SELVA DECIMAQUARTA.

By Luigi Alamanni

Almo beato Sol, sei mai ti calse

D'alcun prego mortal, se mai ti piacque

Virtù, senno e valor che in donna fusse,

Se mai per tempo alcun t'accese amore

In soverchio desir d'esserle caro,

Se ti sovvien delle tessalich'onde,

Se ancor t'aggrada il sempre verde alloro

Della tua cetra onor, delle tue chiome,

Deh! prendi il corso più veloce alquanto,

Deh! lascia indietro star l'Aquario e i Pesci,

E fuggi nel Monton, che più t'onora.

Deh! se il tosco cantar può luogo avere

Tra i molti o pochi in le tue sante orecchie,

Pungi i levi corsier di tale sprone,

Che un breve giorno sol compia il viaggio

Che ti suol ingombrar dell'anno il sesto.

Deh, lucente signor, che allumi e scaldi

L'aria, la terra e l'onde, e vita apporti

Al corso natural che per te dura;

Deh, sommo occhio del ciel rendi oggi al mondo

Con più chiara stagion quel dolce aprile

Che mi dee ritornar la Pianta mia!

Deh! fa' ch'io scerna le campagne intorno

Bianche, verdi, vermiglie, perse e gialle

Contender di beltà coi colli a prova,

Né men vaghe di lor le piagge e i prati.

L'altissimo Appennin la fronte sgombre

Dal canuto color, che in alto mostra

Minacciar il vicin d'eterno gelo,

E i vènti richiamar dal chiuso albergo.

Vestansi liete omai le selve e i boschi

Il verde ammanto che l'autunno spoglia;

Tessan fra i rami lor leggiadri alberghi

Ai lascivetti augei, che tornin fuore

I dolci amori a ripigliarsi e 'l canto.

Torni Progne a ridir per gli alti tetti

Del suo sposo infedel gli antichi inganni;

E la sorella sua di fronda in fronda

Narri a chi 'l vuole udir la notte e 'l giorno

Quanto in donna talor di doglia rechi

Bellezza e castità congiunte in uno.

Le vaghe tortorelle a paro a paro

Vadan godendo in più riposta valle

I suoi segreti amor, dove non vegna

Chi lor possa involar la pace o il nido.

Il solitario augel per l'alte torri

Solo e pensoso a se medesmo conti

L'amoroso desir, ch'ei porta ascoso

Per la compagna sua che altrove attende.

I peregrini augei che vanno a schiera

Di lor tessendo in ciel forme sì strane

Al stato popular dien fine omai;

Ciascun segua il cammin che più gli aggrada

Con la sposa ch'ei vuol dal gregge sciolto.

Or doni i dolci baci a mille a mille

Al suo caro tesor la pia colomba,

Che non più Citerea ridente porse

Al suo diletto Adon tra i monti e i boschi.

Chiari e correnti i ruscelletti, e i rivi

Lieti, che 'l passo lor del ghiaccio scarco

Possa dolce rigar le valli e i prati,

Ragionando d'amor chiamin le Ninfe.

Gli spogliati arbuscei, le piante ignude

Si faccian tai, che non pur sempre sia

Verde nel mondo sol l'edra e l'uliva.

L'amoroso pensier ripunga il core

Dei selvaggi animai, d'armenti e greggi,

Tal che al lupo e al leon più cara vegna

La sua compagna allor che agnella e cerva,

Come al toro e al monton più dolce sia

Cornuta vacca o pecorella inerme,

Che di querce o di prato erbette e fronde.

I leggiadri pastor, le ninfe agresti,

E quant'altre ne son tra i monti e i fiumi,

Lascin le mandre quei, queste dien pace

Alle cacce seguir ai giorni e all'ombre.

Ma in questa e in quella riva in lieti cori

Chi lodi amor, chi dolcemente 'l punga

Con simulato dir mostrando fuore

Cosa che dentro pur contraria senta,

Dolce furando, e poi rendendo spene;

Quinci d'acuto suon mille zampogne

Faccian sempre gridar le valli intorno.

L'avaro villanel riprenda l'arme,

E cominci a tagliar dall'umil vite

Le inutil braccia, e dei frondosi rami

Quei che soverchi son dal frutto spoglie.

Col torto aratro poi rigando i campi

Apra la terra al ciel, che al lungo giorno

Ben purgata dal Sol fino all'ottobre

Con più speranza la sementa accoglia.

Venga la bella Clori, e fugga il gelo,

Venga Zefiro fuor, fugga Aquilone;

Aggia coi vènti omai Nettuno pace,

Non s'alzi, o turbi, e solamente intorno

Percotendo talor lo scoglio e 'l lito

Con chiaro mormorìo sormonti e scenda.

Vadan senza timor per tutto errando

I muti pesci ove desio gli mena.

Lieto e sicuro il navigante ardito

Dal chiuso porto la sua barca scioglia,

E la vela maggior commetta ai venti

Senza sospetto aver, che 'l troppo sforzi.

Or io che tardo pur? non veggio omai

Che il Sol pietoso ci riporta aprile,

Perch'io vada a veder la Pianta mia?

Fido nocchier che in sulla riva alberghi

Ove bagna il Tirren le piagge tosche,

Sveglia il pigro dormir, cerca il tuo legno

Che lasciasti a posar dall'onde fuore,

Allor che trionfò del giorno l'ombra.

Guardal dintorno, se di pioggia o verme

O le spalle, o la fronte, o i fianchi, o 'l petto

Han di dente o d'umor magagna o piaga;

Pon opra sì, che a penetrar non vaglia

L'onda che al suo passar si senta offesa.

Ritorna a visitar le sarte antiche,

E dov'ha consumato il tempo o l'uso,

Taglia e rammenda, e le rinnuova in parte.

Prendi il filo e la tela, e guarda insieme

Con la consorte pia, nei giorni a dietro

Se di vento furor, se d'altrui forza

Aggia alle vele tue squarciato il seno;

Va' numerando ben, se i remi e i seggi

Son quei che fan mestier, se son sì frali

Che non possin portar dell'acque il pondo;

Pon mente all'arbor tuo, s'ai lunghi affanni

Sia travagliato, tal che o fronte o piede

Non vaglia a sostener fatiche nuove;

Risguarda ancor, se poi saran bastanti

Delle tue antenne le robuste braccia

Da spiegar sopra a contrastar coi venti,

Del marittimo augel le più grandi ali;

Fa' pruove, se il timon nel mezzo siede,

E s'egli è tal, che a viva forza vaglia

A drizzar o girar del legno il corso;

Provedi al viver poi, ch'alquanti giorni

Possa teco nutrir chi teco viene.

Chiama i compagni, e fa' che ogni uom ritrove

L'antico seggio, e lì componga il remo,

Cerchi il sostegno se ben saldo stia,

Guardi il nodo che 'l tien, se troppo stringa,

O pur sì lento sia che indarno adopre.

Or sia, fido nocchier, del tempo avaro,

Monta alla poppa in alto, e grida e chiama:

Scendan le antenne omai, leghin la vela,

Torninla in alto, spanda ai venti il seno;

Prenda 'l remo ciascun, percuota il mare,

E con misura ugual s'assegga e levi.

Chiama, conforta, di' che il tempo fugge,

Seguasi al buon cammin con remo e vela;

E tu stringi il timon, drizza la prora

Ove s'asconde il Sol, ché n'è ben tempo

Ch'io torni a riveder la Pianta mia.