SELVA DECIMASESTA.
Notturno Dio, che al gran silenzio oscuro
Dal suo terrestre vel l'alma disciogli
E la fai dimorar dove a te piace,
Poi la ritorni al rischiarar del giorno;
Ai miseri mortai dal ciel non venne,
Se conoscesser ben quel che tu vali,
Più bel, più dolce, e più soave pegno
Di te, che tanto puoi quanto t'aggrada.
Tu sol puoi ristorar le membra stanche
E render forza agli affannati spirti,
Che senza il tuo valor sen vanno a morte.
Non può star senza te cosa mortale,
E la natura pur sé stessa ancide,
Senza soccorso aver dal tuo gran regno.
Ma quel ch'è più, tu sol puoi far beato,
E malgrado d'altrui, qual uom più sia
Miseramente da Fortuna oppresso.
Qual scettro, quale onor, qual gemma ed auro,
Son possenti a sgombrar le ardenti cure,
I pungenti desir, l'accesa sete,
Che ci fan travïar dal dritto calle?
Quello è dei servi suoi soggetto e servo
Che ha di segno real le tempie ornate.
Quell'altro ne' trionfi e nelle spoglie
Quanto più in alto va, più d'ora in ora
Gli va in alto il desir, che tanto sale
Che con danno e sudor gli adduce il fine.
Quell'altro in posseder terre e tesori
Pensa sbramar la scellerata fame,
Che più pascendo in noi più pasto agogna.
Non saggio ricordar, non dotto esempio,
Non certa prova pôn mostrarne il vero;
Tal che chi punto sia da questi strali,
Possa al dritto sentier drizzar la mente.
Tu sol puoi richiamar, notturno Dio,
I fallaci pensier dai danni loro,
E riportargli in più sicuro porto
Dal periglioso mar che s'hanno eletto.
Tu, dolce sonno, con tranquillo oblio
Chiudi in un punto le miserie umane.
Non amor, non dolor, non sdegno od ira,
Non speranza, o timor, non povertade,
Non invidia crudel, non mille sproni,
Che senza mai posar ne pungon l'alma,
Posson lor forze oprar nel tuo bel regno.
Tu puoi solo adeguar l'ingiusta lance
D'empia Fortuna, che qui dona e toglie
Senza riguardo aver di tempo o loco.
Sotto il governo tuo son quello stesso,
Il superbo rettor d'arme e d'impero,
E il semplice cultor di piccol orto.
Così felice è quel che viva fuore
D'ogni suo ben, come colui che il goda;
E sovente addivien che fai beato
Coi dolci inganni tuoi chi vive in doglia,
E nel contrario suo contrario mesci.
Ben, lasso! il so, ché mentre qui dimoro
Lunge da' miei desir, s'io fossi privo
Del tuo cortese oprar, polve sarei.
Ben, lasso! il so, ché mi dimostri ognora
Che mi concede il ciel posarmi teco,
Il mio caro tesor ovunque sia.
La bella Pianta mia quand'a te piace
Veggio al mio sospirar dogliosa in vista,
E parlar meco in così dolci note,
Ch'io non ho invidia a chi possegga il vero.
O cara Pianta mia, se voi sapeste
Spesso che largo don mi fa di voi,
Dir non saprei, qual più si fosse allora
O il vostro alto disdegno o il mio diletto.
Ben giuro a voi per gli onorati rami
C'hanno in le frondi sue tutto il mio bene,
Ch'io non l'oso pensar, non che ridire,
Così m'estimo a tanta altezza indegno.
Pur ne ringrazio il Sonno, e spesso il prego
Che mi riduca a tal, ch'io veggia come
Il bello Endimïon fu già beato.
Poi ripensando a voi, tanta m'assale
Riverenza e timor, che ben vorrei
Potermi ripentir; ma s'egli è fallo,
Accusatene Amor, che, a dirne il vero,
Nuovo desir, non penitenza adduce.
Almo notturno Dio, chi non t'adora,
Chi non ti brama ognor, ben torto vede
E mal sa ragionar dei frutti tuoi.
Corregga pur chi può cittadi e imperi,
Conduca pur chi può l'armate squadre,
Cerchi chi vuol che sia natura e il cielo,
Aduni pur chi vuol gemme e tesori,
Che s'io ti debbo odiar, sian da me lunge
Regni, trionfi, onor, ricchezze, e quanto
Il vulgo infermo scioccamente agogna.
Né pur vorrei della mia intera etade
Donarti il mezzo, anzi i miei giorni ancora
Teco partir, non pur le notti sole.
Taccia chi te fratel di morte estima;
Che s'ei sapesse il ver, direbbe meco
O che vita immortal sia tua sorella,
O che dolce è morir più d'altra vita!
Che può di più donar nei lieti campi,
Ove chi vuol andar trapassa Lete,
Giove a color che gli onorati ingegni
Drizzâr vivendo a glorïosa lode?
Che può di più sentir l'invitto Alcide,
Che di più il forte che dintorno a Troia
Fece più sol che tutti gli altri insieme?
Non han tanta laggiù dolcezza e pace
Anchise e il figlio, e chi solcando il mare
Fece troppo aspettar la casta sposa,
Quant'io talor che mi dimoro teco,
Sonno gentil, che mi ritogli a morte,
E mi conduci a più tranquilla vita,
Che si possa gustar la notte almeno.
Ivi non han poter gli sdegni e l'ire;
Non l'altere sembianze, e il crudo orgoglio,
Ligura Pianta mia, c'han fatto spesso
L'ardenti voglie in me di ghiaccio e pietra.
Ivi non mi pôn tôr montagne e fiumi
Il voi sempre mirar, né forza avete,
O superbo Appennin, Varo, e Durenza,
Di furar tanto bene agli occhi miei.
Né mi convien, per ritrovarla, gire
Tutto il liguro mar cercando e il gallo
Con mio tanto sudor, tempo e periglio;
Ch'ivi un momento sol mi porta a lei,
E là mi fa sentir quanto io più bramo.
Notturno Dio, così durasse eterno
L'esser con teco, e mai non fosse l'alba,
O tu del Sol non paventassi i raggi,
Com'io stando lontan, te solo adoro,
Te sol chiamo ad ognor, te vorrei solo
Aver compagno a' miei tormenti, e guida,
Fin che m'adduca il ciel dove Durenza
Di quel ch'io piango qui s'allegra in seno.
Ma s'io la veggio un dì, ti prego allora
Che mi torni aspettar tra l'onde d'Arno,
Ché quand'io sono ov'è la Pianta mia,
Chi mi chiude il veder, m'ancide e strugge.