SELVA DUODECIMA.
Sommo Fattor che l'universo intorno
Governi e volgi, e con mirabil tempre
Al nostro corso uman dài vita e morte;
Deh quell'alta pietà ti volga a noi,
Che afflitti e stanchi su le rive d'Arno
Chiamiam piangendo notte e dì il tuo nome.
Non sian più sorde alle dolenti note
Del divoto pregar le sante orecchie;
Non sia secco in vêr noi quel vivo fonte
Di tua clemenza, c'ha sì larga vena
Che mai giusto desir non lascia in sete.
Rivolgi gli occhi al bel fiorito nido,
E guarda, ohimè! con quanti affanni giace.
Ben ti rende ad ognor con alte voci
Grazie infinite che pur l'hai tornato
Al viver primo, in cui non porti pena
Il buon dal rio, ma con tranquilla e vera
Colma di libertà pace e riposo
Or veggia i figli suoi godersi in seno.
Ma dell'ira del ciel che le sue braccia
Tant'oltre stende, che ti resta appena
Chi possa più pregar, ti pregan fine.
Non vedi, alto Signor, l'inferma plebe
Del tuo bell'Arno in questa parte e in quella
Senza soccorso uman, senz'altra aita,
Come corre a morir la notte e il giorno?
Qual è contrada, ove la falce orrenda
Dentro, lassi! e di fuor di noi non mieta?
Forse non fur nei nostri campi spighe
Quanti son or dell'infelice gente,
Che nel primo incontrar soggiace a morte.
Quanti stati già son, che sani e lieti
Stavan contenti all'apparir del sole,
Che all'oscurar del dì sen giro altrove!
Risguarda quei con povertà nodriti
Che potean sostener la vita appena
Qualor più lieto e più felice è il tempo;
E gli vedrai che abbandonati e soli
Dall'altrui carità per tema spenta
Senza numero aver sotterra vanno.
Stassi in povero albergo in sé ristretta
La famigliuola afflitta, e d'ora in ora
Per l'esempio di quei che spenti vede,
L'ultimo punto dei suoi giorni attende:
Che se pure a venir tardasse molto,
Forse di fame alfin preda sarebbe.
Vede il misero padre il figlio infermo,
Vede il marito la diletta sposa,
L'un fratel l'altro che domanda aita,
Che sola aver si può di pianto e strida.
E mentre questo a quel più fisso intende,
Sente di nuovo mal quell'altro punto,
E sé medesmo poi; tal ch'ogni doglia
D'altrui posta in oblio, se stesso piange.
I neri fraticelli, i bianchi, i bigi
Non son lì presso a ricordar ch'uom sia
Tutto a chi ne creò coll'alma vôlto,
Ché della più vil gente corre appena
A ricoprirgli pur di poca terra,
Senza cura tener di tempo o loco.
Che strada abbiam tra le onorate mura
U' non si veggia mille volte il giorno
L'un morto, l'un languir, l'altro dolersi,
E in guisa del monton che il gregge perda
Nel mezzo del cammin si giace e muore?
Ovunque il passo, ovunque il guardo porgi,
Non vedi o incontri mai, che doglia e morte.
Quanti son poi che in gran ricchezze nati,
Di nobiltà, d'onor portando segno,
Dal primiero dolor sorpresi appena
Si ritrovâr d'altrui negletti e soli!
Non la consorte pia, no 'l fido servo
Non cortese vicin, non caro amico
Trovò, che nel suo mal compagno fosse.
Ma quel ch'è molto più, la madre stessa
Abbandonando il figlio, altrove corse;
Né potè ben fuggir, che in breve giorno
Ripiena in sé di penitenza e duolo
Nel cieco mondo a ritrovarlo scese.
Nulla è sì giovin donna e sì leggiadra,
Che, dell'acuto mal sentendo offesa,
Di qualunque uom si sia l'opra rifiute
Quand'offerta le vien, che pure è raro;
E quelle membra fin allor servate
Pur a sé stessa castamente ascose,
Sol che prometta invan la sua salute,
Al più vil uom che il terren nostro porte,
Tanto schiva il morire, aperte mostra.
