SELVA DUODECIMA.

By Luigi Alamanni

Sommo Fattor che l'universo intorno

Governi e volgi, e con mirabil tempre

Al nostro corso uman dài vita e morte;

Deh quell'alta pietà ti volga a noi,

Che afflitti e stanchi su le rive d'Arno

Chiamiam piangendo notte e dì il tuo nome.

Non sian più sorde alle dolenti note

Del divoto pregar le sante orecchie;

Non sia secco in vêr noi quel vivo fonte

Di tua clemenza, c'ha sì larga vena

Che mai giusto desir non lascia in sete.

Rivolgi gli occhi al bel fiorito nido,

E guarda, ohimè! con quanti affanni giace.

Ben ti rende ad ognor con alte voci

Grazie infinite che pur l'hai tornato

Al viver primo, in cui non porti pena

Il buon dal rio, ma con tranquilla e vera

Colma di libertà pace e riposo

Or veggia i figli suoi godersi in seno.

Ma dell'ira del ciel che le sue braccia

Tant'oltre stende, che ti resta appena

Chi possa più pregar, ti pregan fine.

Non vedi, alto Signor, l'inferma plebe

Del tuo bell'Arno in questa parte e in quella

Senza soccorso uman, senz'altra aita,

Come corre a morir la notte e il giorno?

Qual è contrada, ove la falce orrenda

Dentro, lassi! e di fuor di noi non mieta?

Forse non fur nei nostri campi spighe

Quanti son or dell'infelice gente,

Che nel primo incontrar soggiace a morte.

Quanti stati già son, che sani e lieti

Stavan contenti all'apparir del sole,

Che all'oscurar del dì sen giro altrove!

Risguarda quei con povertà nodriti

Che potean sostener la vita appena

Qualor più lieto e più felice è il tempo;

E gli vedrai che abbandonati e soli

Dall'altrui carità per tema spenta

Senza numero aver sotterra vanno.

Stassi in povero albergo in sé ristretta

La famigliuola afflitta, e d'ora in ora

Per l'esempio di quei che spenti vede,

L'ultimo punto dei suoi giorni attende:

Che se pure a venir tardasse molto,

Forse di fame alfin preda sarebbe.

Vede il misero padre il figlio infermo,

Vede il marito la diletta sposa,

L'un fratel l'altro che domanda aita,

Che sola aver si può di pianto e strida.

E mentre questo a quel più fisso intende,

Sente di nuovo mal quell'altro punto,

E sé medesmo poi; tal ch'ogni doglia

D'altrui posta in oblio, se stesso piange.

I neri fraticelli, i bianchi, i bigi

Non son lì presso a ricordar ch'uom sia

Tutto a chi ne creò coll'alma vôlto,

Ché della più vil gente corre appena

A ricoprirgli pur di poca terra,

Senza cura tener di tempo o loco.

Che strada abbiam tra le onorate mura

U' non si veggia mille volte il giorno

L'un morto, l'un languir, l'altro dolersi,

E in guisa del monton che il gregge perda

Nel mezzo del cammin si giace e muore?

Ovunque il passo, ovunque il guardo porgi,

Non vedi o incontri mai, che doglia e morte.

Quanti son poi che in gran ricchezze nati,

Di nobiltà, d'onor portando segno,

Dal primiero dolor sorpresi appena

Si ritrovâr d'altrui negletti e soli!

Non la consorte pia, no 'l fido servo

Non cortese vicin, non caro amico

Trovò, che nel suo mal compagno fosse.

Ma quel ch'è molto più, la madre stessa

Abbandonando il figlio, altrove corse;

Né potè ben fuggir, che in breve giorno

Ripiena in sé di penitenza e duolo

Nel cieco mondo a ritrovarlo scese.

Nulla è sì giovin donna e sì leggiadra,

Che, dell'acuto mal sentendo offesa,

Di qualunque uom si sia l'opra rifiute

Quand'offerta le vien, che pure è raro;

E quelle membra fin allor servate

Pur a sé stessa castamente ascose,

Sol che prometta invan la sua salute,

Al più vil uom che il terren nostro porte,

Tanto schiva il morire, aperte mostra.

