Possa dolce rigar le valli e i prati,
Ragionando d'amor chiamin le Ninfe.
Gli spogliati arbuscei, le piante ignude
Si faccian tai, che non pur sempre sia
Verde nel mondo sol l'edra e l'uliva.
L'amoroso pensier ripunga il core
Dei selvaggi animai, d'armenti e greggi,
Tal che al lupo e al leon più cara vegna
La sua compagna allor che agnella e cerva,
Come al toro e al monton più dolce sia
Cornuta vacca o pecorella inerme,
Che di querce o di prato erbette e fronde.
I leggiadri pastor, le ninfe agresti,
E quant'altre ne son tra i monti e i fiumi,
Lascin le mandre quei, queste dien pace
Alle cacce seguir ai giorni e all'ombre.
Ma in questa e in quella riva in lieti cori
Chi lodi amor, chi dolcemente 'l punga
Con simulato dir mostrando fuore
Cosa che dentro pur contraria senta,
Dolce furando, e poi rendendo spene;
Quinci d'acuto suon mille zampogne
Faccian sempre gridar le valli intorno.
L'avaro villanel riprenda l'arme,
E cominci a tagliar dall'umil vite
Le inutil braccia, e dei frondosi rami
Quei che soverchi son dal frutto spoglie.
Col torto aratro poi rigando i campi
Apra la terra al ciel, che al lungo giorno
Ben purgata dal Sol fino all'ottobre
Con più speranza la sementa accoglia.
Venga la bella Clori, e fugga il gelo,
Venga Zefiro fuor, fugga Aquilone;
Aggia coi vènti omai Nettuno pace,
Non s'alzi, o turbi, e solamente intorno
Percotendo talor lo scoglio e 'l lito
Con chiaro mormorìo sormonti e scenda.
Vadan senza timor per tutto errando
I muti pesci ove desio gli mena.
Lieto e sicuro il navigante ardito
Dal chiuso porto la sua barca scioglia,
E la vela maggior commetta ai venti
Senza sospetto aver, che 'l troppo sforzi.
Or io che tardo pur? non veggio omai
Che il Sol pietoso ci riporta aprile,
Perch'io vada a veder la Pianta mia?
Fido nocchier che in sulla riva alberghi
Ove bagna il Tirren le piagge tosche,
Sveglia il pigro dormir, cerca il tuo legno
Che lasciasti a posar dall'onde fuore,
Allor che trionfò del giorno l'ombra.
Guardal dintorno, se di pioggia o verme
O le spalle, o la fronte, o i fianchi, o 'l petto
Han di dente o d'umor magagna o piaga;
Pon opra sì, che a penetrar non vaglia
L'onda che al suo passar si senta offesa.
Ritorna a visitar le sarte antiche,
E dov'ha consumato il tempo o l'uso,
Taglia e rammenda, e le rinnuova in parte.
Prendi il filo e la tela, e guarda insieme
Con la consorte pia, nei giorni a dietro
Se di vento furor, se d'altrui forza
Aggia alle vele tue squarciato il seno;
Va' numerando ben, se i remi e i seggi
Son quei che fan mestier, se son sì frali
Che non possin portar dell'acque il pondo;
Pon mente all'arbor tuo, s'ai lunghi affanni
Sia travagliato, tal che o fronte o piede
Non vaglia a sostener fatiche nuove;
Risguarda ancor, se poi saran bastanti
Delle tue antenne le robuste braccia
Da spiegar sopra a contrastar coi venti,
Del marittimo augel le più grandi ali;
Fa' pruove, se il timon nel mezzo siede,
E s'egli è tal, che a viva forza vaglia
A drizzar o girar del legno il corso;
Provedi al viver poi, ch'alquanti giorni
Possa teco nutrir chi teco viene.
Chiama i compagni, e fa' che ogni uom ritrove
L'antico seggio, e lì componga il remo,
Cerchi il sostegno se ben saldo stia,
Guardi il nodo che 'l tien, se troppo stringa,
O pur sì lento sia che indarno adopre.
Or sia, fido nocchier, del tempo avaro,
Monta alla poppa in alto, e grida e chiama:
Scendan le antenne omai, leghin la vela,
Torninla in alto, spanda ai venti il seno;
Prenda 'l remo ciascun, percuota il mare,
E con misura ugual s'assegga e levi.
Chiama, conforta, di' che il tempo fugge,
Seguasi al buon cammin con remo e vela;
E tu stringi il timon, drizza la prora
Ove s'asconde il Sol, ché n'è ben tempo
Ch'io torni a riveder la Pianta mia.