SELVA DECIMATERZA.

By Luigi Alamanni

Or che deggio più far poich'io son lunge

Dall'alma Pianta mia, mia sola spene?

Che deggio io più, poiché m'ha tolto il Cielo

Di sì bei rami il refrigerio e l'ombra,

Che sì dolci mi fêr gli affanni e 'l fuoco?

Ben spero ancor di rivederli un giorno

Più che mai lieti, e più leggiadri in vista;

Ma poi che nel pensier meco ragiono

Quanto terren, quante montagne e fiumi,

Quanto mar, lasso! intra Durenza ed Arno

Per furarmi ogni ben natura pose,

Come ratto è il desir, come il piè tardo,

Ogni caldo sperar ghiaccio diviene.

E dico: ohimè come potrò quest'alma

Per sì lungo cammin condurre in vita

Senza l'esca gentile, ond'ella spira?

Ch'io so per prova omai come più ancida

Desir di cosa, che vicin s'appresse,

Che ove cresce il sperar la voglia abonda.

Ahi crudo, ahi sordo amor, perché non doni

Ali a portar questo terrestre incarco,

O le togli al desir che innanzi vola?

So pur, se non mel toe fortuna o morte,

O non cangia voler la Pianta mia,

Ch'io la vedrò pria che ritorni Apollo

Nel dorato monton suo chiaro albergo.

Ma chi può sicurarmi, ahi lasso! e come?

Ché tanti dubbi intorno all'alma stanno,

Ch'io temo ognor, che la natura il corso

Non fermi, o cangi, e per mio danno solo.

Ahi non certo aspettar dei tristi amanti!

Veggio or le nevi, il gel, la pioggia e 'l vento,

Che han vinto il breve giorno, e dato in preda

Alla lunga ombra che trionfa il cielo;

Il Sol sì chiuso, ch'egli ardisce appena

Trar l'occhio pur dal Capricorno fuore,

Che or Austro or Noto lo riserra intorno

In oscura prigion di fosche nubi,

Onde il ciel di dolor la terra inonda.

Non ha picciol ruscel montagna o colle,

Non ha sì angusto rio campagna o valle,

Ch'oggi non sien di tai ricchezze carchi

Che contender potrian con l'Elsa e l'Arno.

Scendon fremendo in basso, o legge o fede

Data dal buon cultor di ripa o muro

Non curan più che delle vili arene.

Quel drizza il corso a più spediti campi,

E depredando armenti, arbori e gregge,

Doppio il tributo al suo signor riporta.

Quel, seco accolta ogni sua forza estrema,

Cerca solo espugnar questo o quel lito

Che gli chiude il cammin de' suoi desiri;

Che non potendo ei far, lo sdegno e l'ira

Sfoga sopra il vicin, che in alto stassi,

E le fatiche sue, l'albergo caro

Vede all'onde portar, né giova aita.

Sol tra sé, lasso! si lamenta e piange,

Né sa dove scampar la fame e 'l gelo.

Né pur sempre sen sta piovoso il mondo,

Ch'oltre ogni uman veder viene in un punto

Chi l'onde agghiaccia, e le montagne imbianca,

E fa canute le campagne e i colli.

Qual senton l'acque e meraviglia e duolo

In vedersi furar l'usato corso,

E l'antico liquor, che a poco a poco

Senton cangiarsi in cristallina pietra,

E mal grado di lor sicuro il varco

Al mortal piè sopra il suo dorso dànno,

Né si pôn vendicar di chi l'aggreva!

Ove correr solean la vela e il remo,

Rotando i carri pur s'han fatta strada,

Né con più dubbio che di terra o muro.

Vengonsi a pasturar le gregge ai campi,

E pensando trovar l'erbe e le frondi,

Veggion la terra e il ciel conversi in neve.

Non san cibo trovar, ch'ascoso muore;

Non san la vista miserelle appena

Pur tanto alzar, che si riguardi intorno,

Così spessa dal ciel sopr'esse fiocca.