Vedi or vote restar l'antiche case,

Gli alti palazzi, e rimanersi in preda

Di servi, ove alcun n'è più d'altri avaro.

Quell'ampie strade, che al buon tempo fûro

Di festeggianti voci e turba piene,

Sono or deserte, e in tal silenzio oscuro,

Che a Morte stessa pur terrore apporta.

I ben colti giardin, gli ornati campi,

Pien d'erbe infeste e di nocenti spine,

Senza proprio cultor son fatti selve.

L'arbor senza temer l'acuta falce

Nutrisce a suo voler le fronde e i rami.

Cerer negletta in le campagne stassi,

Ché nessun pensa del futuro omai.

Gli armenti, i greggi a suo diporto vanno,

Senz'altra scorta, ove il desio gli mena

A miglior campi, a più tranquilli fonti,

Tornando a vespro nell'albergo sciolti,

Ove non trovan più chi d'essi cure.

Le sante leggi, i buon ministri d'esse,

Se pur vivi ne son, per téma e duolo

In man d'altrui volere han posto il freno.

I templi chiari e gli onorati altari

Non senton più tra sé dentro e dintorno

Il cantar lieto del tuo eterno nome;

Ma pianto, lamentar, sospiri e preghi

Di quei, cui morte i più congiunti tolse,

O di quei cui timor t'addusse ai piedi.

Ivi non son le belle schiere accolte

Dei ringrazianti Dio, non vedi ornata

Più d'ostro e d'oro la tua santa immago,

Ché il crudo tempo rio per tutto appare.

Or piega, alto Signor, la mente omai

Al divoto pregar, né i nostri falli

Voglia in ciò riguardar più che te stesso.

E noi pur siam di quei, cui già ti piacque

Alla tua simigliante forma dare

Per farne cittadin del tuo bel regno;

E noi pur siam di quei cui tanto amasti,

Che per salute lor del tuo gran Figlio

Sparger lasciasti l'innocente sangue.

Certo il nostro peccar più doglia merta

Di quanta è stata in noi, di quanta avemo;

Ma se vorrai, Signor, con dritta lance

Giustamente punir le colpe umane,

Chi potrà sostener peso sì grave?

Non venga teco al gran giudicio eterno

Giustizia ignuda, anzi l'ammanto vesta

Della pietà che il miser gregge chiama,

Senza la qual mille ricchezze avrebbe

L'empio avversario che n'attende altrove.

Non senti, ohimè! queste divote strida

Della parte minor dell'umil plebe

Ch'è pur tra mille dubbi in vita ancora?

Non senti, ohimè! le verginelle pie,

Che, senza padri aver, fratelli e madri,

Solo hanno in te chiamar posta ogni speme?

Non senti, ohimè! quel doloroso pianto

Delle vedove afflitte, a cui fu tolto

Il fido sposo, ch'or del picciol figlio,

Sol rimaso di molti, in téma stanno?

Le donne antiche, i vecchiarelli stanchi,

Che s'han visto mancar l'amato erede

Nei lunghi giorni lor salda colonna,

Non senti, ohimè! con che dogliosi preghi

Chieggon che invece almen resti il nepote?

Non senti quelle, ohimè! c'han fatto dono

D'invitta castità ne' templi tuoi,

Che, perduta di lor la più gran parte,

Pregan piangendo pur, che morte lasci

Sol d'esse tante, che maestre e guide

Sian nel tempo avvenir di chi t'adora?

Non senti quei che nel tuo santo albergo

Solo hanno in te servir posta ogni cura,

Come, portando in man la sacra insegna,

Morte del tuo Figliuol, del mondo vita,

Pregan che al nostro mal sia fine omai?

Sia fine al nostro mal, Signore, omai.

Non consentir che il bel fiorito nido

Voto d'abitator divenga selva.

Tu, Regina del ciel, figliuola e sposa,

Se mai ti calse o cal di noi mortali,

Deh prega il tuo Signor, Figliuolo e Padre,

Che il pregar nostro omai pietà ritrove.