SELVA DECIMAQUINTA.

By Luigi Alamanni

Lasciate, alme sorelle, il sacro monte

Del bel vostro Parnaso, e i lauri e i mirti

Che tien dintorno alle famose tempie;

Lasciate il fiumicel, che le chiare acque

Sparge rigando l'onorate rive

C'hanno al più freddo ciel l'erbette e i fiori;

Lasciate lunge star chi Smirne adora,

E 'l chiaro Mantovan che con lui giostra,

E 'l mio gran Fiorentin che Italia illustra;

Venite or meco ove Durenza e Larco

Bagnan fuggendo il più beato seggio

Che l'arabico sen vedesse o l'indo.

Ivi ritroverem la Pianta mia,

Che nel vago giardin soletta stassi,

E dolcemente ognor tra l'aure muove

Con sì dolce armonia sì dolci rime,

Che nulla son quante n'udiste ancora.

Ella chiama talor, talor si lagna

Del crudo verno rio che le tien lunge

Il suo t¢sco cultor, che ovunque vada

Altro non sa pensar che farle onore;

Il suo t¢sco cultor, che all'ombra e al giorno,

Benché di rozzo stil, quantunque ei sia,

Sol desia d'innalzar le frondi e i rami,

Che volin sopra il ciel, stendan l'odore

Ovunque alluma il Sol, la notte affosca.

Ella teme talor, talora spera,

Talor si sdegna che l'altera cima

A sì bassi pensier lo sguardo inchini;

E drizza al suo Fattor la mente in alto

D'ogni gloria mortal selvaggia e schiva.

Poi ritorna a pensar, che amore e fede

Tengon nel suo cultor sì caro albergo,

Che la sua indegnità far degna ponno

Di ricovrar da lei qualche sospiro.

E dice seco allor: Come io vorrei

Poter del ciel cangiar le usate tempre,

E far sì col pregar, che Febo andasse

Secondo i miei desir movendo il piede

A riportarne il mio amoroso aprile

Che qui render mi dee la tosca cetra,

E poi far sì che si fermasse il tempo!

Anima non ha il ciel così contenta,

Quant'io sarei quel dì, cangiando un'ora

In così lieto il mio doglioso stato.

Quinci parla coi venti: In questa notte,

Euro, che in Arno dolcemente spiri,

E poi qui torni a riveder Durenza,

Cerca, ti prego, il bel fiorito nido

Che tien de' miei pensier l'oggetto in seno.

Digli quante or per lui pene sostegno

Dopo il suo dipartir di giorno in giorno,

Chiamando al mio sperar soccorso omai.

Deh! se mai t'aggradar dell'Indo l'acque,

Vento famoso e dell'Aurora amante,

Del suo dubbio restar novelle apporta

Poi ch'altro messagger mi vieta il cielo,

E sì pigra è per me la penna tosca.

Nessun pensi trovar più in terra fede,

Poiché non è in colui ch'io già pensava

Che non avesse il ciel prodotto unquanco

Di virtù, di valor più chiaro nido.

Deh! come indarno e con mia doglia sento

Quanto possa ingannar soverchio amore,

E dolce ragionar d'alma gradita!

Quanto fui lunge al ver, mentre io pensai

Che tal raggio d'onor nel sen gli ardesse,

Ch'ivi a nuovo peccar non fosse loco!

Or veggio, ohimè! quante menzogne e frodi

Fûro al mio travagliar dannose scorte;

Onde levando al ciel la mente inferma,

A quel sommo Fattor, che mai non erra

E che al ben nostro oprar dà giusto merto,

I divoti pensier drizzo e la spene.

Ei sol può ristorar gli avuti danni,

Col santo cibo suo, che mai non manca;

E tu, ingrato cultor, prendi altro stile.

Così sfogando il duol l'alma mia Pianta

Preda spesso divien d'ira e di sdegno.

Poi rivolgendo il cor nei tempi andati,

In cui nel suo cultor giammai non vide

Se non di vero amor saldezza e fede,

Ben si ripente allor, ben dice allora:

Altra nuova cagion mel tien lontano,

Altra nuova cagion tarda il suo stile,

Che rigate per lui non veggio carte

Onde il duro temer da me dispoglie.

Creder non posso, e s'io 'l vedessi ancora,

Ch'altra Pianta giammai, ch'altro pensiero

Adombri, e ingombri la mia tosca cetra,

Che non torni a cantar tra l'onde meco.

O santo giorno, che quel dolce aprile

Tornar mi dêi che qui tornar mi deve

Il buon sostegno mio, vien tosto omai;

Forse non fosti ancor chiamato al mondo

Dal gelato terren, dai boschi ignudi,

Quanto or da me che per te solo ho speme

Di tosto rivestir diletto e gioia,

D'ornar di rose e fior l'almo giardino

Ch'è senza il suo cultor ripien di spine,

E che in riso e piacer si volga il pianto.

Vien, santo giorno, vien, ché a te ti serva

Il far d'inferno un nuovo paradiso,

Se qui riduci quel ch'io bramo solo,

E che, s'ei disse il ver, me sola adora.