Poi dal gel vinte e di speranza prive,

Cercan l'albergo; e 'l povero pastore

Lunge crollando va questo e quel ramo

Con la man che dal gel non può disciorse,

Finché pur lasso ne riporta ad esse

Tanto la notte poi di scorze e giunchi,

Che in vita le sostien nel nuovo giorno.

Poscia il fero Aquilon riprende il corso,

E i venti che stan fuor, dispoglia, e scaccia

Nei cavi alberghi, e signoreggia i campi.

Con tanto e tal furor commuove e gira

Quant'egli incontra, che sicuro appena

Si trova Giove in ciel dalla sua rabbia;

Or l'altissimo pin disfida in guerra,

Or nel sommo Appennin l'alpestre faggio,

Or nei monti minor la querce annosa,

E rare volte avvien che vinto resti.

Che se non sempre pur la fronte e il piede,

Almen vede di lor le braccia a terra,

Dell'alto suo valor segno e trofeo.

Né ben contento, con l'eccelse cime

D'antiche torri o di possenti mura

Prova il fero poter, tra sé cruccioso

Che argomento mortal gli occupi il corso.

Ma quel che più mi duol, ch'oggi non lascia

Nettuno in posa, anzi lo turba e frange,

Tal che fin sopra il ciel volan le strida.

Or la ricca Anfitrite, e l'altra schiera

Per difender sé stessa indarno prende

L'arme che nulla val contra il suo fiato.

Non Teti, o Galatea, non preghi o forza

Pon sicuro inviar naviglio o barca,

Che di vento o di mar non tornin preda.

Ché il superbo Aquilon poca tien cura

Di beltade o valor, ch'è tutto intento

Al comun danno, al destinato scempio,

Al soggiogarsi il ciel, non l'onde sole.

Il gran Padre del mar s'asconde in seno

Il suo tridente, ché per prova intende

Che 'l mostrarlo a costui poco rileva.

Sente dintorno a sé gli scogli e i lidi

Con miserabil suon chiedergli aita;

Sente in l'ultimo mar l'estreme arene,

Che mal sotto il suo piè sicure stanno,

Né può far sì che non le turbi e volva.

Vede i fidi delfin fuggirsi a schiera,

Né il lunge antiveder, né il ratto corso

Gli pôn tanto giovar, che fuggan morte.

Vede sovente il capidoglio orrendo

Dal più profondo mar condursi a terra,

Ove al popol vicin preda diviene.

Ed io che 'l veggio, e 'l so, con che speranza

Poss'io restar della mia Pianta altera?

Che s'io la deo veder, solcar convienme

Del mio chiaro Tirren non lunge al lito,

Tutto il Liguro Mar, del Gallo parte,

Che dolcemente la circonda e bagna

Presso a' bei campi ove Durenza irriga.

Chi m'assicura, ohimè! dal fero intoppo

Del crudele Aquilon, ch'ei non mi porte

In parte, lasso! ov'io men gir vorrei,

O nel seno african che incontra giace?

Chi mi assicura, ohimè, che torni 'l tempo

Nei miglior giorni alla stagion novella,

E l'usato cammin non perda Apollo

E 'l suo caro Monton ponga in oblio?

Ahi soverchio dubbiar de' tristi amanti,

Or non degg'io pensar, s'io fossi ancora

Il più fero animal nemico ai vènti

Che lor mostrando l'amorosa doglia,

E l'alma Pianta mia che lunge attende,

Che n'arian tal pietà, ch'entro 'l suo seno

Sicur mi porterian nel grembo a lei

Che può sola affrenar la rabbia loro

E metter pace in tra Nettuno e Giove?

Ben lo degg'io sperar, se già la vidi

Sotto il più torbo ciel, ne' più gran geli,

Far le biade spigar, fiorir le piagge,

E l'aria e i venti serenar dintorno,

E fare un nuovo april sol con la vista.

Voglio adunque sperar, né temo il verno.