Vedi or vote restar l'antiche case,
Gli alti palazzi, e rimanersi in preda
Di servi, ove alcun n'è più d'altri avaro.
Quell'ampie strade, che al buon tempo fûro
Di festeggianti voci e turba piene,
Sono or deserte, e in tal silenzio oscuro,
Che a Morte stessa pur terrore apporta.
I ben colti giardin, gli ornati campi,
Pien d'erbe infeste e di nocenti spine,
Senza proprio cultor son fatti selve.
L'arbor senza temer l'acuta falce
Nutrisce a suo voler le fronde e i rami.
Cerer negletta in le campagne stassi,
Ché nessun pensa del futuro omai.
Gli armenti, i greggi a suo diporto vanno,
Senz'altra scorta, ove il desio gli mena
A miglior campi, a più tranquilli fonti,
Tornando a vespro nell'albergo sciolti,
Ove non trovan più chi d'essi cure.
Le sante leggi, i buon ministri d'esse,
Se pur vivi ne son, per téma e duolo
In man d'altrui volere han posto il freno.
I templi chiari e gli onorati altari
Non senton più tra sé dentro e dintorno
Il cantar lieto del tuo eterno nome;
Ma pianto, lamentar, sospiri e preghi
Di quei, cui morte i più congiunti tolse,
O di quei cui timor t'addusse ai piedi.
Ivi non son le belle schiere accolte
Dei ringrazianti Dio, non vedi ornata
Più d'ostro e d'oro la tua santa immago,
Ché il crudo tempo rio per tutto appare.
Or piega, alto Signor, la mente omai
Al divoto pregar, né i nostri falli
Voglia in ciò riguardar più che te stesso.
E noi pur siam di quei, cui già ti piacque
Alla tua simigliante forma dare
Per farne cittadin del tuo bel regno;
E noi pur siam di quei cui tanto amasti,
Che per salute lor del tuo gran Figlio
Sparger lasciasti l'innocente sangue.
Certo il nostro peccar più doglia merta
Di quanta è stata in noi, di quanta avemo;
Ma se vorrai, Signor, con dritta lance
Giustamente punir le colpe umane,
Chi potrà sostener peso sì grave?
Non venga teco al gran giudicio eterno
Giustizia ignuda, anzi l'ammanto vesta
Della pietà che il miser gregge chiama,
Senza la qual mille ricchezze avrebbe
L'empio avversario che n'attende altrove.
Non senti, ohimè! queste divote strida
Della parte minor dell'umil plebe
Ch'è pur tra mille dubbi in vita ancora?
Non senti, ohimè! le verginelle pie,
Che, senza padri aver, fratelli e madri,
Solo hanno in te chiamar posta ogni speme?
Non senti, ohimè! quel doloroso pianto
Delle vedove afflitte, a cui fu tolto
Il fido sposo, ch'or del picciol figlio,
Sol rimaso di molti, in téma stanno?
Le donne antiche, i vecchiarelli stanchi,
Che s'han visto mancar l'amato erede
Nei lunghi giorni lor salda colonna,
Non senti, ohimè! con che dogliosi preghi
Chieggon che invece almen resti il nepote?
Non senti quelle, ohimè! c'han fatto dono
D'invitta castità ne' templi tuoi,
Che, perduta di lor la più gran parte,
Pregan piangendo pur, che morte lasci
Sol d'esse tante, che maestre e guide
Sian nel tempo avvenir di chi t'adora?
Non senti quei che nel tuo santo albergo
Solo hanno in te servir posta ogni cura,
Come, portando in man la sacra insegna,
Morte del tuo Figliuol, del mondo vita,
Pregan che al nostro mal sia fine omai?
Sia fine al nostro mal, Signore, omai.
Non consentir che il bel fiorito nido
Voto d'abitator divenga selva.
Tu, Regina del ciel, figliuola e sposa,
Se mai ti calse o cal di noi mortali,
Deh prega il tuo Signor, Figliuolo e Padre,
Che il pregar nostro omai pietà ritrove.